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Social network

Perché non misuri le parole, social network?

Siamo tutti a nostro agio parlando dei mandarini quelli senza semi o di quanto fa caldo – non è tanto il caldo, è l’umidità. Ma di amicizia?

Ora ti spiego come vanno le cose (o meglio, te lo spiega lui, ma io bignamo).

Funziona che noi siamo tutti almeno un po’ narcisisti. Ci piace vedere, negli altri, tratti caratteristici simili ai nostri. Se per il mio compagno di banco Paperino è più simpatico di Topolino, ed anch’io detesto il topastro, ecco che stimo un po’ di più il mio compagno di banco. L’esempio era scemo, e me l’avevano anche fatto notare: pare che Paperino stia simpatico a tutti e Topolino a nessuno, ma non divaghiamo.

Però, caro social network, la verità è che siamo tutti diversi. Molto diversi. Quindi va a finire che se tu, di una persona, conosci solo la foto dell’occhio destro ed il fatto che adora il tuo autore preferito, trovi quella persona molto simpatica. Vale anche dal vivo, solo che dal vivo non puoi fare a meno di vedere tutto quello che l’omino ha furbescamente omesso dalla foto dell’occhio sinistro. Ma supponendo che il contorno non ti generi una fastidiosa repulsione, il fatto di avere letture in comune è un bel colpo. E non parliamo dei film. E… l’avresti detto? Anche a lui piace guidare di notte! Che simpatico, l’omino, ci si potrebbe vedere un sabato sì ed uno no.

Al terzo sabato insieme ti accorgi che le sue idee politiche sono diverse dalle tue. Per non parlare di quelle religiose. E ti interrompe quando parli, ed a tavola mastica con la bocca aperta. Insomma, non è proprio quel maestro di vita che sembrava, eh?

E sai, social network, questa cosa capita spesso. Molto spesso, anche a quelli che non lo ammettono con sé stessi perché altrimenti si sentono degli orsi. Diciamo che capita nella maggioranza dei casi, checché tu ne dica. Più conosci una persona, più vedi che è diversa da te, meno ti piace.

Beh, ma noi crediamo che la differenza sia una virtù! Meno male che non siamo tutti uguali, pensa che noia! L’umanità è meravigliosa perché siamo tutti diversi!
Verissimo, almeno finché quella personcina tanto diversa da te non ti fa arrivare al cinema a film iniziato, o non ti fa fare una figuraccia con qualcuno a cui tieni, o non ti sbologna una gatta da pelare di dimensioni imbarazzanti con il sorriso sulle labbra. Allora ammazzeresti lei e tutte quelle meravigliose differenze, eh?

Certo, non facciamola troppo tragica. A dispetto del fatto che sì, l’omino per cinque minuti va bene, poi rompe le scatole… vivi una vita, e ti circondi di persone importanti.

Spesso hanno molti tratti in comune con te, ma non è detto. Ogni tanto di tratti in comune sembrano averne pochi, ma fondamentali. E quelle persone ormai le conosci, la fase dei gusti letterari e del guidare di notte l’hai superata da un pezzo. Le conosci, e ti piacciono così. E quando ti capita di conoscerle ancora un po’ di più, ti piacciono di più. Sì, l’articolo di cui sopra dice che la familiarità ha il suo peso anche in questi casi… ma io vedo le cose in modo un po’ più poetico, specie il mercoledì. Fatto sta che queste (poche) persone diventano così importanti che nonostante tutto la voglia di conoscerne altre ti rimane, e passi sopra al fatto che il restante 98% dell’umanità è composta da gente che arrostiresti volentieri su una graticola.

Ed allora, mio caro social network. Il discorso che ho fatto sopra parlava di amicizia, non so se si è capito. Ed il succo era che l’amicizia non è una cosa facile, che puoi prendere con leggerezza. Trovare un amico è un casino che non ti immagini.

E quando trovo, con la comoda funzione di ricerca, un mio compagno di classe delle medie tu mi costringi a chiedergli se è davvero mio amico. E non pensi che io possa essere un po’ in imbarazzo a chiedere a qualcuno che non vedo da vent’anni se è mio amico o meno?
E lui, poveraccio. Che razza di mostro potrebbe rispondermi: “No, non sono tuo amico!”? Per forza che è mio amico. I miei compagni di classe delle medie non vogliono sembrare così scontrosi. Chissà quante volte ci siamo tirati il cancellino o mi ha fregato la merenda… Quindi magari dice che è mio amico, ma in realtà non lo è.

Alla fine della fiera, cos’è successo? Che, se davvero accetta di essere mio amico… posso vedere le cavolate che fa su di te, social network. Tipo che a fine mese va ad un raduno di motociclisti, o che ha fatto indigestione di sushi. Cliccando “Accetto” non si è impegnato a starmi a sentire quando mi lamento perché voglio avere dodici anni e mi manca “Il pranzo è servito”. Né andremo a fare le vacanze insieme. So solo quando andrà a farle da solo, e magari potrò guardare le foto dando sfogo ai miei istinti voyeuristici, e dire “Uh, quanto è invecchiato”.

Però, mi hai costretto a chiedergli di essere mio amico. E lui ha dovuto accettare. E magari un altro dei miei amici, quelli veri, lo odia il mio compagno delle medie. E lo vede nella lista, e se la prende perché è mio amico. Ma non è mio amico, o dei del cielo: è una di quelle figurine eteree che popolano la rete, e tutto quello che ho ottenuto è di guardare la sit-com che è la sua vita. Ma per te, social network, si chiama amico… e non si ha mai molto successo quando si cerca di usare le parole con un’accezione diversa da quella più in voga. Dillo ai satanisti o agli hacker.

Chiamali “Peperoni”, social network, “Peperoni”.

“Corrado ha chiesto di essere un tuo peperone: accetti?”
“Ora Corrado è un tuo peperone! Presentagli gli altri peperoni del tuo orto!”

Alle volte basta così poco, social network…

Altre 5 idee per accumulare stress

(segue)

  1. Concentrarsi sulla fine. Non importa quanto sia bello il momento che si sta vivendo, presto avrà fine. Ciò è sufficiente a renderlo meno bello; il rimuginare su questa verità aiuta a distrarsi, in modo da non godere a pieno del presente.
    Weekend, stagioni, amicizie, amori, vite: tutti articoli con una data di scadenza prefissata – nel migliore dei casi, alcune date di scadenza coincidono. Ad esempio, i weekend con le stagioni e le stagioni con le amicizie.
    Ogni fine è fine sul serio, non esiste ciclicità. Un weekend bruciato non torna più; figuriamoci un’amicizia.
  2. Monitorare attentamente i propri sentimenti. Si sta provando affetto o dipendenza o abitudine? Il fastidio sfocia nell’indifferenza? Gelosia, invidia o stizza?
    Seguire con attenzione le evoluzioni di ogni moto dell’umore, eventualmente annotandole su un taccuino mentale (nelle pagine del quale spicchino le più nefaste) ed investigare sulle cause. Lo sfavamento non è mai endogeno, probabilmente la responsabilità è di amici/parenti/amanti: inchiodarli, seppur tormentati dal rimorso per la crudeltà del gesto, alle proprie responsabilità.
    Ancora più divertente: cercare di controllare gli stati d’animo. L’affetto è intenso quanto basta o va incrementato con sforzi enormi e vani? Ci si sente abbastanza in colpa per le porcate che si sono fatte o si fanno? Si odia a sufficienza per il torto subito?
    Con la pratica affogare ogni sentimento, soprattutto quelli più piacevoli, in una nuvola di fredde analisi.
  3. Considerarsi uomini di elevata moralità e cercare di comportarsi di conseguenza. Funziona molto, molto meglio se non si è uomini di elevata moralità.
    Più in generale, prefiggersi degli obiettivi ed assicurarsi di non avere abbastanza forza di volontà per portarli a termine. Se possibile coinvolgere amici, parenti ed amanti nell’impresa, in modo da deludere più gente possibile quando il fallimento – puntuale – arriverà.
  4. Rimuginare sugli effetti a lunghissimo termine delle proprie azioni, dalle più insignificanti alle più rilevanti. Assumere che le conseguenze di ogni decisione saranno prima o poi nefaste perché qualcosa (dipendente o meno dalla propria volontà) andrà storto e non ci sarà più niente da fare. E si sarà responsabili per averlo previsto e non aver fatto abbastanza per prevenirlo – anche aiutati dalla forza di volontà inesistente.
  5. Considerare il cambiamento come il peggiore dei mali. Poiché le cose non migliorano mai, lasciate a sé stesse, ogni minima variazione ci avvicina al baratro (ed all’inevitabile fine, vedi punto 1).
    Osservare sé stessi tra dieci, venti, trent’anni ed immaginarsi non solo dotati delle stesse vulnerabilità (acuite) e degli stessi desideri (che non si saranno avverati ed ormai sarà troppo tardi), ma fiaccati dagli strali della sorte avversa, soli e detestati da tutti coloro che, un tempo importanti, saranno stati calpestati per necessità, casualità o semplice goffaggine.

42 – oiggaiV (e addendum)

Cammina cammina, eccomi arrivato al luna park.

La scimmia è appollaiata sulla spalla sinistra. Questa sera è loquace. Il suo mormorio è una presenza costante, nella mia vita… anche quando esagera è il mio strumento principale per capire la realtà. Senza il suo flusso continuo di parole probabilmente mi sentirei perso. O forse no, dopotutto un fiore è un fiore… ma non divaghiamo.

“Casa dei carrelli in moto”, recita l’insegna arcuata all’entrata dell’attrazione. Beh, che sia una casa è positivo. Chissà perché tutte le attrazioni di questo tipo sono “case”. E’ piacevole, sentirsi a casa; forse è per questo che le case infestate fanno tanta paura. Infestatemi tutto, ma non la casa. Signore degli usci, fa’ che io possa sempre chiudermi in casa e lasciar fuori i demoni che mi inseguono.
Quanto ai carrelli in moto? Sono curioso, entro. E’ gratis.

Su ogni carrello c’è spazio per parecchi passeggeri, ma ho i miei tempi: preferisco sperimentare da solo, con calma. Poi, quando mi sento a mio agio, posso condividere l’esperienza senza timore di esporre il prossimo a rischi inutili o noia eccessiva. Magari il secondo giro lo farò in compagnia, per adesso saliamo.
Io e la scimmia, intendo. Si guarda in giro, muta… non per molto.

Salgo sul carrello ed aspetto che si muova. Siamo in un lungo tunnel, fuori dal tempo. Non vedo la fine. Le pareti in pietra nera, opaca, avvolgono decine di rotaie.

«Allora? Non posso aspettare qui fino a domani!»
Voleva suonare scherzosamente impaziente (o impazientemente scherzoso), ma l’atmosfera solenne mi gioca un brutto scherzo. Spero che nessuno mi abbia sentito o si sia offeso; è così difficile controllare le proprie parole, quando non puoi aspettare di averle rilette due o tre volte prima di premere invio. Ci si perde in spontaneità, certo, ma si guadagna in chiarezza.
La scimmia finalmente si ricorda di essere con me: indica una fessura nella parte anteriore del carrello. “Insert coin”, direi. Il mantra della mia infanzia e non l’avevo riconosciuto.

Mi frugo in tasca, ma la scimmia ha un consiglio migliore: «Guardati in giro…»
E’ vero. Fluttuano per aria, i gettoni, sospesi da chissà quale magia. O effetto speciale. O… insomma, chi se ne frega. Fluttuano.

Ne raccolgo una manciata, li inserisco con metodo ed il carrello si muove senza scossoni. Accompagnato da una melodia affatto spiacevole.

Neppure dieci metri e rallenta, la musica diventa greve. Direi che è il caso di inserire altri gettoni e vedere che succede.

Ad ogni nuovo gettone, il carrello accelera.
Vediamo a che velocità arriva, allora!
Forse il fulcro dell’attrazione è questo: una sorta di gara, in cui vince il più lesto ad acchiappar gettoni. Mi sarei aspettato qualcosa di più originale, ma la verità è che spesso crediamo di cercare novità ma stiamo cercando le solite cose con una maglietta diversa. Non c’è niente di più rassicurante del classico… ma senza un piccolo badge “beta” o “2.0” mostriamo il fianco al fastidioso tarlo della noia, e quello addenta spietato. Non fa nulla di costruttivo se non star lì e ripeterci che non dovremmo divertirci, perché una cosa l’abbiamo già fatta, e rifatta, e rifatta. Brutta bestia.

Il carrello corre, ma non sono sicuro di volerlo far sfrecciare più in fretta di così. Le montagne russe le proverò un’altra volta. Visto che posso scegliermi la velocità, cerchiamo di non esagerare.

«Quindi è un gioco di abilità, e non solo. Più vai veloce, più gettoni raccogli; una funzione il cui valore è semplicemente proporzionale alla pendenza è esponenziale, quindi la velocità tenderebbe all’infinito… senza la relatività di mezzo, e se la tua abilità nell’acchiappare ed inserire gettoni non avesse limite, ovviamente, e se la melodia non diventasse un po’ fastidiosa all’aumentare del ritmo. Del resto c’è anche un limite inferiore, perché la musica triste ti impedisce di rallentare troppo. Se smettessi di inserire gettoni ti fermeresti… e cosa diventa, una musica, se rallenti il tempo fino a zero? Una singola nota? Oppure il silenzio, visto che anche una singola nota ha comunque una sua frequenza, una sua periodicità…»

Guardo la scimmia, e quella tace.

«No, no, continua… mi interessava… sicché dici che se ci fermassimo…»
«In realtà non lo so, sono i limiti della speculazione. Sai, spesso per capire una novità devi esplorarne gli estremi: ti piace il sushi, ma quanto puoi mangiarne prima di stare male? Credi di poter fare a meno della televisione, ma quanto tempo puoi resistere senza guardarla?»
«Mi fermo?»
«Se hai abbastanza gettoni per ripartire, prova. Ehi, guarda quelli.»

Mi affianca una comitiva. Saranno in cinque, in sei… la scimmia incalza:

«Beh, ecco cosa succede a salire in tanti sul carrello. Il carico è maggiore, ed a parità di gettoni inseriti il carrello va più lento; di contro, ci sono più mani a raccogliere e conservare gettoni, quindi probabilmente il movimento è più fluido. Buffering, lo chiamano.»
«Varrà la pena di caricare così il carrello? Non si corre il rischio di non riuscire ad inserire abbastanza gettoni, e quindi di muoversi come lumache?»
«Stai partendo dal presupposto che andare lenti sia di per sé un male. Benzodiazepina, non toccarmi la tristezza! E poi, se ci si ferma almeno non si è soli. Uno può andare avanti e tornare indietro con un po’ di gettoni per far ripartire tutta la baracca.»
«Questo puoi farlo anche da solo.»
«Sì, ma devi fermare per forza il carrello.»

Perso nella conversazione con la scimmia, ho raccolto pochi gettoni. Sento la musica rallentare… non è piacevole, è vero, però ascoltarla in questo lungo tunnel ha un che di maestoso.

Vengo raggiunto da un ragazzo allegro con carrello in tinta. Mi guarda, mi squadra, sorride.
«Siamo alle solite? Vedi metafore dappertutto? E’ solo un parco giochi, filosofo!»

Devo averlo già visto da qualche parte. Filosofo, io? No, non sono un filosofo… mi stavo godendo il panorama.
«Tieni, almeno acceleri e la pianti con questo strazio.», urla, e mi lancia una manciata di gettoni.

Accidenti, un po’ rude da parte sua. Non contempla il fatto che rallentare potesse essere una mia scelta… ma lo facciamo tutti, si passa il tempo a misurare la vita degli altri con il proprio metro. E va bene, dunque, acceleriamo. Anzi, ora lo supero e gli faccio vedere! Sarò io a lanciargli gettoni!

Le buone intenzioni si spengono sempre troppo in fretta. Assorto nel compito di mantenere la velocità costante e rimuginando sulle mie preferenze musicali (così va bene? Meglio un po’ più veloce? O un po’ più lenta?) ho rinunciato alle gare di velocità. Non sono poi così competitivo, di natura.
Ma… un carrello fermo!

Dentro c’è un uomo seduto a gambe incrociate, gli occhi chiusi.

«E’ fermo, scimmia. Secondo te ha bisogno di una mano? Se gli serve qualche gettone per ripartire glielo do volentieri.»
«Ora sei tu a misurare la vita degli altri con il tuo metro. E se fosse una sua scelta?»
«Ah, giusto. Dopotutto, anche io volevo fermarmi. Scendo e chiedo.»

E’ un attimo. O meglio: un lungo attimo straziante. Smetto di inserire monete e sono fermo, a due metri dall’uomo in panne. Le previsioni teoriche della scimmia non hanno retto il confronto con la realtà: niente silenzio, niente nota. Solo una strana, profonda vibrazione. Direi quasi l’ohm tibetano, se non ne avessi già parlato una volta lungo il viaggio e non ci fosse in agguato il tarlo della noia.

Scendo dal carrello, salgo su quello del tizio fermo. Lui apre gli occhi e mi guarda, come terrorizzato…

«Che vuoi?»
«Ho capito il tuo insegnamento, maestro! La stasi, l’equilibrio e tutto! E’ meraviglioso stare fermi qui, e guardare gli altri che passano, affannandosi ad infilar gettoni…»
«In verità, in verità ti dico: sono molto orgoglioso di te. T’è avanzato qualche gettone?»
«Ecco qui tutti quelli che mi sono rimasti!»
«Ti servono?»
«Beh, immagino di no…»
«Me li dai?»
«Tieni.»

Mi fa segno di scendere dal carrello ed inserisce i gettoni nella fessura.

Ci avevo visto giusto: era bloccato qui. Peccato, speravo fosse uno che si godeva il panorama.

Torno sul mio carrello, la scimmia mi guarda riflessiva. Mormora, a fatica: «Era solo uno bloccato qui, eh?»
«Forse», rispondo, «o forse ha capito qualcosa più di noi ed ha voluto insegnarcelo ripartendo. Sai, i Maestri alle volte sono tipi strani.»

Visto che per ora non ho voglia di andare avanti a raccogliere gettoni mi fermo a sentirmi respirare. La scimmia dorme, io perdo la percezione del tempo… la stasi è dolce, a suo modo. Una volta ogni cento anni il custode ferma l’impianto, smonta tutto e controlla le rotaie.

Ma forse ne sono già passati ottocento o novecento, di anni, ed ancora non ho voglia di ripartire.
Prima o poi il tarlo della noia mi morderà, e via a gonfie vele.

«Scimmia?»
«Sì?»
«Dormi?»
«Non più.»
«Hai anche tu una sensazione di… déjà vu?»
«Ovvio.»
«E ci hai già rimuginato su, vero? Hai un mucchio di risposte da darmi?»
«Il fascino del tragico, la supponenza del didattico, bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti, cose così?»
«Anche. Ma soprattutto… cos’è cambiato? Cosa c’è di diverso, rispetto all’altra volta? Se qualcuno non ci sentisse parlare, come capirebbe la differenza? Quanti modi ci sono di vivere la stessa esperienza?»
«Che palle. Torna a dormire, filosofo, oppure raccogli qualche gettone ed andiamocene da qui. Dormivo tranquillo e generavo mostri.»

Fame

Quando perdo tempo su Wikipedia sono come un gatto che corre dietro al laser.

L’idea non è poi così balzana; l’uomo ha evolutivamente bisogno di assimilare informazioni, per potersi meglio adattare all’ambiente e fare tutte quelle cose carine che fa.

A parte alcune notevoli eccezioni, trae un piacere quasi fisico dall’apprendere nuove nozioni. Epperò, coltivare patate non espone alla stessa quantità di informazioni che il browser medio sputa a ritmo imbarazzante.

Abituati a mangiare poco e di rado, non riusciamo più a fermarci. Ci ingrasserà il cervello?
O forse qualcuno ha in mano il puntatore laser, e si diverte a farci perdere tempo davanti ad internet per distogliere la nostra attenzione da qualche oscuro segreto?

Nodi

Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non
giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare,
infrangerò le regole e mi puniranno.
Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco.

Sei crudele
a farmi sentir cattivo a pensare
di essere crudele a farti sentire crudele
col sentirmi cattivo che tu possa essere così crudele
da pensare
che non ti voglia bene, quando sai che te ne
voglio.
Se non sai che te ne voglio ci dev’essere qualcosa in te
che non va.

Tratti da “Nodi”, di Ronald David Laing.

Esplora parecchi schemi di pensiero di cui si rimane prigionieri; il signore ha scritto parecchio sulle psicosi, e pare avesse anche un’esperienza di prima mano sull’argomento. Ecco qualche altro nodo, in italiano.

I circoli viziosi della mente sono un leitmotiv di Banalità. Ricordo una vignetta dei “Peanuts”: Charlie Brown sospirava davanti alla televisione. Passava Lucy: «Perché sospiri, Charlie Brown?» «Perché non sto facendo i compiti, quindi l’angoscia non mi fa godere la televisione.» «Ma scusa, perché non fai i compiti?» «Non mi sto godendo la televisione, lasciami godere almeno l’angoscia…».

[via Mind Hacks]

Nerd Handbook

A nerd needs a project because a nerd builds stuff. All the time. Those lulls in the conversation over dinner? That’s the nerd working on his project in his head.

Dividere le persone in categorie mi mette a disagio; conosco gente che, quando ti porge la mano per presentarsi, nasconde già nel palmo un’etichetta appiccicosa di cui non ti libererai neppure sfregando con l’alcool.

Nella migliore delle ipotesi l’etichetta è grossolana, e ti senti ridotto a personaggio minore di una serie tv («Oh, lui è quello che fa battute cretine ma dà buoni consigli»); nella peggiore, l’etichetta è proprio sbagliata. La burocrazia necessaria a farsene assegnare un’altra è estenuante al punto che viene voglia di interpretare il personaggio dell’etichetta per quieto vivere. Ma avere a che fare con un altro individuo è sempre difficile, quindi la mia invettiva contro le etichette si ferma qui: è un modo come un altro per illudersi di avere il controllo della situazione.

Il lungo preambolo introduce l’articolo qui sopra, un pratico manuale per imparare a gestire i nerd. Sì, non è un manuale per i nerd; è un manuale per chi ha a che fare con i nerd. A me non è molto utile, quindi, ma citarlo sul mio blog ha una sua logica nell’ipotesi in cui abbiate avuto, abbiate o prevediate di avere contatti con me.
Ah, sì, sull’uso della parola “nerd”: niente seghe mentali, se vi disturba sostituite con “geek” o con “pollo di gomma con una carrucola in mezzo”, il succo non cambia.

Scoprirete perché il vostro nerd reagisca male ai cambiamenti nel suo ambiente, cosa alimenti il suo interesse per i giocattoli (e per le persone, essenzialmente giocattoli molto sofisticati!), perché abbia una conoscenza a largo spettro ma di scarsa profondità e come questo sia conciliabile con l’apparente carenza di memoria («Ma sarà la quinta volta che te lo dico… solo oggi!»).

Ci sono anche degli interessanti trucchi per sfruttare queste peculiarità ed addestrare il vostro nerd a fare ciò che desiderate con il minimo sforzo.

Ora scusatemi, mi serve un po’ d’alcool…

[via Lifehacker]

Mavvaff…

Dan Simmons minchionava mettendo queste parole in bocca a Martin Sileno? Tutt’altro.

Mentre il linguaggio, per la maggioranza delle persone, ha sede nell’emisfero sinistro, i più coloriti bestemmioni nascono dall’emisfero destro. C’è chi, affetto da afasia per lesioni estese ai centri del linguaggio, è ancora perfettamente in grado di tirare accidenti pirotecnici – e qui tirereremmo in ballo la neuroplasticità, ma quella non vuol saperne di farsi tirare né di ballare. Stronza.

Anche il mestiere di scrivere fa suo un articolo di Internazionale e difende la potenza espressiva della parolaccia e la sua trasversalità: l’abuso di scurrilità rischia di esautorare le imprecazioni più popolari, relegandole a mere interiezioni prive di carica esplosiva? O questa era una frase del cazzo?

Il rischio che l’abuso faccia sparire la linea di demarcazione fra “si dice” e “non si dice” è paragonabile al rischio che la pornografia dilagante in internet uccida il sesso propriamente fatto e detto (cercate di non dimenticare la vera funzione di internet, comunque).

In tempi non sospetti e non monopolizzati da Grillo Beppe – che palle, questa mania di associarsi ad espressioni di uso comune: prima “Forza Italia”, poi “Vaffanculo”… lasciatemi libero almeno “Cazzo”, per favore – proposi una mia versione di un gioco di società che sottoporrò quanto prima alla Editrice Giochi o alla Hasbro: il gioco del Vaffanculo.

Non so se anche voi soffriate di quella malattia che chiude lo stomaco quando, durante una riunione conviviale, la conversazione si fa tesa e tetra a causa di un argomento greve – pessimismo, fastidio tra cose e persone o tra persone ed altre persone, narrazioni intrise di dolore esistenziale.

Bene, in quei casi il gioco prevede di osservare con sguardo accusatorio gli altri interlocutori e mandarli a fare in culo. Lentamente, uno per uno, con convinzione: attenzione, non deve suonare falso. Fate scaturire il vostro Vaffanculo dal Muladhara Chakra per poi farlo risalire, fino ad esplodervi in gola. O nel Muladhara del prossimo, per innescare una gioiosa reazione a catena.

Sorpresa, o forse no: è molto liberatorio.

Una variante per i sessocatti prevede di urlare “Bella topona, ti porrei immantinente a novanta!” (o “Tronco di pino, ti cavalcherei come una valchiria che abbia abusato di LSD!”: che non mi si accusi di sessismo) rivolgendosi a donzelle o figliuoli che inneschino particolari ed incontrollabili pulsioni; le testimonianze dei beta tester mi confermano tuttavia che è tanto liberatorio quanto pericoloso per la propria ed altrui integrità fisica e morale, quindi usate il vostro buon senso.