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Splendore

Non ci limitiamo ad osservare il mondo con distacco, lasciando che ci scorra addosso: vogliamo avercelo dentro. Con colori più vividi dell’originale, anche. E qualche volta ci illudiamo anche di avercela fatta, per poi venire smentiti dal primo sorriso che passa… ma non divaghiamo.

Un tramonto non è mai solo un tramonto, per certi strani bipedi che camminano sulla palla di pietra. Un tramonto è colori, il ricordo di altri colori, i ricordi incollati a quei colori con Pritt (la colla stick).
Ed odori, il ricordo di altri odori, altri ricordi graffettati con quelle graffette rivestite in gomma colorata.
Un insieme di percezioni sempre più fini, insomma, collegano il gelato alla fragola che cola sul bordo della coppa azzurra ad una fittissima e personale ragnatela. E dalla fredda coppa azzurra risaliamo ad una grossa fetta del nostro vissuto, saltando di liana in liana.

Una brezza impercettibile che chiamiamo “Vento dell’anima” (io la chiamo così, se non vi piace ripiegate pure su “Gran Soleil” o “Donne, è arrivato l’arrotino!”) gonfia o meno le vele di una nave che chiamiamo “Umore” (e qui ripiegherei piuttosto su “Convolvolo” o “Maionese”, “Umore” sa di liquido ed organico e… ok, vada per “Umore”).
La bonaccia o la tempesta fanno assumere ad eventi apparentemente molto simili tra loro delle sfumature che simili non sono. Il tramonto gioioso di stasera diventa l’addio tra le lacrime di domani. Senza apparenti motivi se non una nuvola rosata in più, e magari neanche quello.

Non abbiamo solo occhi ed orecchie, ma tutta una serie di sensi sottili che colgono bassi, acuti e calzini stonati. Quando parecchi di questi sensi si allineano, una risonanza ci esplode nell’animo e genera una sensazione di completezza estatica che qualche buontempone ha associato ad Hod, l’ottava sephira. Probabilmente in un giorno di pioggia scrosciante.
(Forse qualcuno non ha notato che questo blog parla di cabala, eh?)

La geometria ha enormi potenzialità per chi intende sfruttarla come droga psichedelica. Il suo limite è che è meno intuitiva di un tramonto, sebbene altrettanto innata, e che nella ragnatela di molti è collegata ad una serie di formule imparate a memoria. Nulla di male nell’imparare a memoria – se voi sapeste quanti incauti visitatori approdano in questo blog bianco e desolato grazie a mnemotecnica… poco male, questo è un blog nostalgico – ma quando gli unici numeri associati ai nostri ricordi geometrici sono dei quattro a fine quadrimestre, abbiamo un problema.

La geometria risponde, senza che nessuno gliel’abbia chiesto, al bisogno innato di cercare ritmi e simmetrie nella schiuma del latte, a colazione. La sfera esiste solo nelle nostre menti, ed è questo il suo fascino; un concetto di una purezza aliena, che possiamo comunicare con facilità tramite un linguaggio sviluppato ad hoc, e che tuttavia rappresenta un ente del tutto inesistente.

In Frattali Oggi ho cercato di catturare un po’ di questo splendore, fra una riga e l’altra della mia prosa traballante. Non è cosa da poco il poter spingere l’occhio della propria mente fino all’infinito: quando proiettiamo un piano su una sfera, stiamo condensando l’orizzonte in un punto. Che il buffo bipede su litosfera di cui sopra possa arrivare a cogliere un legame di questo tipo tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande è una cosa che insommamicasischèrza, scritto tutto attaccato.

Pensare in quattro dimensioni è un altro gioco che non è per tutti. Meglio: non è per nessuno, non c’è proprio verso. Ma sforzarsi di vedere oltre il velo di Maya – che si manifesta in molti modi, denotando una natura beffarda – genera in alcuni, ed il sottoscritto è tra quelli, il genere di brivido alla schiena che non ti aspetteresti.

Poi scopri che puoi rappresentare gli accordi musicali come segmenti su un toroide ripiegato… e per quanto possano essere fastidiose le curve geodetiche della geometria euclidea, non puoi non notare che se tanta gente rimane affascinata da simmetrie che al profano sembrano solo vani esercizi intellettuali deve esserci qualcosa dietro.

Solo una coincidenza? Noi di voyager pensiamo di no.

Saccade

Il gioco dell’estate!

  • Posizionatevi davanti ad uno specchio
  • Fissate il vostro occhio destro
  • Fissate il vostro occhio sinistro
  • Avete visto gli occhi muoversi mentre spostavate lo sguardo?
  • Munitevi di un amico, e fate venire anche lui davanti allo specchio
  • Ditegli di fissare il suo occhio sinistro
  • Ditegli di fissare il suo occhio destro
  • Avete visto i suoi occhi muoversi?

Come se già non fosse uno scansafatiche, il cervello inibisce l’input sensoriale quando spostiamo velocemente lo sguardo. L’idea è che, comunque, vedrebbe immagini mosse e sfocate… quindi perché preoccuparsi?

La zona in cui l’occhio vede con il massimo dettaglio è molto ristretta, una manciata di gradi proprio al centro del campo visivo. La sensazione di avere una visuale più ampia è generata da un elevato numero di microspostamenti, molto veloci: il cervello scatta almeno cinque istantanee al secondo e le ricombina con PhotoStitch – probabilmente una versione in prova per trenta giorni. E durante ogni spostamento, il buio.

Potere della ridondanza.

Spazi vettoriali

Prima le parole complesse. Le parole semplici sono un sollievo per chi non conosce, ma sono una semplificazione troppo brutale per chi conosce: sto per parlare di spazi vettoriali.

Ed ora le parole semplici.

«Quarto piano, prima porta a sinistra»
«Abbastanza alto, magro, zigomi molto marcati, occhi azzurro ghiaccio»
«Fragola, nocciola e cioccolato, con panna»

Tre piccoli esempi che provano a dare la percezione intuitiva di quanto sia profondo il concetto di spazio vettoriale, di come non se ne possa fare a meno per dare un nome alla realtà (e dare un nome significa comunicare, significa ricordare, significa possedere).

Prendo uno spazio (l’aspetto fisico), stabilisco una base (altezza, corporatura, un insieme di caratteristiche del viso) e posso esprimere qualsiasi punto dello spazio come una combinazione degli elementi della base. Talmente naturale che non mi accorgo neppure di farlo.

Il difficile è la scelta della base. Trovare una base significa aver trovato l’origine, aver compreso l’ingranaggio.

Il concetto matematico è giustamente rigoroso, l’applicazione all’indagine del mondo molto più artigianale. L’artigianalità del metodo non ha impedito all’uomo di imporre una base su qualsiasi cosa capitasse a tiro, compresi istinti e sentimenti.

Yin e Yang, ha detto qualcuno tempo fa. Non esiste che femminile e maschile, in parti diverse. Che base può essere più potente e versatile di questa? E’ il fondamento del nostro respiro, questa meravigliosa (dolororsa?) dicotomia.

Una sequenza di Yin e Yang, ha detto qualcun altro. Coppie di Yin e Yang, triplette, esagrammi… le dimensioni aumentano, e copro anche quell’angolo di cielo o quell’amore non corrisposto o i popoli in tumulto con il mio divino codice.

Maschile, femminile ed un manipolo di menti ha aggiunto un fulcro. Riflettiamo questa tripletta dentro di noi, sopra di noi ed in tutto il cosmo ed otteniamo nove fuochi. Condiamo con un decimo, la condensazione dei primi nove, ed abbiamo ancora una base. Tra le più feconde: la risposta barocca dell’occidente all’ordinato mosaico orientale. Talmente barocca che dieci non basta, e prevediamo anche qualcosa al di fuori della nostra capacità di capire: Ain, Ain Soph ed Ain Soph Aur.

Illusioni

No, non il libro di Richard Bach che ha dato forma a parte della mia infanzia (ricordate il discorso sui palmizi?), ma semplici illusioni ottiche (che ovviamente hanno dato forma alla mia infanzia…)

Non così semplici, comunque. Ce n’è una sulla percezione del colore che mi lascia sempre a bocca aperta.

Flash è un prerequisito per molte delle piacevolezze del web, ora come ora. Ringrazio Macromedia per aver sviluppato una versione del suo plugin per Linux che giri su AMD64.

(Sì, ero sarcastico. Lo so, non sono portato per il sarcasmo. Siete proprio simpatici.)

Fotorealismo

E’ vecchia, ed in un campo come quello della modellazione tridimensionale questo può significare molto.

Tuttavia, c’è sempre qualcosa di magico nel guardare un’immagine simile e nel sapere che è completamente sintetica (“completamente sintetica”… ogni tanto parlo come Studio Aperto. Virtuale, multimediale, interattivo).

L’autore, però, ha qualcosa di interessante da dire riguardo ad un’altra sua opera ed al successo di immagini fotorealistiche senza nessun particolare significato artistico che vada oltre la loro perfezione e la loro capacità di ingannare l’osservatore.

Tutto questo con Persistence of Vision. Che non costa un euro, giusto per precisare.