Premendo “brano successivo”

Uh,  bella! Alle medie, quando credevo che poi… vabbè, NEXT.

Questa la ascoltavo in quei lunghi pomeriggi in cui… che poi tutti per i fatti loro e… no, NEXT.

Carina, allegra. Mi fa pensare a quando giocavamo. Eh, poi ci siamo un po’ persi. E’ la vita. NEXT.

Cristo, questa è dell’anno scorso. Cosa potrà mai ricordarmi dell’anno scorso che non… ah. NEXT.

Non è che Beethoven è diventato sordo. E’ che non ce la poteva più fare.

Viaggio – 35

(questo raccontino fa parte di una serie; se sei curioso, ecco come leggerli tutti in fila)

La vita del maestro è più ardua di quanto diresti.

Libero da scimmie, mi imbatto in un paio di individui giallovestiti che la scimmia ce l’hanno, eccome. Non so se come la mia, ma non siamo mica qui a vedere chi l’abbia più esteso in lunghezza.

Uno dei due sta piangendo amaramente sui cocci di un coccio, evidentemente rotto di fresco.

«Serve un recipiente?» chiedo, con non ligure disponibilità. «Ne ho qui uno che risale a Diogene: se servisse ad alleviare la Vostra sofferenza…»

«Lei non capisce!», interrompe l’altro sfoggiando un monosopracciglio accigliato che neppure Élio. «Non è per questo coccio! È perché la rottura del coccio lo fa riflettere sulla precarietà della vita.»

«Eh?»

«Sua madre perì, uccisa da un Bricco delle Feste del Mulino Bianco sfuggito al controllo. Da allora ogni oggetto che si rompe è per lui nefasta cifra di quel funereo evento. Ora, se lei…»

«Aspetti! Mi scuso, ma la mia offerta di un recipiente…» e qui mi fermo, perché il pianto del disgraziato raggiunge vette imbarazzanti. Indago: «Sì, ma ora che succede?»

«Ancora non capisce? Prima, mentre parlavo, lei mi ha interROTTO. Questo è sufficiente.»

Esterrefatto, guardo i due giallovestiti.

Arrotolo la manica destra, mi gratto l’avambraccio; mi fermo quindi per alcuni secondi, batto il piede sinistro tre volte a terra, esclamo: «FRUTTA!». Poi mi giro, gettando dietro di me un biglietto del treno usato ma mai obliterato.

Entrambi mi guardano: alla grattatina, quello che ancora non piangeva inizia. Alla frutta, il disperato sviene, come crepato dal crepacuore. Dopo il biglietto, anche l’altro è ridotto così male, ma così male che quando mi grida: «Lei, SIGNORE, è davvero malvagio, davvero malvagio!» mi fa quasi pena.

Baah. Che si impicchino.

Viaggio – 34

(questo raccontino fa parte di una serie; se sei curioso, ecco come leggerli tutti in fila)

I racconti della scimmia

Questo mondo è poco ultra e molto terreno. Terreno nel senso di sabbia finissima, corredata da un numero di sassi adeguato a trasformare il tutto in un discreto giardino zen.

Cammino lungo un’onda sabbiosa fittizia e mi imbatto in una curiosità locale: un Pokémon discretamente forzuto sostiene un discreto macigno con discreto sforzo, la fronte imperlata di sudore.

Incurante della fatica altrui, forte della mia natura di scimmia curiosa indago: «Pesa, eh?»
«Abbastanza, grazie!»
«Ed allora perché, se mi è concesso chiedere…»
«Questione di equilibri. Vedi, è indispensabile che non ci sia una posizione da cui tu possa vedere tutte le pietre contemporaneamente.»
«Capisco. Ed immagino che se il macigno fosse semplicemente appoggiato a terra…»
«Questo non te lo so dire», sussurra il Pokémon provato, «però posso dirti che tenendolo così funziona tutto.»
«Diciamo che lo tieni così per paura del cambiamento, insomma.»
«Oh, no, no! Quello sarebbe un enorme errore! Non puoi avere paura del cambiamento: la natura ritrova sempre un suo equilibrio, in qualche modo. Devi avere fiducia.»
«Saggio, saggio. Hai ragione.»
«Ach, un CRAMPO!»

Prima che possa pensare “precipitevolissimevolmente”, la zampona del Pokémon cede. Sparisce senza fiatare sotto il peso del macigno, nella bianca sabbia sottostante.

Hm.

Secondo me il giardino è bello anche così. Rimango dell’idea di non aver capito molte cose della scuola di Nanto.