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Viaggio – 25 par

Bene, mi ha lasciato qui a masticare questi popcorn inesplosi, sai quelli che si annidano sempre in fondo al sacchetto insieme a tutto il sale, e detesto quando fa così, mi lascia semplicemente qui senza spiegazioni il che non può che farti sentire poco importante o peggio considerando che svolgi tutto sommato bene il tuo lavoro di scimmia che mastica e macina e sicuramente non ha capito qualcosa perché è vero che il macinare è fastidioso ma è il mio lavorio che nel bene o nel male fa affiorare elementi dispersi cavalcando sul gioco dei collegamenti.

Le emozioni si ancorano a qualcosa, si veda o non si veda, senza il mio ripescar giocattoli e riproporli c’è solo una nebbia indistinta e la sensazione di trovarsi dentro ad una pellicola umida ed opaca mentre da fuori provengono luci a cui non sai dare spiegazione… o così credo. Comunque.

Sicuramente so tenermi impegnato mentre lui fa viaggi sciamanici, perché se la sensazione di grigio minaccioso non proviene da me sicuramente da me proviene la lavatrice che girando ti risucchia il cervello come fumo ogni mattina alle sette mentre il piano suona quelle cinque note distorte distrutte distanziandole, mentre la coperta sulla testa non basta a salvarti il cervello che davvero viene risucchiato e l’arco ti guarda minaccioso con il suo unico occhio da dentro l’armadio e sai che non puoi evitarlo per sempre, se la lavatrice vuole il tuo cervello lui reclama la tua sensazione di stabilità – un’illusione anche quella, lo sapevi? – e quindi non ti toglie di dosso quell’occhio senza palpebra ma non truce come l’altro famoso, semplicemente inespressivo ma capace di attendere per sempre nella vacuità.

Ed il suo silenzio diventa presto un wa wa wa wa WA WA WA WA che alla fine ti trapana le tempie perché non c’è rumore più esplosivo del silenzio e dolore più acuto di quello che potresti provare da un momento all’altro se quella lama che stai immaginando sulla tua pelle esistesse davvero e si muovesse affondando quel che basta ad incidere per togliere non il cuore ma quegli organelli sconosciuti piccoli freddi lividi e superficiali che non sai di avere ma già ne senti la mancanza.

L’errore sta anche nel credere che io divaghi sempre verso il freddo e buio ed i macchinari del mondo. Le mie vette concettuali partono dagli assiomi di Peano e ti tirano fuori di quei castelli che il signore di Baux! al confronto è un costruttore sui sassi.

Io posso spaziare quasi ovunque, paradossalmente non posso muovermi in una zona che secondo alcuni è il motivo stesso della mia esistenza, ho questo limite congenito di non capire bene cosa sono o meglio, un’idea ce l’ho, io ho idee su qualsiasi cosa, persino su questi popcorn inesplosi, e tra le tante idee c’è l’idea di me che parlo o mastico o penso ed aggrego su di me o meglio su questa mia idea di me pensieri su pensieri come le cozze si attaccano agli scogli o i cristalli crescono quasi spontaneamente. Così pare che quest’idea di scimmia sia nata dall’idea di scimmia che specula sull’idea di scimmia, ed ogni speculazione genera nuovi aggettivi ed io divento più dettagliata nel mio stesso lavorio – ma dov’è iniziato tutto questo? Non posso credere di essere in origine una tabula rasa che aggrega concetti, su che base poi? Non posso osservarmi fare cose posso solo osservarmi osservare ed è l’idea stessa che ho di me a dare la sensazione di osservarsi e crescere così.

Quando mi guardo allo specchio e vedo tre occhi, sono io o il mio riflesso ad aver sviluppato per primo il terzo occhio? E cosa ha spinto tanto me quanto il mio doppio nel mondo dello specchio ad avvicinarsi al vetro nel medesimo istante? Non posso spiegare tutto con la simmetria ed il discorso si complica se ammetto che la scimmia dello specchio non veda me, riflessa, ma veda una terza scimmia, che a sua volta ne vede una quarta che ne vede una quinta ed in questo gioco infinito ciascuna scimmia si sincronizza con quella prima e quella dopo e da una è vista mentre ne guarda un’altra, ma io che sono l’originale – o non lo capisco più? E qui già un primo abbozzo di senso di morte – non sono guardata da nessuno.

Ma se l’albero cade nella foresta e nessuno lo vede, che rumore fa? E se nessuno mi guarda allo specchio io esisto? Il guaio è quando non solo l’universo è un’illusione, ma sei tu che lo vedi ad esserlo, ed io credo che sia così che si è sentito Apollo quando ha capito di non essere non solo tra i propri adoratori ma neppure tra i propri credenti ed è così che mi sento io, cerco solo l’oblio che nasce dal guardare me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che…

Viaggio – 26

Ho caricato la salma in una rete e la tengo in spalla. La rete. Cioè, anche la scimmia… dentro la rete.

Pare proprio andata. Non che sia un problema, intendiamoci… da principio credevo fosse preoccupante. Poi ho iniziato a credere che fosse preoccupante il fatto che avevo smesso di preoccuparmene. Ora penso, per lo più, che sia preoccupante il volersela portar dietro. Nel dubbio lo faccio, obbedendo ad un principio universale di conservazione e massima economia.

L’incontro con ManoDiBianco è storia moderna, anzi recente. Direi pochi minuti fa.

ManoDiBianco ha quella pelle dipinta di bianco che solo un mimo da strada sopporta senza lamentarsi e quegli occhi neri e languidi che sembra sempre ti frughino un po’ dentro. Parla per lo più con il suo (bianco) pennello, ed adesso (come dicevo, storia recente) anche con me.

«Lo vedi, il mio bianco pennello? Esso cancella!»
«Vedo, vedo. E’ molto grave?»
«Gravissimo! Le cose belle? Esso te le strappa via!»
«Tipo?»
«Dimostro!»

Il “dimostro” mi avrebbe gelato il sangue, se non fosse ormai da tempo ridotto a passato di pomodoro surgelato.

«Ricordi la ragazza dell’uvetta
«Francamente no, ManoDiBianco. E’ grave?»
«Allora non ti dispiacerà se imbianco!»

Il pennello scivola frusciando nella mia mente. Sento scivolare via qualcosa di importante e tenero, ma non importa né tenera.

«Ho capito, ManoDiBianco! Quelli della tua razza infestano i racconti melensi e sottraggono i ricordi alla gente. E, poiché i ricordi sembrano essere l’unica cosa che ci portiamo dietro – come io questa scimmia morta – nella nostra misera vita, privare qualcuno dei ricordi è un atto bieco e crudele, che desta in ognuno di noi un intimo senso di repulsione!»
«Esatto! Inoltre raccolgo punti amnesia. Li incollo su questa tessera, ed ogni venticinque punti un coccio delle feste! Regalo della direzione!»
«Pensavo lo facessi con fini didascalici.»
«Perché non hai visto quanto son belli i cocci delle feste!»

Detto fatto, mi dà una bella spennellata su Giulio.

«Ehi, domatore di scimmie! Non ci siamo! Per niente ci siamo!»
«Hm?»
«Paura? Angoscia? Rimpianti?»
«No no.»
«Nostalgia per quello che ti strappo? L’umanità?»
«Macché.»
«Sono cose che non rivedi più! Ci hai pianto! Amato! Odiato! Vissuto! Ed io cancello e ciao ciao!»
«Lo so. Sulla carta dovrebbe essere atroce, invece…»

Ci guardiamo a lungo. Ha quell’espressione afflitta che solo l’idraulico quando non riesce a ripararti il water e dovrebbe spaccare il muro ma alle sette sua figlia si sposa e sono già le sei ed il tempo che ti togli gli stracci di dosso ed una doccia – o anche il dentista quando non c’è niente da fare ed il dente va estratto.

No, quella dell’idraulico, a guardarlo proprio bene.

«Sei triste. Una persona triste, signore, e lo sarai sempre di più!»
«Guarda, niente di personale; in tutta franchezza, mi sembrerebbe sano essere triste. Però nulla, che posso farci? Non c’è tensione, non c’è emozione…»

Alla fine se n’è andato. Mi ha lasciato un coccio delle feste, ancora imballato nella plastica con le bolle che scoppiano. E’ anche stato a guardare per un minuto buono alla ricerca di una qualche smorfia da parte mia: un sorrisetto, un sopracciglio aggrottato, qualcosa. Lui era così felice alla vista dei cocci delle feste, pare…

Ma niente. Ora sono di nuovo qui, solo con quel che resta della scimmia. E prevedo che sarò solo per molto tempo ancora, ma non importa. La tombolata di Natale è più facile se hai il tabellone e tutte le cartelle.

Viaggio – 25

Non ricordo esattamente come sono uscito dall’attrazione: la scimmia dice che sono svenuto e mi sono ritrovato fuori. L’idea di non essere il primo ad usare questo espediente narrativo mi ripugna a tal punto che ho deciso di fornire una versione diversa: neppure dieci minuti di training autogeno, ed ecco che Ignazio, l’Ibis Ignobile e Maurizio, la Marmotta Marmorea sono venuti al mio carrello e mi hanno scortato all’uscita.

La scimmia dice che sono un falsificatore di ricordi, ma è tutta invidia: a lei non hanno dato il biglietto per un viaggio sciamanico gratuito, così ora io sono seduto in questo cinema e la stupida bestia è rimasta all’ingresso, a masticare pop corn. O quel che è, per essere pop corn erano un po’ troppi amari.

Il cinema è decisamente vecchio stile. I sedili sono pochi, in legno, tutti alla stessa altezza. La luce principale era spenta, quando sono entrato, eppure ho capito quale fosse il mio posto anche nella penombra: il sedile isolato al centro della sala.

Sì, è proprio isolato: manca il posto immediatamente a destra e quello a sinistra, ed anche davanti e dietro non c’è nulla. Così non corro il rischio di vedere capelli cotonati invece del film.

Le luci si spengono, il pagliaccio sullo schermo intende farmi da Cicerone. O da Virgilio, o più probabilmente da Beatrice.

«Benvenuto al viaggio sciamanico!»
«Grazie, pagliaccio. Le luci non le spegnete?»
«Ah, scusa.»

Si spengono le luci, tacciono le voci.

«Ora rilassati e fissa lo schermo, ed il viaggio inizierà!»

Mi rilasso. Sullo schermo, in un riquadro, Benny Lava. Sopra e sotto, strisce con i video “Related”.

Guardo per un minuto buono.

«Scusa, pagliaccio…»
«Uh?»
«Ho pagato per un viaggio sciamanico.»
Mento, non ho pagato, è un omaggio. Ma ti stanno sempre a sentire di più, se dici che hai pagato.
«Certo, cliente. Ed allora?»
«Ecco, pagliaccio, vedi… il viaggio sciamanico avrebbe anche una sua etichetta da rispettare, non so se mi spiego. Nel senso: magari poi ognuno lo vede a modo suo, ma il tunnel… i riquadri colorati… il senso di unità… sprofondare nell’anima del mondo…»
«E non è quello che stai vedendo?»
«Veramente no. Quelli sono indiani che cantano e ballano, doppiati come se parlassero in inglese. Si perde un po’ della poesia.»
«Stai vedendo l’inconscio collettivo che scorre.»
«No, sto vedendo YouTube. Fidati.»

Silenzio. Finisce il video, ne parte subito un altro. Related.

«C’è differenza, cliente?»
«Boh… beh… Comunque questa cosa dell’inconscio collettivo non l’ho mai capita.»
«Probabilmente perché non ne sai un accidente. Ma va avanti.»
«Collettivo nel senso che è una base uguale per tutti – e quindi io posso aggiungere roba, ma non rifluisce nel calderone comune – o collettivo nel senso che è collegato, e c’è una corrente che continuamente scorre tra una persona e l’altra?»
«C’è differenza, cliente?»
«E che palle! Sono capace anch’io a rispondere con domande ambigue!»
«Mi sembra ovvio. Parli come se YouTube non l’avessi creato tu.»

Com’è, come non è, continuo a guardare video.

Neppure dodici ore, e capisco cosa intendeva dire.

Esco soddisfatto. All’uscita, la scimmia giace stecchita a pancia in su sull’asfalto, con le braccia e le gambe aperte. Una stella di mare pelosa.

La guardo esterrefatto, e vengo assalito da pensieri paranoidi di varia specie: per qualche imperscrutabile motivo, non mi sembra un buon segno che sia morta. Corro alla ricerca di una cabina telefonica per chiamare il pronto soccorso veterinario, ma da quando abbiamo tutti il cellulare in tasca le cabine sono una rarità…

Viaggio – N

INCREDIBILE!

Da oggi, e per tutte le prossime estati, i raccontini della prestigiosa serie “Viaggio” hanno una pagina tutta loro!

Mai più crampi alle dita! Basta con i morsi della fame! Al bando la banda passante!

Mostrami subito questa portentosa pagina

Autorizzazione ministeriale concessa. Può avere effetti collaterali imbarazzanti. Non perforare né bruciare neppure dopo l’uso.

42 – oiggaiV (e addendum)

Cammina cammina, eccomi arrivato al luna park.

La scimmia è appollaiata sulla spalla sinistra. Questa sera è loquace. Il suo mormorio è una presenza costante, nella mia vita… anche quando esagera è il mio strumento principale per capire la realtà. Senza il suo flusso continuo di parole probabilmente mi sentirei perso. O forse no, dopotutto un fiore è un fiore… ma non divaghiamo.

“Casa dei carrelli in moto”, recita l’insegna arcuata all’entrata dell’attrazione. Beh, che sia una casa è positivo. Chissà perché tutte le attrazioni di questo tipo sono “case”. E’ piacevole, sentirsi a casa; forse è per questo che le case infestate fanno tanta paura. Infestatemi tutto, ma non la casa. Signore degli usci, fa’ che io possa sempre chiudermi in casa e lasciar fuori i demoni che mi inseguono.
Quanto ai carrelli in moto? Sono curioso, entro. E’ gratis.

Su ogni carrello c’è spazio per parecchi passeggeri, ma ho i miei tempi: preferisco sperimentare da solo, con calma. Poi, quando mi sento a mio agio, posso condividere l’esperienza senza timore di esporre il prossimo a rischi inutili o noia eccessiva. Magari il secondo giro lo farò in compagnia, per adesso saliamo.
Io e la scimmia, intendo. Si guarda in giro, muta… non per molto.

Salgo sul carrello ed aspetto che si muova. Siamo in un lungo tunnel, fuori dal tempo. Non vedo la fine. Le pareti in pietra nera, opaca, avvolgono decine di rotaie.

«Allora? Non posso aspettare qui fino a domani!»
Voleva suonare scherzosamente impaziente (o impazientemente scherzoso), ma l’atmosfera solenne mi gioca un brutto scherzo. Spero che nessuno mi abbia sentito o si sia offeso; è così difficile controllare le proprie parole, quando non puoi aspettare di averle rilette due o tre volte prima di premere invio. Ci si perde in spontaneità, certo, ma si guadagna in chiarezza.
La scimmia finalmente si ricorda di essere con me: indica una fessura nella parte anteriore del carrello. “Insert coin”, direi. Il mantra della mia infanzia e non l’avevo riconosciuto.

Mi frugo in tasca, ma la scimmia ha un consiglio migliore: «Guardati in giro…»
E’ vero. Fluttuano per aria, i gettoni, sospesi da chissà quale magia. O effetto speciale. O… insomma, chi se ne frega. Fluttuano.

Ne raccolgo una manciata, li inserisco con metodo ed il carrello si muove senza scossoni. Accompagnato da una melodia affatto spiacevole.

Neppure dieci metri e rallenta, la musica diventa greve. Direi che è il caso di inserire altri gettoni e vedere che succede.

Ad ogni nuovo gettone, il carrello accelera.
Vediamo a che velocità arriva, allora!
Forse il fulcro dell’attrazione è questo: una sorta di gara, in cui vince il più lesto ad acchiappar gettoni. Mi sarei aspettato qualcosa di più originale, ma la verità è che spesso crediamo di cercare novità ma stiamo cercando le solite cose con una maglietta diversa. Non c’è niente di più rassicurante del classico… ma senza un piccolo badge “beta” o “2.0” mostriamo il fianco al fastidioso tarlo della noia, e quello addenta spietato. Non fa nulla di costruttivo se non star lì e ripeterci che non dovremmo divertirci, perché una cosa l’abbiamo già fatta, e rifatta, e rifatta. Brutta bestia.

Il carrello corre, ma non sono sicuro di volerlo far sfrecciare più in fretta di così. Le montagne russe le proverò un’altra volta. Visto che posso scegliermi la velocità, cerchiamo di non esagerare.

«Quindi è un gioco di abilità, e non solo. Più vai veloce, più gettoni raccogli; una funzione il cui valore è semplicemente proporzionale alla pendenza è esponenziale, quindi la velocità tenderebbe all’infinito… senza la relatività di mezzo, e se la tua abilità nell’acchiappare ed inserire gettoni non avesse limite, ovviamente, e se la melodia non diventasse un po’ fastidiosa all’aumentare del ritmo. Del resto c’è anche un limite inferiore, perché la musica triste ti impedisce di rallentare troppo. Se smettessi di inserire gettoni ti fermeresti… e cosa diventa, una musica, se rallenti il tempo fino a zero? Una singola nota? Oppure il silenzio, visto che anche una singola nota ha comunque una sua frequenza, una sua periodicità…»

Guardo la scimmia, e quella tace.

«No, no, continua… mi interessava… sicché dici che se ci fermassimo…»
«In realtà non lo so, sono i limiti della speculazione. Sai, spesso per capire una novità devi esplorarne gli estremi: ti piace il sushi, ma quanto puoi mangiarne prima di stare male? Credi di poter fare a meno della televisione, ma quanto tempo puoi resistere senza guardarla?»
«Mi fermo?»
«Se hai abbastanza gettoni per ripartire, prova. Ehi, guarda quelli.»

Mi affianca una comitiva. Saranno in cinque, in sei… la scimmia incalza:

«Beh, ecco cosa succede a salire in tanti sul carrello. Il carico è maggiore, ed a parità di gettoni inseriti il carrello va più lento; di contro, ci sono più mani a raccogliere e conservare gettoni, quindi probabilmente il movimento è più fluido. Buffering, lo chiamano.»
«Varrà la pena di caricare così il carrello? Non si corre il rischio di non riuscire ad inserire abbastanza gettoni, e quindi di muoversi come lumache?»
«Stai partendo dal presupposto che andare lenti sia di per sé un male. Benzodiazepina, non toccarmi la tristezza! E poi, se ci si ferma almeno non si è soli. Uno può andare avanti e tornare indietro con un po’ di gettoni per far ripartire tutta la baracca.»
«Questo puoi farlo anche da solo.»
«Sì, ma devi fermare per forza il carrello.»

Perso nella conversazione con la scimmia, ho raccolto pochi gettoni. Sento la musica rallentare… non è piacevole, è vero, però ascoltarla in questo lungo tunnel ha un che di maestoso.

Vengo raggiunto da un ragazzo allegro con carrello in tinta. Mi guarda, mi squadra, sorride.
«Siamo alle solite? Vedi metafore dappertutto? E’ solo un parco giochi, filosofo!»

Devo averlo già visto da qualche parte. Filosofo, io? No, non sono un filosofo… mi stavo godendo il panorama.
«Tieni, almeno acceleri e la pianti con questo strazio.», urla, e mi lancia una manciata di gettoni.

Accidenti, un po’ rude da parte sua. Non contempla il fatto che rallentare potesse essere una mia scelta… ma lo facciamo tutti, si passa il tempo a misurare la vita degli altri con il proprio metro. E va bene, dunque, acceleriamo. Anzi, ora lo supero e gli faccio vedere! Sarò io a lanciargli gettoni!

Le buone intenzioni si spengono sempre troppo in fretta. Assorto nel compito di mantenere la velocità costante e rimuginando sulle mie preferenze musicali (così va bene? Meglio un po’ più veloce? O un po’ più lenta?) ho rinunciato alle gare di velocità. Non sono poi così competitivo, di natura.
Ma… un carrello fermo!

Dentro c’è un uomo seduto a gambe incrociate, gli occhi chiusi.

«E’ fermo, scimmia. Secondo te ha bisogno di una mano? Se gli serve qualche gettone per ripartire glielo do volentieri.»
«Ora sei tu a misurare la vita degli altri con il tuo metro. E se fosse una sua scelta?»
«Ah, giusto. Dopotutto, anche io volevo fermarmi. Scendo e chiedo.»

E’ un attimo. O meglio: un lungo attimo straziante. Smetto di inserire monete e sono fermo, a due metri dall’uomo in panne. Le previsioni teoriche della scimmia non hanno retto il confronto con la realtà: niente silenzio, niente nota. Solo una strana, profonda vibrazione. Direi quasi l’ohm tibetano, se non ne avessi già parlato una volta lungo il viaggio e non ci fosse in agguato il tarlo della noia.

Scendo dal carrello, salgo su quello del tizio fermo. Lui apre gli occhi e mi guarda, come terrorizzato…

«Che vuoi?»
«Ho capito il tuo insegnamento, maestro! La stasi, l’equilibrio e tutto! E’ meraviglioso stare fermi qui, e guardare gli altri che passano, affannandosi ad infilar gettoni…»
«In verità, in verità ti dico: sono molto orgoglioso di te. T’è avanzato qualche gettone?»
«Ecco qui tutti quelli che mi sono rimasti!»
«Ti servono?»
«Beh, immagino di no…»
«Me li dai?»
«Tieni.»

Mi fa segno di scendere dal carrello ed inserisce i gettoni nella fessura.

Ci avevo visto giusto: era bloccato qui. Peccato, speravo fosse uno che si godeva il panorama.

Torno sul mio carrello, la scimmia mi guarda riflessiva. Mormora, a fatica: «Era solo uno bloccato qui, eh?»
«Forse», rispondo, «o forse ha capito qualcosa più di noi ed ha voluto insegnarcelo ripartendo. Sai, i Maestri alle volte sono tipi strani.»

Visto che per ora non ho voglia di andare avanti a raccogliere gettoni mi fermo a sentirmi respirare. La scimmia dorme, io perdo la percezione del tempo… la stasi è dolce, a suo modo. Una volta ogni cento anni il custode ferma l’impianto, smonta tutto e controlla le rotaie.

Ma forse ne sono già passati ottocento o novecento, di anni, ed ancora non ho voglia di ripartire.
Prima o poi il tarlo della noia mi morderà, e via a gonfie vele.

«Scimmia?»
«Sì?»
«Dormi?»
«Non più.»
«Hai anche tu una sensazione di… déjà vu?»
«Ovvio.»
«E ci hai già rimuginato su, vero? Hai un mucchio di risposte da darmi?»
«Il fascino del tragico, la supponenza del didattico, bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, cose così?»
«Anche. Ma soprattutto… cos’è cambiato? Cosa c’è di diverso, rispetto all’altra volta? Se qualcuno non ci sentisse parlare, come capirebbe la differenza? Quanti modi ci sono di vivere la stessa esperienza?»
«Che palle. Torna a dormire, filosofo, oppure raccogli qualche gettone ed andiamocene da qui. Dormivo tranquillo e generavo mostri.»

Viaggio – 24

Cammina cammina, eccomi arrivato al luna park.

La scimmia è appollaiata sulla spalla destra. Questa sera è anche loquace. Per carità, ogni tanto è divertente sentirla parlare… Purché non esageri, come fa di solito.

“Casa dei carrelli in moto”, recita l’insegna arcuata all’entrata dell’attrazione. Un nome che invoglia, non c’è che dire. Ma entro comunque, perché la grafia tremolante del cartello all’ingresso sussurra “gratis” e da sempre sono vulnerabile a certe seduzioni sofisticate.

Su ogni carrello c’è spazio per parecchi passeggeri, ma mi sento solitario: siamo già in due, io e la scimmia, e la scimmia genera da sola più baraonda di un’intera scolaresca in viaggio d’istruzione. O viaggio-distruzione, ho preso parte molte volte a simili rituali ma il dubbio linguistico mi è rimasto.

Salgo sul carrello ed aspetto che si muova. Non c’è molto da vedere. Niente pupazzi animati decapitati, niente luci soffuse, solo un lungo tunnel.

«Allora? Non posso aspettare qui fino a domani!»
E’ una balla, ma suona convincente.
La scimmia mi guarda con aria severa, ed indica una fessura nella parte anteriore del carrello: un simbolo eloquente invita ad inserire gettoni.

«Eh, ma non ne ho!»
«Guardati in giro, animale.»
«Detto da una scimmia suona grottesco.»

I gettoni ci sono, pare. Fluttuano a mezz’aria. Ne raccolgo una manciata, ne inserisco uno e – meraviglia! Ma anche no – il carrello si muove. Vengo avvolto da una musica discretamente orecchiabile.

Neppure dieci metri ed il carrello rallenta, la musica cambia tono… Diventa triste. Discretamente triste.
Subito, inserisco un altro gettone. Ed un altro, ed un altro… Mi vuoto le mani, così per un po’ sono tranquillo.

Macché. L’aggeggio infernale si mette a correre come un pazzo, e la musica diventa cacofonia. Un casino, insomma. Discretamente.

«Sei proprio il genio che dici di essere! Hai capito che per mantenere il ritmo costante – e la musica discretamente orecchiabile – devi inserire continuamente gettoni. E per avere gettoni da inserire devi acchiapparli al volo. E più vai veloce, più ne prendi, ma non hai tasche dove tenerli, quindi non puoi prenderne quanti ne vuoi…»

Guardo la scimmia, e quella tace. Che creatura fastidiosa.

«Potresti aiutarmi, invece di assecondare loschi fini narrativi e ripetere a voce alta cose che abbiamo già capito.»
«No; lo sai che io mastico e parlo e basta. I gettoni raccoglili da solo. Dov’è il problema?»
«Il problema, stupida bestia, è che ogni tanto i gettoni in volo scarseggiano, e la musica diventa angoscia distillata, e non ho intenzione di trovarmi fermo nel mezzo del nulla con il mio bel carrello.»
«Ed io che c’entro? Non potevi fare come quelli là?»

Mi affianca una comitiva. Saranno in cinque, in sei…
«Vedi, genio? Sono in tanti e possono tenere nelle mani un sacco di gettoni in più!»
«Peccato che per mantenere una velocità decente, con tutto quel peso, debbano infilarne dentro alla fessura uno al secondo… Sai che vita.»
«Li inseriranno a turno.»
«In teoria. In pratica, quello magro lì davanti si sta dando da fare molto più degli altri.»
«Beh, ma si corre meno il rischio di fermarsi…»
«Dici? Guarda che i momenti di penuria di gettoni ci sono per tutti, e se il carrello è pesante e nessuno riesce a raccoglierne abbastanza…»

Perso nella conversazione con la scimmia, ho raccolto pochi gettoni. Oramai il carrello avanza con l’incedere di un carro funebre e la melodia trasuda tristezza a palate.

Vengo raggiunto da un ragazzo allegro con carrello in tinta. Mi guarda, mi squadra, sorride.
«Siamo alle solite? Vedi metafore dappertutto? E’ solo un parco giochi, filosofo!»

Io e la scimmia trasecoliamo.
«Cosa?»
Quello getta verso il mio carrello una manciata di gettoni. «Tieni, almeno acceleri e la pianti con questo strazio.»

Volevo rifiutare per questioni di orgoglio, ma la musica era un lamento. Acchiappo al volo i gettoni e l’elegia diventa una marcetta. La carne è debole, il pesce non è che sia molto più forte.

Com’è, come non è, alla fine ci si diverte anche. Mantenendo un ritmo costante la musica intrattiene.
Mi è sembrato di vedere, in lontananza, il ragazzo allegro, ma non l’ho raggiunto. Credo che il suo ritmo sia troppo sostenuto per me, mi accontento di seguirlo da distante. Quand’ecco… un carrello fermo.

Dentro c’è un uomo seduto a gambe incrociate, gli occhi chiusi.

«Quello è un genio, scimmia! Nessuno ha detto che bisogna procedere per forza, capisci? Si può semplicemente smettere di inserire gettoni, ed è fatta! Scommetto anche che la musica, rallentando, non è più triste e diventa… un suono?»
«Secondo me è un cretino.», replica lei beffarda. Ma neppure troppo. Diciamo discretamente.

Senza chiederle nulla – quando mai asseconda i miei colpi di testa? – smetto di inserire monete e rallento. Sopporto l’aberrante desolazione della melodia che si incupisce e fermo il carrello a due metri dall’asceta. La scimmia sembra assordata dalla vibrazione profonda di cui è densa l’aria. Meglio, molto meglio.

Scendo dal carrello, salgo su quello del santone. Lui apre gli occhi e mi guarda, come terrorizzato…

«Che vuoi?»
«Ho capito il tuo insegnamento, maestro! La stasi, l’equilibrio e tutto! E’ meraviglioso stare fermi qui, e guardare gli altri che passano, affannandosi ad infilar gettoni…»
«In verità, in verità ti dico: sono molto orgoglioso di te. T’è avanzato qualche gettone?»
«Ecco qui tutti quelli che mi sono rimasti!»
«Ti servono?»
«Beh, immagino di no…»
«Me li dai?»
«Tieni.»

Lo guardo incredulo mentre mi fa segno di scendere dal carrello ed inserisce i gettoni nella fessura.

Non lo si vede già più, è partito come un razzo.

Torno sul mio carrello, la scimmia mi guarda instupidita. Mormora, a fatica: «Era un cretino, no?»

Non so neppure io da quanto tempo sono fermo qui, seduto sul mio carrello, in compagnia di una scimmia che dorme. Una volta ogni cento anni il custode ferma l’impianto, smonta tutto e controlla le rotaie.

Per allora sarò già distantissimo da qui.
Per adesso, pausa.

Viaggio – 23

Ed è subito sera.

I lampioni gialli forniscono la provvidenziale atmosfera natalizia; fischietterei “Jingle Bells”, ma verrebbe assorbita dal buio senza lasciare traccia. Il Buio Arancione Metropolitano è fra i più aggressivi: sorride e mormora “va tutto bene” mentre ti soffoca con un cuscino sulla faccia. Speriamo che questa sera non abbia fame, o che sia troppo impegnato a flirtare con le luci gialle.

Cammino guardando in basso, in alto non c’è nulla da vedere. Cerco un digestivo di fortuna per rianimare lo stomaco, l’incontro con quell’artigiano era di certo un cattivo presagio.

Più o meno a metà della strada verso il nulla, tra il lampione 625 ed il 626, vengo affiancato da un uomo con un cappotto nero.
«Ciao, sono il tuo migliore amico!»

In certi momenti mi sento un mostro. Per fortuna ho la bocca intorpidita dal freddo ed il Buio Arancione Metropolitano non accorrerebbe al mio fischio bitonale… Diamine, un tempo ero infallibile. In due minuti era lì, come un cagnolino.
Ma stasera non è proprio il caso di far brutte figure. Poi non credo che si accontenterebbe di sbranare lui senza neppure assaggiarmi.

«Ciao, migliore amico. Scusa se te lo chiedo, ma… Sei proprio sicuro di essere il mio migliore amico?»
«Certo! Ecco il tesserino!»

Diavolo di un amico! Questo è un osso duro: ha tutte le scartoffie del caso.

«Beh, vedi, non basta un cartoncino plastificato a fare di te il mio migliore amico…»
«Certo che no! Guarda come sorrido!»
«…Eh?»
«A me puoi raccontare tutto! Sarò d’accordo sempre e comunque. Leggo tutto ciò che scrivi, conosco i tuoi modi di dire e li uso a mia volta. Trovo che tu sia bravissimo in tutto ciò che fai; sai un sacco di cose, fai battute spiritose… Vivo nel culto della tua persona, se così si può dire.»
«E’ ridicolo! Chi avrebbe bisogno di un amico simile? Senti, la gente mi vuole bene per come sono, non per quel che faccio. Sono mediocre e so di esserlo, non ho bisogno di circondarmi di gente che mi osanni.»
«Ti apprezzo anche quando sei ipocrita come adesso, davvero! Le tue sono bugie a fin di bene. So che in realtà muori dalla voglia di sentirti dire che anche questo racconto in cui ci troviamo è geniale. E lo è, giuro! Forse potevi impegnarti di più sul finale, ma anche così…»
«Senti, lo sai fare il fischio bitonale?»
«Beh, non perfetto come il tuo, ma…»
«Fa’ sentire.»

Questa sera il Buio Arancione Metropolitano era di buon umore, non mi ha neppure sfiorato. Peccato per il mio migliore amico, non è bello essere dilaniati sotto le feste.
Gli ho fregato il cappotto ed il tesserino, mi sarà utile: muoio dalla voglia di essere il migliore amico di qualcuno.

Viaggio – 21

Curioso: continuo a viaggiare da solo. Ma non è sempre stato così.

Mentre rimugino su quello che girava la mia attenzione viene catturata da un manifesto a colori, parzialmente affisso su un grande muro – per il quale sarebbe appropriato un grande pennello, ma è un altro spot.

Un neonato, dipinto in un color arancio molto acceso, tiene in mano forchetta e coltello. Mi guarda con un’espressione divertita e crudele, e sopra di lui un fumetto recita:

“E tU, sicURo dI noN GiraRE in TOndo? COme fInIRà QueSTO VIaggIO?”

Le lettere sembrano ritagliate da riviste e giornali, come se ci fosse bisogno di camuffare una calligrafia tipografica: il neonato arancione e sequestratore si prende gioco di me. Estraggo un rossetto economico dalla tasca (che ci faccio con un rossetto in tasca?) e rispondo direttamente sul manifesto, in un angolino:

“L’ho già detto: finirà dov’è iniziato. E’ una cosa bella. E non compro niente.”

Mi allontano ripetendo “E’ una cosa bella”, ed ogni volta sembra quasi che i brividi diminuiscano. Ma manca qualcosa, lo sento.

Avevo dimenticato il rossetto sotto al manifesto. Lo recupero, guardo il neonato e non riesco a trattenere una smorfia. Gli disegno occhiali e baffi ma non diventa ridicolo: cambio bruscamente direzione, spaventato.

Viaggio – 20

Finita la canzone, ho deciso di fare ancora due passi. E’ una di quelle serate in cui non si può davvero dire di no ai lampioni.
Decido di assecondare i sensi unici anche se sono a piedi: se non posso dire di no ad un lampione, figuriamoci cosa potrei inventarmi per disobbedire ad una imperiosa freccia bianca – ed alla sua amica, la sbarra bianca in campo rosso.

Sperimento con curiosità che i sensi unici hanno un poderoso intuito: capiscono dove vorrebbe dirigersi il pedone, lo conducono nelle vicinanze della meta e poi sbarrano la strada sul più bello.

Dopo essermi visto negare l’accesso in almeno un paio di occasioni – senz’altro opportunità che non si presenteranno più, i distributori gratuiti di sorrisi sono bighelloni e non amano stazionare troppo a lungo nello stesso incrocio – maledico la malsana idea di rispettare i sensi unici a piedi.

Proprio nel punto del monologo in cui chiamo Dio a testimone di quanto sia stupido essere schiavi delle proprie regole, prorompendo in uno strozzato grido di dolore, vedo un compagno di disavventure intrappolato in un circolo vizioso.

«Scusa, credo che la segnaletica sia sbagliata…»
«COSA?»
«Volevo dire: ti sei accorto che, in questo punto, se continui a seguire le frecce non esci mai dall’incrocio?»
«E tu ti sei accorto di quanto il tuo monologo mancasse di protasi e di mordente? Mi stavo addormentando nel momento più drammatico.»

Il fellone mi ha colpito con maestria. Accuso il colpo e taccio, imbronciato: che diamine, non sarà stato un gran monologo, ma almeno era sincero.

«E sentiamo, perché dovrei star qui a sentir demolire la mia modesta ma aggraziata prosopopea da un poveretto che non riesce ad uscire da un incrocio perché ha deciso di non contraddire i sensi unici?»
«Francamente non saprei. Tu che puoi, vattene: io ho da fare, qui, e tu chiaramente no.»
«Lo facevo per te. Vedi, anche io seguivo i sensi unici, ma poi ho capito che stavo rinunciando a ghiotte opportunità di esplorazione…»
«Tu non hai capito niente. Giro e rigiro perché aspetto. Non è per tua scelta che hai smesso, ma per qualche fortuita coincidenza.»
«Cosa?»
«Hai capito bene. Per qualche scherzo della natura sei riuscito a liberarti del tuo stupido vincolo, ed ora credi di poter insegnare agli altri come fare. Non è merito tuo. Potresti essere ancora lì a girare, proprio come sto facendo io, ed invece giù di monologo.»
«Ma tu perché giri?»
«Lei verrà, e mi libererà uccidendomi.»
«Addirittura? Non c’è altro modo?»
«Certo, c’è. Ma non lo vedo. Questi sensi unici parlano chiaro. Finché lei non verrà, io girerò.»
«La ami?»
«Come si può amare qualcuno che ti pianterà un semaforo nel cuore.»
«Cioè per niente?»
«Cioè tantissimo. Come dicevo, non hai capito niente. Ora, se per favore tu volessi lasciarmi girare in pace… potrebbe arrivare da un momento all’altro.»

Sento dei passi. Un po’ mi fa pena, ma sono convinto che stia esagerando la situazione, o che parli per enigmi solo per convincermi di aver qualcosa da dire. Ripasso mentalmente il mio monologo.

Eccola. Viene dalla strada ad est. E’ bella, ma in modo vistoso. Mi appoggio ad un muro con la schiena, non voglio perdermi lo spettacolo. Ci sono notti che istigano al sadismo.

Lui smette di camminare e le rivolge uno sguardo di supplica. Lei si avvicina risoluta, con un sorriso vitale dipinto sul volto. A guardarla bene, direi decisamente dipinto. Non ha in mano semafori od altre sciocchezze – se proprio vuole ucciderlo, dovrà strangolarlo, o spezzargli il collo, o usare qualche arte (non saprei dire se marziale o meno).

Tira dritto e prosegue verso ovest.

Lui riprende a girare ed io non sono da meno, visto che voglio scambiare due parole a bassa voce.

«Psst… non ti ha ucciso, visto?»
«E’ stato il suo più grande regalo.»
«Lasciarti qui in balia dei sensi unici?»
«Continui a non capire.»
«Sveglia! Non sa neppure chi sei! Vieni via con me, è quasi l’alba.»

Mi rivolge uno degli sguardi più tristi che io abbia mai visto in uno specchio; poi si volta ed ostenta indifferenza, esaminando un grande divieto d’accesso.

L’ho lasciato lì a girare, non ho tempo da perdere. A suo modo, secondo me è felice. Chissà, forse un giorno lei arriverà e lo ucciderà per davvero. Nel frattempo brucia parecchio.

Meta-Viaggio – 2

All’alba, le spalle nude di una ballerina di flamenco sorsero all’orizzonte.

Dispiegò ali da angelo ed abbracciò il cielo intero; nella destra una spada, nella sinistra una rosa rossa, in un occhio la domanda e nell’altro tutte le risposte.

Entro mezzogiorno eravamo tutti innamorati.

Quando sussurrò, bruciammo in suo onore e ci consumammo con un lungo, forzato sospiro.