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Mavvaff…

Dan Simmons minchionava mettendo queste parole in bocca a Martin Sileno? Tutt’altro.

Mentre il linguaggio, per la maggioranza delle persone, ha sede nell’emisfero sinistro, i più coloriti bestemmioni nascono dall’emisfero destro. C’è chi, affetto da afasia per lesioni estese ai centri del linguaggio, è ancora perfettamente in grado di tirare accidenti pirotecnici – e qui tirereremmo in ballo la neuroplasticità, ma quella non vuol saperne di farsi tirare né di ballare. Stronza.

Anche il mestiere di scrivere fa suo un articolo di Internazionale e difende la potenza espressiva della parolaccia e la sua trasversalità: l’abuso di scurrilità rischia di esautorare le imprecazioni più popolari, relegandole a mere interiezioni prive di carica esplosiva? O questa era una frase del cazzo?

Il rischio che l’abuso faccia sparire la linea di demarcazione fra “si dice” e “non si dice” è paragonabile al rischio che la pornografia dilagante in internet uccida il sesso propriamente fatto e detto (cercate di non dimenticare la vera funzione di internet, comunque).

In tempi non sospetti e non monopolizzati da Grillo Beppe – che palle, questa mania di associarsi ad espressioni di uso comune: prima “Forza Italia”, poi “Vaffanculo”… lasciatemi libero almeno “Cazzo”, per favore – proposi una mia versione di un gioco di società che sottoporrò quanto prima alla Editrice Giochi o alla Hasbro: il gioco del Vaffanculo.

Non so se anche voi soffriate di quella malattia che chiude lo stomaco quando, durante una riunione conviviale, la conversazione si fa tesa e tetra a causa di un argomento greve – pessimismo, fastidio tra cose e persone o tra persone ed altre persone, narrazioni intrise di dolore esistenziale.

Bene, in quei casi il gioco prevede di osservare con sguardo accusatorio gli altri interlocutori e mandarli a fare in culo. Lentamente, uno per uno, con convinzione: attenzione, non deve suonare falso. Fate scaturire il vostro Vaffanculo dal Muladhara Chakra per poi farlo risalire, fino ad esplodervi in gola. O nel Muladhara del prossimo, per innescare una gioiosa reazione a catena.

Sorpresa, o forse no: è molto liberatorio.

Una variante per i sessocatti prevede di urlare “Bella topona, ti porrei immantinente a novanta!” (o “Tronco di pino, ti cavalcherei come una valchiria che abbia abusato di LSD!”: che non mi si accusi di sessismo) rivolgendosi a donzelle o figliuoli che inneschino particolari ed incontrollabili pulsioni; le testimonianze dei beta tester mi confermano tuttavia che è tanto liberatorio quanto pericoloso per la propria ed altrui integrità fisica e morale, quindi usate il vostro buon senso.

Saccade

Il gioco dell’estate!

  • Posizionatevi davanti ad uno specchio
  • Fissate il vostro occhio destro
  • Fissate il vostro occhio sinistro
  • Avete visto gli occhi muoversi mentre spostavate lo sguardo?
  • Munitevi di un amico, e fate venire anche lui davanti allo specchio
  • Ditegli di fissare il suo occhio sinistro
  • Ditegli di fissare il suo occhio destro
  • Avete visto i suoi occhi muoversi?

Come se già non fosse uno scansafatiche, il cervello inibisce l’input sensoriale quando spostiamo velocemente lo sguardo. L’idea è che, comunque, vedrebbe immagini mosse e sfocate… quindi perché preoccuparsi?

La zona in cui l’occhio vede con il massimo dettaglio è molto ristretta, una manciata di gradi proprio al centro del campo visivo. La sensazione di avere una visuale più ampia è generata da un elevato numero di microspostamenti, molto veloci: il cervello scatta almeno cinque istantanee al secondo e le ricombina con PhotoStitch – probabilmente una versione in prova per trenta giorni. E durante ogni spostamento, il buio.

Potere della ridondanza.

Souvenir – 2

E’ successo di nuovo.

Sto parlando di un sogno neppure troppo vivido, con annesso un fastidioso tentativo di immortalare alcune immagini – usando la fotocamera del cellulare, evidentemente non ho velleità da fotografo neppure nei sogni – per poterle rivedere da sveglio. Già, i post incomprensibili vogliono dir qualcosa, ma di solito bisogna aspettare anni per sapere cosa.

Dopo questa bizzarra esperienza posso assicurarvi che scattare foto in un sogno è dannatamente difficile. O meglio, non è difficile se usate un mirino reflex o cose così: se, come me, vi basate su un display lcd per inquadrare il soggetto, scoprirete che il display si vede malissimo e l’immagine non fa che cambiare. Oltremodo scomodo, se lo si unisce al fatto che (sogni lucidi a parte) la luce è sempre pessima, soffusa e per lo più monocromatica.

C’era da aspettarselo; anche le scritte hanno la tendenza a cambiare ogni volta che le si guarda, figurarsi una cosa complessa come un display digitale.

Pare ci sia anche una spiegazione di natura fisiologica: le zone del cervello coinvolte nella visualizzazione di immagini mentali sono le stesse che si utilizzano per i normali meccanismi della visione, quindi sono “progettate” per avere una persistenza piuttosto bassa. In caso contrario, la nostra percezione sarebbe arricchita da quel fastidioso effetto Lucignolo. La trasmissione qlturale di Italia 1, non il carismatico amico di Pinocchio.

Matthieu Ricard, ex biochimico e monaco Buddhista, oltre che uomo più felice del mondo (dal punto di vista clinico, mica son titoli che uno si dà da solo) non è d’accordo: sostiene che alcuni meditatori professionisti (!) siano in grado di visualizzare e mantenere fissa nella propria mente la stessa complessa immagine per ore ed ore. Al momento ne sta cercando uno per fargli una bella risonanza magnetica alla capoccia e verificare se il suo cervello sia diverso da uno standard.

Dice anche una cosa molto furba, almeno per i miei bassi standard:  che siamo disposti a sacrificare tempo libero per mantenere in forma il corpo, ma di rado facciamo lo stesso per la mente. E mantenere in forma la mente non significa fare cruciverba o memorizzare equazioni, significa allenarla a comportarsi come vorremmo per impedire che vaghi per i fatti suoi. Chi è abituato, come me, a vederla scorrazzare in giro senza meta sa che non è sempre un’esperienza piacevole.

(Sì, la mente scimmia è un tema ricorrente di questo blog. Ne ho parlato riguardo alla “mindfulness“, in alcune parti del viaggio, è implicito nella ricerca del satori… mi dispiace ripetermi, e mi dispiace costringere il lettore a ripescare articoli vecchi di anni. Non farò leva sul senso di colpa per costringerti a cliccare e leggere. No, davvero. So che hai di meglio da fare. Ora, se permetti, andrò a piangere lacrime amare.)

(Ah, dice anche che la ricerca della felicità secondo lui non è mica una cosa cretina. Solo che passa per l’allenamento della mente, perché in ultimo la felicità è uno stato mentale che si può imparare a gestire, non una naturale conseguenza delle proprie condizioni di vita. Sì, ultimamente lo dicono anche i neuropsichiatri. Paura, eh? Pollyanna non mi è mai stata simpatica, si sappia, ma che solo gli scemi e gli ingenui siano felici è un luogo comune un po’ antipatico. Schopenhauer ogni tanto scriveva libretti su come minimizzare i danni: pessimista va bene, pessimista che vive male va meno bene.)

Memoria

Certi memi bighellonano solitari per anni, per poi assalirti contemporaneamente da più direzioni senza alcun preavviso – oddio, questo in particolare mi ha mandato un sms la settimana scorsa, ma devo averlo cestinato senza leggerlo.

L’idea è l’estensione della memoria utilizzando dispositivi esterni. Non stiamo parlando di aggiungere un altro giga di ram, ma di considerare i computer o la rete come una naturale estensione della nostra mente.

Albus Silente riversa tutto in un pensatoio, e consulta all’occorrenza; io segno le ordinazioni al ristorante sul cellulare (incurante delle reazioni di profondo compatimento che suscito), i personaggi di Hyperion hanno un comlog tramite il quale entrano in contatto con una vasta rete di informazioni. La differenza tra i loro impianti ed il mio è unicamente nei tempi d’accesso, a ben vedere.

La vignetta di oggi di xkcd mostra un possibile effetto collaterale, mentre Wired ha un approccio più tragico alla questione.

Delegare continuamente il compito di memorizzare ad ammennicoli vari non può che indebolire la memoria, immagino e sperimento – quando ero un bimbo pacioccoso conoscevo a memoria decine di numeri di telefono, adesso anche ricordare la targa della macchina è uno sforzo non indifferente. Ed è ironico che una discreta quantità di quei numeri di telefono, per lo più quelli più inutili, siano ancora saldamente piantati da qualche parte nella mia testa.

La differenza tra memoria a lungo ed a breve termine è una scoperta molto recente. Memento (un film da vedere solo quando si ha una certa dose di concentrazione da investire nell’intrattenimento) ha delle solide basi reali: National Geographic ci sollazza per sei pagine con la curiosa storia di due individui agli estremi opposti della memoria. Un uomo che, come il protagonista del film, è dotato solo di memoria a brevissimo termine ed una donna che, al contrario, ricorda con precisione tutti gli avvenimenti di tutti i giorni di tutti gli anni precedenti. E non ne è molto soddisfatta, come forse si può immaginare.

La mappa interattiva (multimediale, internet, web 2.0) delle zone cerebrali preposte alla memoria potrà farci passare qualche ora di spensierato svago con i nostri amici e familiari.

Pare che la mnemotecnica fosse un’arte già conosciuta ed apprezzata anche ai tempi del signor Cicerone, tra l’altro. All’epoca una memoria prodigiosa era requisito indispensabile per essere un buon uomo di scienza.

Meno male che non sono un uomo di scienza.

Linguaggio – 2

Il lato sinistro del mio cervello era bloccato, come quando si chiude una sezione danneggiata di spin-nave e i portelli a tenuta stagna lasciano aperti al vuoto i compartimenti condannati. Ma ragionavo ancora. Il controllo del lato destro del corpo lo ripresi presto. Solo i centri del linguaggio erano danneggiati in modo irreparabile. Il meraviglioso computer organico incuneato nel mio cranio aveva scaricato il suo contenuto di linguaggio, come se fosse stato un programma inefficiente.

L’emisfero destro non era del tutto privo di un certo linguaggio… ma questa semisfera affettiva poteva alloggiare solo le unità di comunicazione emotivamente più caricate: il mio vocabolario adesso era limitato a nove parole. (Fatto di per sé eccezionale, appresi in seguito: molte vittime ne conservano solo due o tre.)

Per la cronaca, il mio intero vocabolario comprendeva queste parole: chiavata, cacata, pisciata, fica, maledetto, bastardo, fottuto, pipì e pupù.


Una rapida analisi mostra qualche ridondanza. Disponevo di otto nomi che si riferivano a sei cose; cinque degli otto nomi potevano servire anche come verbi. Conservai un solo nome indiscutibile e un unico aggettivo che poteva anche essere usato come verbo o come imprecazione. Il mio universo verbale comprendeva un bisillabo, sei polisillabi e due parole del linguaggio infantile. Il mio agone letterale offriva quattro strade al soggetto dell’escrezione, un riferimento all’anatomia umana, una richiesta di giudizio divino, una comune descrizione o richiesta di coito, un’espressione di dubbio sulla paternità altrui e una variazione coitale a cui peraltro ero estraneo.

Tutto sommato, bastava.

Il racconto del poeta – Hyperion, Dan Simmons

Cogito ergo sum

E qui dicono che il trucco è nell’idea di sé; un’idea come tutte le altre, non più importante di “fragola” o “carezza”, ma sulla quale trascorriamo parecchio tempo – anche solo perché è più o meno sempre a portata di mano e può sempre più o meno essere osservata.

Un complesso di funzioni che sono in grado di osservarsi mentre agiscono, traendo conclusioni sul proprio funzionamento. In una continua ricorsione di cui è difficile vedere il limite. Ma c’è, oh se c’è!

(questo signore è tornato alla carica, comunque. No, non l’ho ancora letto.)