Archivi tag: meditazione

Satori da (altro) osservatore passivo

Non sta succedendo davvero a me. Questa stanza è assurda, dal colore delle pareti all’idea che io abbia bisogno di respirare per vivere.

Ricorderò di essere un gruppetto di atomi tenuti insieme da una manciata di forze nei pressi di una qualche stella e, seduto, farò finta di avere un battito cardiaco e di essere coinvolto in una sequenza di avvenimenti scritti da qualcun altro ma che in ultima analisi non cambieranno la mia vera natura di roccia bislacca.

Viaggio – 25

Non ricordo esattamente come sono uscito dall’attrazione: la scimmia dice che sono svenuto e mi sono ritrovato fuori. L’idea di non essere il primo ad usare questo espediente narrativo mi ripugna a tal punto che ho deciso di fornire una versione diversa: neppure dieci minuti di training autogeno, ed ecco che Ignazio, l’Ibis Ignobile e Maurizio, la Marmotta Marmorea sono venuti al mio carrello e mi hanno scortato all’uscita.

La scimmia dice che sono un falsificatore di ricordi, ma è tutta invidia: a lei non hanno dato il biglietto per un viaggio sciamanico gratuito, così ora io sono seduto in questo cinema e la stupida bestia è rimasta all’ingresso, a masticare pop corn. O quel che è, per essere pop corn erano un po’ troppi amari.

Il cinema è decisamente vecchio stile. I sedili sono pochi, in legno, tutti alla stessa altezza. La luce principale era spenta, quando sono entrato, eppure ho capito quale fosse il mio posto anche nella penombra: il sedile isolato al centro della sala.

Sì, è proprio isolato: manca il posto immediatamente a destra e quello a sinistra, ed anche davanti e dietro non c’è nulla. Così non corro il rischio di vedere capelli cotonati invece del film.

Le luci si spengono, il pagliaccio sullo schermo intende farmi da Cicerone. O da Virgilio, o più probabilmente da Beatrice.

«Benvenuto al viaggio sciamanico!»
«Grazie, pagliaccio. Le luci non le spegnete?»
«Ah, scusa.»

Si spengono le luci, tacciono le voci.

«Ora rilassati e fissa lo schermo, ed il viaggio inizierà!»

Mi rilasso. Sullo schermo, in un riquadro, Benny Lava. Sopra e sotto, strisce con i video “Related”.

Guardo per un minuto buono.

«Scusa, pagliaccio…»
«Uh?»
«Ho pagato per un viaggio sciamanico.»
Mento, non ho pagato, è un omaggio. Ma ti stanno sempre a sentire di più, se dici che hai pagato.
«Certo, cliente. Ed allora?»
«Ecco, pagliaccio, vedi… il viaggio sciamanico avrebbe anche una sua etichetta da rispettare, non so se mi spiego. Nel senso: magari poi ognuno lo vede a modo suo, ma il tunnel… i riquadri colorati… il senso di unità… sprofondare nell’anima del mondo…»
«E non è quello che stai vedendo?»
«Veramente no. Quelli sono indiani che cantano e ballano, doppiati come se parlassero in inglese. Si perde un po’ della poesia.»
«Stai vedendo l’inconscio collettivo che scorre.»
«No, sto vedendo YouTube. Fidati.»

Silenzio. Finisce il video, ne parte subito un altro. Related.

«C’è differenza, cliente?»
«Boh… beh… Comunque questa cosa dell’inconscio collettivo non l’ho mai capita.»
«Probabilmente perché non ne sai un accidente. Ma va avanti.»
«Collettivo nel senso che è una base uguale per tutti – e quindi io posso aggiungere roba, ma non rifluisce nel calderone comune – o collettivo nel senso che è collegato, e c’è una corrente che continuamente scorre tra una persona e l’altra?»
«C’è differenza, cliente?»
«E che palle! Sono capace anch’io a rispondere con domande ambigue!»
«Mi sembra ovvio. Parli come se YouTube non l’avessi creato tu.»

Com’è, come non è, continuo a guardare video.

Neppure dodici ore, e capisco cosa intendeva dire.

Esco soddisfatto. All’uscita, la scimmia giace stecchita a pancia in su sull’asfalto, con le braccia e le gambe aperte. Una stella di mare pelosa.

La guardo esterrefatto, e vengo assalito da pensieri paranoidi di varia specie: per qualche imperscrutabile motivo, non mi sembra un buon segno che sia morta. Corro alla ricerca di una cabina telefonica per chiamare il pronto soccorso veterinario, ma da quando abbiamo tutti il cellulare in tasca le cabine sono una rarità…

Viaggio – 24

Cammina cammina, eccomi arrivato al luna park.

La scimmia è appollaiata sulla spalla destra. Questa sera è anche loquace. Per carità, ogni tanto è divertente sentirla parlare… Purché non esageri, come fa di solito.

“Casa dei carrelli in moto”, recita l’insegna arcuata all’entrata dell’attrazione. Un nome che invoglia, non c’è che dire. Ma entro comunque, perché la grafia tremolante del cartello all’ingresso sussurra “gratis” e da sempre sono vulnerabile a certe seduzioni sofisticate.

Su ogni carrello c’è spazio per parecchi passeggeri, ma mi sento solitario: siamo già in due, io e la scimmia, e la scimmia genera da sola più baraonda di un’intera scolaresca in viaggio d’istruzione. O viaggio-distruzione, ho preso parte molte volte a simili rituali ma il dubbio linguistico mi è rimasto.

Salgo sul carrello ed aspetto che si muova. Non c’è molto da vedere. Niente pupazzi animati decapitati, niente luci soffuse, solo un lungo tunnel.

«Allora? Non posso aspettare qui fino a domani!»
E’ una balla, ma suona convincente.
La scimmia mi guarda con aria severa, ed indica una fessura nella parte anteriore del carrello: un simbolo eloquente invita ad inserire gettoni.

«Eh, ma non ne ho!»
«Guardati in giro, animale.»
«Detto da una scimmia suona grottesco.»

I gettoni ci sono, pare. Fluttuano a mezz’aria. Ne raccolgo una manciata, ne inserisco uno e – meraviglia! Ma anche no – il carrello si muove. Vengo avvolto da una musica discretamente orecchiabile.

Neppure dieci metri ed il carrello rallenta, la musica cambia tono… Diventa triste. Discretamente triste.
Subito, inserisco un altro gettone. Ed un altro, ed un altro… Mi vuoto le mani, così per un po’ sono tranquillo.

Macché. L’aggeggio infernale si mette a correre come un pazzo, e la musica diventa cacofonia. Un casino, insomma. Discretamente.

«Sei proprio il genio che dici di essere! Hai capito che per mantenere il ritmo costante – e la musica discretamente orecchiabile – devi inserire continuamente gettoni. E per avere gettoni da inserire devi acchiapparli al volo. E più vai veloce, più ne prendi, ma non hai tasche dove tenerli, quindi non puoi prenderne quanti ne vuoi…»

Guardo la scimmia, e quella tace. Che creatura fastidiosa.

«Potresti aiutarmi, invece di assecondare loschi fini narrativi e ripetere a voce alta cose che abbiamo già capito.»
«No; lo sai che io mastico e parlo e basta. I gettoni raccoglili da solo. Dov’è il problema?»
«Il problema, stupida bestia, è che ogni tanto i gettoni in volo scarseggiano, e la musica diventa angoscia distillata, e non ho intenzione di trovarmi fermo nel mezzo del nulla con il mio bel carrello.»
«Ed io che c’entro? Non potevi fare come quelli là?»

Mi affianca una comitiva. Saranno in cinque, in sei…
«Vedi, genio? Sono in tanti e possono tenere nelle mani un sacco di gettoni in più!»
«Peccato che per mantenere una velocità decente, con tutto quel peso, debbano infilarne dentro alla fessura uno al secondo… Sai che vita.»
«Li inseriranno a turno.»
«In teoria. In pratica, quello magro lì davanti si sta dando da fare molto più degli altri.»
«Beh, ma si corre meno il rischio di fermarsi…»
«Dici? Guarda che i momenti di penuria di gettoni ci sono per tutti, e se il carrello è pesante e nessuno riesce a raccoglierne abbastanza…»

Perso nella conversazione con la scimmia, ho raccolto pochi gettoni. Oramai il carrello avanza con l’incedere di un carro funebre e la melodia trasuda tristezza a palate.

Vengo raggiunto da un ragazzo allegro con carrello in tinta. Mi guarda, mi squadra, sorride.
«Siamo alle solite? Vedi metafore dappertutto? E’ solo un parco giochi, filosofo!»

Io e la scimmia trasecoliamo.
«Cosa?»
Quello getta verso il mio carrello una manciata di gettoni. «Tieni, almeno acceleri e la pianti con questo strazio.»

Volevo rifiutare per questioni di orgoglio, ma la musica era un lamento. Acchiappo al volo i gettoni e l’elegia diventa una marcetta. La carne è debole, il pesce non è che sia molto più forte.

Com’è, come non è, alla fine ci si diverte anche. Mantenendo un ritmo costante la musica intrattiene.
Mi è sembrato di vedere, in lontananza, il ragazzo allegro, ma non l’ho raggiunto. Credo che il suo ritmo sia troppo sostenuto per me, mi accontento di seguirlo da distante. Quand’ecco… un carrello fermo.

Dentro c’è un uomo seduto a gambe incrociate, gli occhi chiusi.

«Quello è un genio, scimmia! Nessuno ha detto che bisogna procedere per forza, capisci? Si può semplicemente smettere di inserire gettoni, ed è fatta! Scommetto anche che la musica, rallentando, non è più triste e diventa… un suono?»
«Secondo me è un cretino.», replica lei beffarda. Ma neppure troppo. Diciamo discretamente.

Senza chiederle nulla – quando mai asseconda i miei colpi di testa? – smetto di inserire monete e rallento. Sopporto l’aberrante desolazione della melodia che si incupisce e fermo il carrello a due metri dall’asceta. La scimmia sembra assordata dalla vibrazione profonda di cui è densa l’aria. Meglio, molto meglio.

Scendo dal carrello, salgo su quello del santone. Lui apre gli occhi e mi guarda, come terrorizzato…

«Che vuoi?»
«Ho capito il tuo insegnamento, maestro! La stasi, l’equilibrio e tutto! E’ meraviglioso stare fermi qui, e guardare gli altri che passano, affannandosi ad infilar gettoni…»
«In verità, in verità ti dico: sono molto orgoglioso di te. T’è avanzato qualche gettone?»
«Ecco qui tutti quelli che mi sono rimasti!»
«Ti servono?»
«Beh, immagino di no…»
«Me li dai?»
«Tieni.»

Lo guardo incredulo mentre mi fa segno di scendere dal carrello ed inserisce i gettoni nella fessura.

Non lo si vede già più, è partito come un razzo.

Torno sul mio carrello, la scimmia mi guarda instupidita. Mormora, a fatica: «Era un cretino, no?»

Non so neppure io da quanto tempo sono fermo qui, seduto sul mio carrello, in compagnia di una scimmia che dorme. Una volta ogni cento anni il custode ferma l’impianto, smonta tutto e controlla le rotaie.

Per allora sarò già distantissimo da qui.
Per adesso, pausa.

Satori da matite dell’IKEA

Matite piccoline, da temperare spesso.

Ne tengo in tasca un paio, rigorosamente rubate. Ma si possono rubare le matite dell’IKEA? E, soprattutto, dove si prendono le matite dell’IKEA?.

Eppure quante scritte ci stanno, in una matita dell’IKEA? Quanti disegni? Numeri, equazioni?

Perdersi nella contemplazione di oggetti d’uso comune è un altro discreto sistema per sfuggire alle peregrinazioni della mente scimmia. C’è vera genialità in una matita o in un taccuino.

Souvenir – 2

E’ successo di nuovo.

Sto parlando di un sogno neppure troppo vivido, con annesso un fastidioso tentativo di immortalare alcune immagini – usando la fotocamera del cellulare, evidentemente non ho velleità da fotografo neppure nei sogni – per poterle rivedere da sveglio. Già, i post incomprensibili vogliono dir qualcosa, ma di solito bisogna aspettare anni per sapere cosa.

Dopo questa bizzarra esperienza posso assicurarvi che scattare foto in un sogno è dannatamente difficile. O meglio, non è difficile se usate un mirino reflex o cose così: se, come me, vi basate su un display lcd per inquadrare il soggetto, scoprirete che il display si vede malissimo e l’immagine non fa che cambiare. Oltremodo scomodo, se lo si unisce al fatto che (sogni lucidi a parte) la luce è sempre pessima, soffusa e per lo più monocromatica.

C’era da aspettarselo; anche le scritte hanno la tendenza a cambiare ogni volta che le si guarda, figurarsi una cosa complessa come un display digitale.

Pare ci sia anche una spiegazione di natura fisiologica: le zone del cervello coinvolte nella visualizzazione di immagini mentali sono le stesse che si utilizzano per i normali meccanismi della visione, quindi sono “progettate” per avere una persistenza piuttosto bassa. In caso contrario, la nostra percezione sarebbe arricchita da quel fastidioso effetto Lucignolo. La trasmissione qlturale di Italia 1, non il carismatico amico di Pinocchio.

Matthieu Ricard, ex biochimico e monaco Buddhista, oltre che uomo più felice del mondo (dal punto di vista clinico, mica son titoli che uno si dà da solo) non è d’accordo: sostiene che alcuni meditatori professionisti (!) siano in grado di visualizzare e mantenere fissa nella propria mente la stessa complessa immagine per ore ed ore. Al momento ne sta cercando uno per fargli una bella risonanza magnetica alla capoccia e verificare se il suo cervello sia diverso da uno standard.

Dice anche una cosa molto furba, almeno per i miei bassi standard:  che siamo disposti a sacrificare tempo libero per mantenere in forma il corpo, ma di rado facciamo lo stesso per la mente. E mantenere in forma la mente non significa fare cruciverba o memorizzare equazioni, significa allenarla a comportarsi come vorremmo per impedire che vaghi per i fatti suoi. Chi è abituato, come me, a vederla scorrazzare in giro senza meta sa che non è sempre un’esperienza piacevole.

(Sì, la mente scimmia è un tema ricorrente di questo blog. Ne ho parlato riguardo alla “mindfulness“, in alcune parti del viaggio, è implicito nella ricerca del satori… mi dispiace ripetermi, e mi dispiace costringere il lettore a ripescare articoli vecchi di anni. Non farò leva sul senso di colpa per costringerti a cliccare e leggere. No, davvero. So che hai di meglio da fare. Ora, se permetti, andrò a piangere lacrime amare.)

(Ah, dice anche che la ricerca della felicità secondo lui non è mica una cosa cretina. Solo che passa per l’allenamento della mente, perché in ultimo la felicità è uno stato mentale che si può imparare a gestire, non una naturale conseguenza delle proprie condizioni di vita. Sì, ultimamente lo dicono anche i neuropsichiatri. Paura, eh? Pollyanna non mi è mai stata simpatica, si sappia, ma che solo gli scemi e gli ingenui siano felici è un luogo comune un po’ antipatico. Schopenhauer ogni tanto scriveva libretti su come minimizzare i danni: pessimista va bene, pessimista che vive male va meno bene.)

Tic Tac

Sincronizzare tutti gli orologi di casa in modo che producano un unico “TIC!” corale e roboante è un passatempo tanto appagante quanto effimero. Meglio ripiegare sul digitale.

(Attenzione: non vale in tutti gli ambiti)