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2 – 8-ɟʇn

˙ǝuoızɐlɐuƃǝs ɐl ɹǝd oıʌɐ oızɐɹƃuıɹ

x so o sʍopuıʍ oʇʇos os uou ˙ıʌıʇunıƃƃɐ ıɹǝʇʇɐɹɐɔ ǝɹɐllɐʇsuı ɐzuǝs ‘ɹɐʍƃuǝʇ uı ǝsɐɹɟ ɐl ǝɥɔuɐ opǝʌ ossǝpɐ – osǝʇsǝ ǝʇuǝɯɹoıɹǝʇln è ıs 8-ɟʇn,llɐ oʇɹoddns lı odɯǝʇʇɐɹɟ lǝu ǝ ‘ʇsod lǝnb ɐp ıuuɐ ıʇɐssɐd ouos

Migrazione

Poniamo di aver acquistato un iMac (non l’ultimissimo, quello uscito ieri, ma il modello immediatamente precedente) per il nonno.

Poniamo di accenderlo: all’accensione, una schermata chiede: «Che c’hai della roba su un altro Mac che vorresti qui?»

Guardando l’iMac rosa lì accanto, risalente al 2000, pensiamo «e certo!» e clicchiamo su “Sì”.

Beffardo, quello nuovo ci dice: «Va bene: attaccami all’altro con il cavo firewire, e riavvialo tenendo premuto “T”».

Ipnotizzati, eseguiamo… ci vorranno circa venti minuti, dice.

Passati i venti minuti, ci chiede di scollegare il cavo firewire. Alla schermata di login, accediamo al sistema con le solite credenziali – come password, rigorosamente, la data di nascita – e ci ritroviamo di fronte al wallpaper che c’era sull’altro computer.

Beh, nulla di difficile.

Ed i documenti sono tutti al loro posto.

Che ci vuole, in fondo.

Anche la posta e le impostazioni di sistema, quindi siamo già in rete.

Beh, nulla di troppo complicato.

Anche tutte le applicazioni sono lì al loro posto, ed i collegamenti occhieggiano dal dock. Ne apriamo un paio: funzionano. Anche se alcune sono state compilate per un processore PowerPC, mentre adesso stanno girando felici su un Intel Core 2 Duo.

Mentre ce ne andiamo, ripensiamo ai brividi freddi che ci tormentano quando un amico compra un nuovo pc e ci chiede di trasportare i suoi dati. La mente corre a smontaggi e rimontaggi di hard disk, a cercare di trasferirli via rete ma no, non si può fare perché il vecchio pc non aveva una scheda di rete, o ce l’aveva troppo lenta, oppure quei cavi usb che esportano usb-storage da entrambe le parti ma no, perché sul vecchio c’era solo una usb 1.1. E quando il problema del collegamento fisico dei due computer viene in qualche modo risolto, siamo nelle mani di “Trasferimento guidato file ed impostazioni”, un programmino scritto in fretta, con il nome più lungo di quello che fa.
Anche se saremo riusciti a trasferire i dati, l’amico ci informerà che lui usava sempre “FlipperSheet”, un bellissimo foglio di calcolo con flipper treddì integrato che aveva sul pc vecchio, e lo vorrebbe anche sul nuovo. Alla richiesta del cd di installazione ci ride in faccia, ed iniziamo a trasferire a mano file, chiavi di registro e dll, nella speranza che vada… speranza vana, dopo mezz’ora di ricerche in rete scopriamo che non gira con XP.

Per fortuna gli amici che usano Linux non ci chiamano per migrare i loro dati… ma se chiamassero, una copia bruta della home basterebbe. Se servisse avere subito tutti i programmi già installati, probabilmente una copia dell’intero hard disk farebbe il suo lavoro – metodo crudo, ma efficace per riavere il sistema esattamente com’era. Anche se occorrerebbe aggiornare almeno il bootloader ed eventualmente il kernel… ma ci siamo capiti. Più plausibile che l’incubo Windowsiano, ma comunque distante dal “collega il cavo, riavvia premendo T ed aspetta”.

Uso principalmente un PC compatibile per un sacco di motivi; credo che di strada da fare, per avvicinarci all’immediatezza di casa Apple, ce ne sia ancora parecchia. E non basta scopiazzare gli effetti grafici: la differenza sta in piccolezze come questa della migrazione. Nel poter creare un array RAID trascinando le icone degli hard disk, nell’avviare apache e samba con una spunta, nell’avere la cartella home crittografata in modo trasparente con un paio di clic.

Linux “prende spunto” ed in qualche caso migliora. No, Compiz Fusion non ha più stile di Aqua, per ora è solo un’accozzaglia di effetti grafici carini e qualche volta utili. Un’accozzaglia che uso ed aspettavo da parecchi anni, ma è un altro discorso.

Windows si fa gli affari suoi, e quando scopiazza dimostra di non aver capito ciò che sta copiando. In qualche modo, però, evolve anche lui e sono curioso di vedere che piega prenderà negli anni a venire.

Sensori

Un esperimento semplice semplice.

  • Munitevi di macchina fotografica digitale o cellulare in grado di scattare foto
  • Munitevi di telecomando ad infrarossi
  • Andate al buio
  • Puntate il telecomando verso l’obiettivo della macchina e premete tasti a caso sul telecomando
  • Osservate le lucine che compaiono sul display della macchina e meditate: lei vede l’infrarosso, voi no
  • Eventualmente scrivete il colore delle luci nei commenti, pare ci sia una certa variabilità in funzione del sensore

Uncanny Valley

Il trailer di Beowulf, completamente in computer grafica, diretto da Zemeckis (Grande Giove!) e sceneggiato nientepopodimeno che da Gaiman (!) mi ha fatto per l’ennesima volta osservare con attenzione i modelli umani e chiedere: ma, prima o poi, saranno davvero perfetti ed indistinguibili dalle controparti?

Pare che il problema non sia solo mio e qualcuno abbia elaborato una teoria pseudoscientifica – ma verosimile – che investiga sul dilemma: perché Lisa Simpson, che è gialla, ha degli enormi occhi tondi ed ha quattro dita, sembra più umana dei personaggi del film di Final Fantasy?

La pagina di Wikipedia sull’Uncanny Valley riassume l’argomento. Pare sia più facile notare le caratteristiche umane in soggetti che di umano hanno poco, mentre all’aumentare del realismo scatti un meccanismo completamente opposto. E, forse per motivi antropologici, abbiamo un’innata paura nei confronti di quello che sembra umano ma non è umano. Dannati manichini, dannate bambole di ceramica. Dannati clown. Ah no, quelli sono umani.

Secondo me no.

Interfacce – 4

Breve vademecum per non impazzire di fronte alle interfacce ostiche

Può capitare – e di solito capita spesso, per i motivi più disparati – che siate costretti ad usare proprio quel programma dall’interfaccia scomodissima, che avete accantonato e deciso di non usare mai più perché vi provocava una ferma volontà di suicidio.

Ecco una serie di domande che potrà guidarvi nell’esplorazione, cercando di salvaguardare la vostra sanità mentale.

Ma l’autore ha mai usato il programma che ha scritto?

Se la risposta è no, gettate pure la spugna: non è così raro imbattersi in programmi scritti in fretta e furia da qualcuno per qualcun altro, e non è neppure così raro che qualcuno e qualcun altro non si conoscano per nulla (e se si conoscessero passerebbero le giornate a sputarsi in faccia).
In simili condizioni non ha senso pretendere che l’interfaccia sia utilizzabile.
Se, invece, con buone probabilità l’autore è anche utente del programma, possiamo porci la seconda domanda.

Ma l’autore usa lo stesso sistema operativo/browser/ambiente che uso io?

Ecco il secondo scoglio. Quel sito completamente inutilizzabile con Firefox può essere un gioiello se visto con Explorer; l’interfaccia di iTunes o Safari sembra decisamente fuori posto in Windows, ma vi assicuro che quando queste due applicazioni girano “a casa loro” in OS X la musica è diversa.
Anche in questo caso c’è poco da fare: se non potete mettervi nelle condizioni ideali per far girare l’interfaccia, probabilmente la scomodità non se ne andrà. Nel caso possiate, passiamo alla terza domanda…

Ma l’autore usa le stesse funzioni che uso io?

Domanda non del tutto scontata, ma rilevante. Perché il programma accende il modem e cerca di telefonare alla polizia quando scrivete una lettera accentata? Probabilmente perché l’autore non ha mai usato lettere accentate, ed ha previsto la possibilità di farlo solo per completezza o perché qualcuno come voi ha rotto le scatole con (non sufficiente) intensità.
Ma poniamoci nel caso migliore: sì, il programmatore usa le vostre stesse funzioni nello stesso ambiente operativo. Viene da chiedersi…

L’autore è masochista?

Nella stragrande maggioranza dei casi no, ed il problema è che l’interfaccia fallisce in un punto cruciale: comunicare la propria filosofia d’uso.
Perché è così scomodo spostare le finestre con il mouse? Forse perché non serve farlo.
Spesso, quando percepiamo un’interfaccia come scomoda, stiamo cercando di usarla impropriamente. Anni di Windows, ad esempio, ci hanno abituato all’idea che ogni finestra abbia un proprio menù… né OS X né, ad esempio, Amiga Workbench partivano da questo assunto – ed in effetti è più facile raggiungere un menù posto nella parte alta che uno condensato in una striscia di pixel in mezzo allo schermo, ma non divaghiamo.

Può capitare che, investendo un po’ di tempo per cercare di capire come il programmatore intendeva farci utilizzare la sua interfaccia, la stessa si dimostri meno ostica del previsto. Non è una ricetta universale, ma in qualche caso salva la pelle.

Passatempi

Uno poco sano e poco economico: seguire il tragitto del proprio treno con Google Maps ed un’antenna GPS.

All’inizio è anche divertente, poi inizi a sentirti piccolo piccolo. Ed il mondo pare grande grande, e tutto pare distante distante.

Familiarità

Da tenere presente la prossima volta che ci verrà voglia di decantare l’immediatezza dell’interfaccia che usiamo: confondere la familiarità con la superiorità.

Lo studio (dagli esiti tutto sommato prevedibili) sostiene che è facilissimo scambiare la familiarità con un certo tipo di interfaccia utente per superiorità della stessa; io ho sempre predicato la superiorità della notazione polacca postfissa per le calcolatrici scientifiche…

Il divertimento sta tutto, come ben sanno coloro che amano fare proseliti, nel tentare di giustificare in ogni modo possibile le proprie preferenze. E ci scalda anche parecchio

Bibliografia

  • Operational Research for dummies, Christmas Edition
  • System Administration & Parser Programming in Five Lessons
  • Tabelle di somma e prodotto per numeri in base da 1 a 500
  • Cinquanta nuove funzioni multilineari e cento n-varietà di interesse ingegneristico (Best Seller)
  • Controllo digitale e controllo mentale: una visione d’insieme
  • Spazi vettoriali e sistemi di generatori in corrente continua: le nuove frontiere
  • Sistemi non lineari per il calcolo dei primi n numeri pari
  • 1+1=2: ne siamo proprio sicuri? Spunti sull’argomento
  • Analisi: materia di indagine o strumento di distruzione di massa?
  • La prova del 9: antica ma ancora attuale tecnica di verifica
  • Lo zen e l’arte di trovare il determinante di matrici sparse
  • Appunti sulla mercificazione del corpo dei quaternioni sghembi
  • Cinquanta nuovi meccanismi epicicloidali
  • Lista aggiornata di tutti i semi non validi per gli algoritmi di generazione numeri casuali (aprile 2001)
  • Dispense a cura del DIST dell’università di Genova: Tempi di chiamata della funzione lookfor di Matlab per tutte le chiavi disponibili nella versione 6, disponibile anche come file pdf.

Aprile 2001. Si ringraziano Federico e Sandro.

Interfacce – 3

La recente diffusione di Quicksilver per Mac – osannato dai suoi utenti come la panacea, Deskbar per GNU/Linux e l’Instant Search di Windows Vista (senza contare progetti di terze parti come Colibrì o Launchy) è la dimostrazione che l’interfaccia a linea di comando, ben lungi dal morire, sta vivendo una seconda giovinezza.

Per chi non avesse capito di cosa stiamo parlando: i programmi che ho citato sono cosiddetti launcher, ossia programmi che consentono di caricare altri programmi.

Cos’hanno in comune i launcher di cui sopra? Sono veloci e sono i diretti pronipoti dell’interfaccia a linea di comando, quella che molti utenti odierni conoscono solo in una delle sue incarnazioni più spartane: il famigerato “Prompt dei comandi” che ancora oggi occhieggia dal menù Avvio.

L’idea è semplice. Ho installato sul mio computer circa 300 programmi.
Quanto tempo impiego a trovare un’icona specifica fra 300 icone sul mio desktop (ammesso che ci stiano)? Parecchio.
Quanto tempo impiego a trovare una voce specifica in un menù che ha 300 voci? Se le voci sono almeno divise per categorie, meno tempo che a trovare l’icona sul desktop. Avrò bisogno di qualche secondo, se so già dove andare a cercare.
Quanto tempo impiego a scrivere il nome del programma che voglio avviare? Se lo devo scrivere per intero e senza errori di battitura potrei avere qualche difficoltà, specie se non ricordo il nome esatto o se nel nome c’è qualche carattere “strano”. Questo è il limite principale del Prompt dei comandi di Windows, cmd.exe.
Se, invece, dopo aver scritto ogni lettera mi viene presentata una lista di possibili programmi che iniziano con quella lettera (Autocomplete) o che contengono quella lettera, ogni tasto che premo ridurrà drasticamente le possibili scelte. Idealmente le possibilità si saranno ridotte ad una nel giro di cinque tasti.

Ci sono strategie per accelerare ulteriormente il processo.
Quicksilver, ad esempio, ricorda quali programmi uso più spesso: dopo un po’ di allenamento è probabile che sia sufficiente scrivere “f” per evidenziare come scelta più probabile Firefox, il che equivale ad aver creato automaticamente una scorciatoia per avviare il programma.

Estendendo questo concetto non ai soli programmi ma a qualsiasi documento presente nel disco rigido (integrando, cioè, gli applicativi di cui sopra con altri come Spotlight, Beagle/Tracker, Google Desktop Search) otteniamo un’utopia da tempo cercata: l’accesso a qualunque risorsa si traduce in sequenze di pochi tasti, senza bisogno di ricordare con precisione nomi, categorie o percorsi.

Attenzione agli estremismi: l’interfaccia a linea di comando non è sempre la più adatta. Ci sono casi in cui un mouse è un complemento irrinunciabile alla tastiera, come nel caso dei programmi di grafica e fotoritocco. O per gli sparatutto in prima persona, sempre siano dannati i joypad quando usati a tale scopo…