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Cappuccini – 2

Attenzione: come forse si intuisce dal titolo, questo post è il seguito di Cappuccini. Andrebbero letti in sequenza. Ma anche no.

Web Application, versione “Il mondo è bello e colorato”
Cre.am (2.0) (Beta) fa i cappuccini online. Non c’è bisogno di registrazione e memorizza sul server fino a cinquanta cappuccini che puoi recuperare ovunque tu abbia accesso ad internet.
Se vuoi funzionalità avanzate, come la condivisione di cappuccini con gli amici e l’integrazione con Google Docs, puoi fare il login tramite OpenID (così non devi ricordare un altro username ed un’altra password).
E’ gratuito; pagando, puoi memorizzare sul server infiniti cappuccini anziché cinquanta.
Il sito ha una versione mobile ed un’applicazione gratuita per iPhone.

Web Application, versione “Alice ti fa i cappuccini”
Fai il tuo cappuccino con Alice è la web application del tuo provider che ti permette di fare deliziosi cappuccini!
Ti basta fare il login con lo username che usi per accedere ad internet, aggiungendo in fondo “@alicemifafareicappuccini.tin.it”, la password che usi per controllare la posta (mi raccomando: non quella che usi per accedere ad internet!) e le cifre dispari del tuo codice fiscale!
Potrai fare dieci cappuccini giornalieri e condividerli con tutti i tuoi amici che usano Alice Messenger. Richiede Macromedia Shockwave ed Internet Explorer 6; assicurati di disabilitare l’antivirus prima di usarlo. Se non risponde, ricarica la pagina e rifai il login avendo l’accortezza di usare le cifre pari del tuo codice fiscale anziché le dispari.

Facebook, versione “Finalmente l’applicazione che aggiunge al tuo profilo il tasto per i cappuccini! Funziona veramente!”
Se ti iscriverai anche tu a questo gruppo e scartavetrerai le parti intime di almeno trenta tuoi amici, invitandoli ad iscriversi, un narcotrafficante sudamericano suonerà domani mattina alla tua porta con le istruzioni per attivare il tasto “Cappuccino” nella tua chat di Facebook!
Accanto ad ogni contatto apparirà il tasto “Invia cappuccino”. Inoltre, potrai personalizzare lo sfondo del tuo profilo con delle simpatiche zebre!

Facebook, versione “Per quelli ke amano bere il cappuccino”
Boh. E’ un gruppo. Ti iscrivi. A te piace bere il cappuccino. Ghghgh, trpp forte.

Facebook, versione “Ehi, il tuo amico ha bisogno di te per fare un cappuccino alla melanzana: clicca qui per aiutarlo!”
CappucciniWorld – Zynga è un’applicazione per Facebook che fa cappuccini di ogni forma e dimensione. I caffè normali li puoi fare subito; per i cappuccini devi avere almeno dieci amici che usano l’applicazione, per quelli con guarnizione al cioccolato almeno cinquanta, per quelli con i disegnini cento amici.
Non temere: ci sono già gruppi e petizioni che chiedono a gran voce i disegnini anche per chi ha pochi amici. E’ solo questione di tempo: vedendo che ci sono tanti iscritti, senz’altro gli sviluppatori di CappucciniWorld verranno mossi a compassione. E, già che ci siamo, se aderisci alla petizione esprimi anche il tuo dissenso nei confronti di chi maltratta l’escherichia coli in Papuasia e chi scuoia i limoni senza pietà.
Ogni volta che fai un cappuccino, quest’ultimo viene fotografato e spedito a tutti i tuoi parenti ed amici; più cappuccini offri, inoltre, più puoi prepararne al giorno, in un’escalation caffeinica senza pari.
Per fare un cappuccino devi cliccare in media in dieci posti e confermare dodici volte, in modo da ricaricare la pagina di facebook almeno quattro volte per poi approdare sull’applicazione in flash che fa i cappuccini veri e propri. Per vedere decentemente l’animazione del caffè che si mescola con il latte è richiesto almeno un processore quad core.

iPhone, versione “Corri il rischio”
iCappuccino (1.59€) è esattamente identica a “Cappuccini”, “iCappuccio”, “CappPhone” e “Stongah!” (tutte presenti sull’App Store); non capisci bene perché costi 1.59€ mentre le altre oscillino tra i settantanove centesimi ed i dieci euro. Nelle recensioni, iCappuccini ottiene quattro stellette da un utente a cui ha cambiato la vita; un altro constata amaramente che le istruzioni non spiegano come accelerare e frenare nel muro bonus. Inveisce contro la Apple, Romano Prodi e gli zingari e minaccia di tornare a Nokia.

iPhone, versione “C’è anche il trial”
iCappuccio (0.79€) fa cappuccini esattamente come iCappuccino, ma c’è la versione LITE completamente GRATIS!
Dei curiosi banner promettono viagra a pochi centesimi, l’icona ha una scritta “GRATIS!!!” in sovraimpressione.
Le altre icone dell’home screen la schifano e si spostano sdegnose ad un quadretto di distanza per evitare la contaminazione, ma per il resto funziona.
Per non istigare la lotta di classe nella schermata principale dell’iPhone tiri fuori un euro e compri la versione full.
Il giorno dopo e per i prossimi sei mesi, grande offerta: l’applicazione diventa gratuita.

iPhone, versione “Doveva esserci il pacco”
Cappuccini (GRATIS!) fa un cappuccino. Una volta, poi basta.
Se ne vuoi fare altri, li puoi comprare tramite in-app purchase.
Però sfrutta l’accelerometro e la bussola in modo da calcolare correttamente il riflesso del sole sulla schiuma, quindi richiede un iPhone 3GS.
Ovviamente non puoi offrire a nessuno i cappuccini che acquisti, ma puoi inviar loro una tua foto mentre li bevi. E postarla su Facebook, Twitter, Flickr, MobileMe e YouPorn (per i feticisti).

iPhone, versione “Viscida pubblicità”
Stongah! (GRATIS!) fa i cappuccini. Per arrivare al tasto delle opzioni, devi prima passare attraverso tre schermate pubblicitarie relative ad altre tre applicazioni della stessa software house.
La prima promette le donnine più nude e più hard dell’intero App Store; la seconda le più hard e le più belle, la terza le più belle e le più nude.
Incuriosito, compri quella delle più belle e le più nude. E’ uno slideshow di ragazze anni ’80 in bikini, cotonate & spixellate, accompagnato da una bizzarra musica tedesca. Ah, wunderbar!

iPhone con jailbreak, versione “La filibusta non ha confini”
Scarichi iCappuccino, crackato. Ah, ora si dice “con la cura”.
All’avvio, vieni salutato da una schermata multicolore: “cracked by pistolo85”. I bootloader dei giochi piratati per Amiga si rivoltano nella tomba, borbottando qualcosa sul cattivo gusto.
Per il resto fa quello che deve fare, quando non si pianta. Ogni volta che colleghi l’iPhone ad iTunes ti sembra di sentire una voce minacciosa in lontananza e le luci di casa lampeggiano brevemente. La prima domenica del mese nella rubrica appare il contatto “Satana”; ieri mattina hai dovuto ripristinare tutto perché iTunes sosteneva che l’iPhone fosse un iPod shuffle di prima generazione.
Ma hai risparmiato un euro e mezzo e te la ridi di gusto alla faccia di Steve Jobs e di chi spende un sacco di soldi in cose inutili. Tipo gli smartphone costosi.

iPhone con jailbreak, Cydia, versione “come ti smonto e rimonto il SO”
Cappucciner fa i cappuccini. Opzionalmente, aggiunge agli sms un pulsante “invia anche un cappuccino”. Scrive il numero di cappuccini preparati nella barra di stato. Può cambiare il comportamento del tasto “Home” in modo che quando premuto faccia un cappuccino invece di espletare la sua normale funzione.
Tramite pacchetti separati cambia lo sfondo in modo che sia un cappuccino, rende tutte le icone cappucciniformi, sostituisce il font di sistema con un font cappuccinesco e può generare un gorgoglìo cappuccineo durante le telefonate.
E’ l’applicazione perfetta.
Purtroppo ieri la Apple ha reso disponibile una nuova versione del firmware per il tuo iPhone: hai aggiornato, hai installato da capo Cappucciner ma ora se provi a fare un cappuccino il telefono si pianta uggiolando.

Social network

Perché non misuri le parole, social network?

Siamo tutti a nostro agio parlando dei mandarini quelli senza semi o di quanto fa caldo – non è tanto il caldo, è l’umidità. Ma di amicizia?

Ora ti spiego come vanno le cose (o meglio, te lo spiega lui, ma io bignamo).

Funziona che noi siamo tutti almeno un po’ narcisisti. Ci piace vedere, negli altri, tratti caratteristici simili ai nostri. Se per il mio compagno di banco Paperino è più simpatico di Topolino, ed anch’io detesto il topastro, ecco che stimo un po’ di più il mio compagno di banco. L’esempio era scemo, e me l’avevano anche fatto notare: pare che Paperino stia simpatico a tutti e Topolino a nessuno, ma non divaghiamo.

Però, caro social network, la verità è che siamo tutti diversi. Molto diversi. Quindi va a finire che se tu, di una persona, conosci solo la foto dell’occhio destro ed il fatto che adora il tuo autore preferito, trovi quella persona molto simpatica. Vale anche dal vivo, solo che dal vivo non puoi fare a meno di vedere tutto quello che l’omino ha furbescamente omesso dalla foto dell’occhio sinistro. Ma supponendo che il contorno non ti generi una fastidiosa repulsione, il fatto di avere letture in comune è un bel colpo. E non parliamo dei film. E… l’avresti detto? Anche a lui piace guidare di notte! Che simpatico, l’omino, ci si potrebbe vedere un sabato sì ed uno no.

Al terzo sabato insieme ti accorgi che le sue idee politiche sono diverse dalle tue. Per non parlare di quelle religiose. E ti interrompe quando parli, ed a tavola mastica con la bocca aperta. Insomma, non è proprio quel maestro di vita che sembrava, eh?

E sai, social network, questa cosa capita spesso. Molto spesso, anche a quelli che non lo ammettono con sé stessi perché altrimenti si sentono degli orsi. Diciamo che capita nella maggioranza dei casi, checché tu ne dica. Più conosci una persona, più vedi che è diversa da te, meno ti piace.

Beh, ma noi crediamo che la differenza sia una virtù! Meno male che non siamo tutti uguali, pensa che noia! L’umanità è meravigliosa perché siamo tutti diversi!
Verissimo, almeno finché quella personcina tanto diversa da te non ti fa arrivare al cinema a film iniziato, o non ti fa fare una figuraccia con qualcuno a cui tieni, o non ti sbologna una gatta da pelare di dimensioni imbarazzanti con il sorriso sulle labbra. Allora ammazzeresti lei e tutte quelle meravigliose differenze, eh?

Certo, non facciamola troppo tragica. A dispetto del fatto che sì, l’omino per cinque minuti va bene, poi rompe le scatole… vivi una vita, e ti circondi di persone importanti.

Spesso hanno molti tratti in comune con te, ma non è detto. Ogni tanto di tratti in comune sembrano averne pochi, ma fondamentali. E quelle persone ormai le conosci, la fase dei gusti letterari e del guidare di notte l’hai superata da un pezzo. Le conosci, e ti piacciono così. E quando ti capita di conoscerle ancora un po’ di più, ti piacciono di più. Sì, l’articolo di cui sopra dice che la familiarità ha il suo peso anche in questi casi… ma io vedo le cose in modo un po’ più poetico, specie il mercoledì. Fatto sta che queste (poche) persone diventano così importanti che nonostante tutto la voglia di conoscerne altre ti rimane, e passi sopra al fatto che il restante 98% dell’umanità è composta da gente che arrostiresti volentieri su una graticola.

Ed allora, mio caro social network. Il discorso che ho fatto sopra parlava di amicizia, non so se si è capito. Ed il succo era che l’amicizia non è una cosa facile, che puoi prendere con leggerezza. Trovare un amico è un casino che non ti immagini.

E quando trovo, con la comoda funzione di ricerca, un mio compagno di classe delle medie tu mi costringi a chiedergli se è davvero mio amico. E non pensi che io possa essere un po’ in imbarazzo a chiedere a qualcuno che non vedo da vent’anni se è mio amico o meno?
E lui, poveraccio. Che razza di mostro potrebbe rispondermi: “No, non sono tuo amico!”? Per forza che è mio amico. I miei compagni di classe delle medie non vogliono sembrare così scontrosi. Chissà quante volte ci siamo tirati il cancellino o mi ha fregato la merenda… Quindi magari dice che è mio amico, ma in realtà non lo è.

Alla fine della fiera, cos’è successo? Che, se davvero accetta di essere mio amico… posso vedere le cavolate che fa su di te, social network. Tipo che a fine mese va ad un raduno di motociclisti, o che ha fatto indigestione di sushi. Cliccando “Accetto” non si è impegnato a starmi a sentire quando mi lamento perché voglio avere dodici anni e mi manca “Il pranzo è servito”. Né andremo a fare le vacanze insieme. So solo quando andrà a farle da solo, e magari potrò guardare le foto dando sfogo ai miei istinti voyeuristici, e dire “Uh, quanto è invecchiato”.

Però, mi hai costretto a chiedergli di essere mio amico. E lui ha dovuto accettare. E magari un altro dei miei amici, quelli veri, lo odia il mio compagno delle medie. E lo vede nella lista, e se la prende perché è mio amico. Ma non è mio amico, o dei del cielo: è una di quelle figurine eteree che popolano la rete, e tutto quello che ho ottenuto è di guardare la sit-com che è la sua vita. Ma per te, social network, si chiama amico… e non si ha mai molto successo quando si cerca di usare le parole con un’accezione diversa da quella più in voga. Dillo ai satanisti o agli hacker.

Chiamali “Peperoni”, social network, “Peperoni”.

“Corrado ha chiesto di essere un tuo peperone: accetti?”
“Ora Corrado è un tuo peperone! Presentagli gli altri peperoni del tuo orto!”

Alle volte basta così poco, social network…

Ubiquity

Continua il rimbalzo di articoli tra me ed USERinterfaccia.

Parliamo sempre del ritorno dell’interfaccia a linea di comando: all’aumentare del numero di opzioni possibili, in molti si rendono conto che un graduale (molto graduale, e lento, e calcolato, e semplificato e condito di trasparenze e colori pastello) ritorno alla linea di comando può semplificare la vita dell’utente perso tra decine di menù.

Oggi tocca a Mozilla Labs.
Ubiquity fa del suo meglio per scalzare dal mio browser la supremazia di YubNub. Punti di forza? In primis la preview in tempo reale di cosa sta succedendo. Il concetto è sempre quello: combinazione di tasti (Alt+Space di default, se usate Linux probabilmente dovrete cambiarla in fretta perché è usata dai gestori di finestre) ed appare l’interfaccia, poi digitate il comando e vedrete apparire una lista di possibili autocompletamenti. Usando YubNub devo premere invio, per avere un’idea dell’output: qui mi basta scrivere “w<spazio>quaternion” e già appaiono, in un riquadro, i risultati della ricerca. Questo consente di cogliere al volo eventuali refusi e di avere un’idea di massima dei dati che si otterranno.

Ubiquity consente anche di operare direttamente sul testo delle pagine web, gestendolo e trasformandolo. Si può inviare una selezione di testo dalla pagina corrente per e-mail, tradurla in loco o elaborarla con tutta una serie di servizi (facilmente estendibili) già inclusi.

Il neo principale, per ora, è lo scarso supporto a Linux: le notifiche – praticamente, l’output dei comandi che non portano ad un indirizzo web o non modificano il contenuto della pagina – vengono gestite tramite Growl in OS X e tramite un sistema interno in Windows, ma non vengono gestite in Linux. Ci stanno lavorando, pare…
Errata corrige: funzionare funziona, solo non usa le notifiche di sistema. E definire delle “notifiche di sistema” è arduo, perché sia GNOME che KDE ne hanno di proprie (libnotify/knotify). Oppure ci sarebbe DBus, oppure… beh, “Linux e le alternative” sarà l’oggetto di un altro post, immagino.

Prima parte con domande, laddove l’autore specula sul futuro con pesanti derive non-sense

Queste evolute linee di comando spuntano come funghi, ma il dilemma rimane: avranno davvero successo o rimarranno utilizzate da una minoranza?
Non solo: meglio vi o emacs? La pizza alta e soffice, o la pizza bassa e croccante? E come si fa a non sognare, la notte, il grottesco gatto Virgola (la stella del telefonino?)

Quello che può far riflettere, semmai, è la progressiva duplicazione di elementi dell’interfaccia dentro e fuori dal browser. Firefox 3.1 avrà una nuova interfaccia per il tab switching, che probabilmente verrà adattata per renderla conforme a quelle già presenti nei vari sistemi operativi; già adesso, poi, ho due combinazioni di tasti diverse che avviano due launcher diversi, uno “di sistema” (GNOME Do, per i curiosi) e l’altro solo per Firefox. Ovviamente c’è da prevedere che le due interfacce inizieranno a pestarsi i piedi, visto che entrambe si basano su plugin: già ora, GNOME Do permette di fare ricerche su servizi web, e non mi stupirei che Ubiquity venisse “potenziato” fino al punto da poter avviare eseguibili esterni – ammesso che la cosa sia fattibile senza generare troppi problemi di sicurezza.

Ormai il browser sta crescendo sino a diventare un sistema operativo multipiattaforma, un layer virtuale verso gli applicativi web. I tentativi di migliorare le prestazioni di Javascript vanno senz’altro in questa direzione.

Seconda parte con domande, laddove l’autore specula nuovamente sul futuro con lievi derive non-sense

Che il futuro ci riservi la lenta trasformazione dei sistemi operativi odierni in un sottile strato di interfaccia tra l’hardware ed il browser? Photoshop CS10 sarà un’estensione di Firefox? Quanti strati può avere la cipolla prima che il cuore diventi irraggiungibile? Ed un giorno, a qualcuno fregherà di dove stia il cuore, o ci si accontenterà di sentirlo pulsare in lontananza, e rianimarlo all’occorrenza?

CAPTCHA!

Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart.

Ogni volta che, durante la registrazione al Sito Figo del Momento, digitiamo le lettere distorte e colorate – e sbagliamo più del previsto: sarà un 1, una I o una l? – veniamo sottoposti ad un test di Turing completamente automatizzato, volto a capire se siamo uomini o programmi che si iscrivono al solo scopo di rompere le scatole al prossimo. L’assunto è che per il malvagio bot sia facile generare dati anagrafici a caso; molto meno leggere lettere distorte. Gianni, come si fa a non essere ottimisti?

Se fate colazione a pane e Blade Runner ricorderete che, all’inizio del film, l’androide sottoposto al test andava in forte sbattimento; non succede ai programmi che una volta su cinque riescono a leggere i captcha di Google, registrando indirizzi @gmail.com da cui poi inondarci le caselle di posta con annunci su come trovare il partner sessuale più vicino.

Pare proprio, quindi, che le lettere distorte non siano più sufficienti. Una percentuale di successo del 20% per un bot è elevatissima: prova finché non ce la fa e non vuole neppure gli straordinari.

Ma l’uomo è creativo! Non solo inventa modi sempre più sadici per massacrare l’alfabeto e stiracchiarlo sino ai confini dell’universo, ma per capire se dietro alla tastiera ci sia o meno un cervello è disposto persino a

[ via Coding Horror ]

Aggiornamento: menzione d’onore

GRAVATAR: I HAS IT

In realtà ce l’avevo già, ma qui non si vedeva.

Se ne volete uno anche voi,  gravatar.com. Utilità? Nessuna, se non quella di soddisfare il vostro narcisismo con un’iconcina personalizzata accanto al commento in tutti i blog che lo supportano.

Ah, il titolo non è un refuso: nel caso non abbiate ancora sentito parlare dei lolcats, fatevi una cultura

Feed for free

Se mi seguite assiduamente, saprete che ho una vera e propria ossessione nei confronti dei feed RSS.

Purtroppo non tutti i siti fanno uso di questa tecnologia nuovissima (?): alcuni per scelta, altri per motivi tecnici non meglio precisati.

Utilizzo già da qualche mese Feed43 per domare i pochi siti che vorrebbero costringermi alle continue sessioni di click; a titolo di esempio, ecco i feed di un paio di siti domati:

La strip quotidiana di eriadan

Gigi, la piccola oloturia

Entrambi i siti hanno già un loro feed, ma… privo di immagini, il che non è il massimo per un fumetto online.

Si accettano consigli: se c’è un webcomic che seguite con assiduità ma non vedete ombra di RSS, sottoponetelo nei commenti ed io cercherò di ricavarne un feed. Feed43 è molto semplice da usare e non richiede registrazione, ma se non avete voglia di cimentarvi posso sacrificare un po’ del mio preziosissimo tempo libero per la diffusione del Sacro Verbo.

Tag – 2

43folders ci insegna come diventare maestri di tagging-fu.

I consigli sono piuttosto sensati. Il primo è ovvio (sempre in guardia, quando qualcosa sembra ovvio! Le mani del diavolo compiono gesti banali!): concentrarsi su cosa si sta per etichettare. Differenti classi di oggetti richiedono tag differenti.

Il problema delle duplicazione è meno evidente: ad esempio, la maggior parte delle macchine fotografiche digitali inserisce automaticamente il produttore, il modello, la data e molti altri dati nei tag exif. Gli mp3 hanno già un autore, nei tag id3. Non ha senso ribadire queste informazioni assegnando ulteriori etichette, a meno che il sistema incaricato di gestire le etichette non sia del tutto sprovvisto di mezzi per estrarre questi metadati.

Il terzo consiglio è il più interessante: stabilire delle categorie.

Per quanto si possa essere tentati di affibbiare ad una foto tag come “Mare Blu Cielo Azzurro Gabbiani Sabbia Vacanza”, questo porta in fretta ad una massa poco organizzata che finisce per perdere la funzione primaria di aiutare nella ricerca. E’ probabile che, andando alla cieca, si finisca per dimenticare etichette o per duplicarne altre.

Stabilendo a priori delle categorie, invece (Luogo, Evento, Persone, Cose, per citare classi piuttosto banali) ed assegnando tag che rientrino nelle categorie, l’insieme di etichette acquisisce spontaneamente una sua coerenza.

Effetti collaterali? Più d’uno, ovviamente:

  • Progettare le categorie a tavolino può portare via del tempo
  • E’ irrealistico pensare di progettare delle categorie perfette: con il tempo, si troveranno senz’altro classificazioni più razionali od efficaci. Ed i dati già “taggati” secondo i canoni obsoleti? O si riprendono in mano e si rietichettano, o bisogna sopprimere l’impulso ossessivo-compulsivo e tenersi dei dati poco accurati. (Sono solo io ad avere di queste turbe? Spero di no, miei geekissimi lettori)
  • Nell’inutile articolo precedente, “Tag“, si esaminava un’importante vantaggio del tagging dal punto di vista cognitivo: eliminare quel momento di blocco a cui il cervello va incontro quando deve tradurre la propria percezione, basata per natura su etichette quanto mai variopinte e differenziate, in una rigida categorizzazione imposta dall’alto. Beh, rispondere alle domande: “Dove ho scattato questa foto? In che occasione? Ci sono delle persone? Quali? Ci sono degli oggetti importanti? Quali?” è senz’altro più facile che dover stabilire se la foto in questione stia meglio nella cartella “Vacanze” piuttosto che in “Sicilia” piuttosto che in “Vercingetorige”, ma è comunque più laborioso che affibbiare una manciata di tag a caso, i primi che vengono in mente.

Sono sinceramente curioso – come lo ero quando scrissi il primo articolo – di sapere se il tagging prenderà davvero piede o sarà rimpiazzato da qualche altro sistema di classificazione. Si è già timidamente affacciato anche sui nostri desktop, sia nei programmi che gestiscono collezioni di fotografie (sì, pare che questa sia proprio la killer application) che in ambiti più esoterici: tanto Spotlight quanto Tracker consentono di aggiungere tag ai file per facilitare la ricerca.

Tuttavia, sono convinto che la stragrande maggioranza degli utenti organizzi ancora i propri dati utilizzando gerarchie di cartelle – in qualche caso neppure quelle, ma spero sia l’eccezione e non la regola.

Probabilmente questo avviene anche in mancanza di una implementazione seria e consistente in ambito desktop.

Sì, perché se perdo tempo ad assegnare tag ad un file vorrei che questi diventassero parte integrante del file, che rimanessero legati ad esso anche se viene spostato o rinominato, che fossero interpretati correttamente da ogni applicazione: i programmi che attualmente forniscono una struttura di ricerca basata su etichette, invece, per lo più si appoggiano a database esterni quanto mai labili e sommamente incompatibili tra di loro, com’è ovvio – anche se non dovrebbe esserlo, in un mondo giocoso e colorato.

Forse c’è da sperare che i filesystem si dotino tutti delle strutture adeguate a contenere metadati e ad operare ricerche su di essi. Fintanto che il 99% delle nostre pendrive sarà formattata in FAT, un filesystem di appena trent’anni fa, credo che più che di speranza si possa parlare di un bel sogno.