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Social network

Perché non misuri le parole, social network?

Siamo tutti a nostro agio parlando dei mandarini quelli senza semi o di quanto fa caldo – non è tanto il caldo, è l’umidità. Ma di amicizia?

Ora ti spiego come vanno le cose (o meglio, te lo spiega lui, ma io bignamo).

Funziona che noi siamo tutti almeno un po’ narcisisti. Ci piace vedere, negli altri, tratti caratteristici simili ai nostri. Se per il mio compagno di banco Paperino è più simpatico di Topolino, ed anch’io detesto il topastro, ecco che stimo un po’ di più il mio compagno di banco. L’esempio era scemo, e me l’avevano anche fatto notare: pare che Paperino stia simpatico a tutti e Topolino a nessuno, ma non divaghiamo.

Però, caro social network, la verità è che siamo tutti diversi. Molto diversi. Quindi va a finire che se tu, di una persona, conosci solo la foto dell’occhio destro ed il fatto che adora il tuo autore preferito, trovi quella persona molto simpatica. Vale anche dal vivo, solo che dal vivo non puoi fare a meno di vedere tutto quello che l’omino ha furbescamente omesso dalla foto dell’occhio sinistro. Ma supponendo che il contorno non ti generi una fastidiosa repulsione, il fatto di avere letture in comune è un bel colpo. E non parliamo dei film. E… l’avresti detto? Anche a lui piace guidare di notte! Che simpatico, l’omino, ci si potrebbe vedere un sabato sì ed uno no.

Al terzo sabato insieme ti accorgi che le sue idee politiche sono diverse dalle tue. Per non parlare di quelle religiose. E ti interrompe quando parli, ed a tavola mastica con la bocca aperta. Insomma, non è proprio quel maestro di vita che sembrava, eh?

E sai, social network, questa cosa capita spesso. Molto spesso, anche a quelli che non lo ammettono con sé stessi perché altrimenti si sentono degli orsi. Diciamo che capita nella maggioranza dei casi, checché tu ne dica. Più conosci una persona, più vedi che è diversa da te, meno ti piace.

Beh, ma noi crediamo che la differenza sia una virtù! Meno male che non siamo tutti uguali, pensa che noia! L’umanità è meravigliosa perché siamo tutti diversi!
Verissimo, almeno finché quella personcina tanto diversa da te non ti fa arrivare al cinema a film iniziato, o non ti fa fare una figuraccia con qualcuno a cui tieni, o non ti sbologna una gatta da pelare di dimensioni imbarazzanti con il sorriso sulle labbra. Allora ammazzeresti lei e tutte quelle meravigliose differenze, eh?

Certo, non facciamola troppo tragica. A dispetto del fatto che sì, l’omino per cinque minuti va bene, poi rompe le scatole… vivi una vita, e ti circondi di persone importanti.

Spesso hanno molti tratti in comune con te, ma non è detto. Ogni tanto di tratti in comune sembrano averne pochi, ma fondamentali. E quelle persone ormai le conosci, la fase dei gusti letterari e del guidare di notte l’hai superata da un pezzo. Le conosci, e ti piacciono così. E quando ti capita di conoscerle ancora un po’ di più, ti piacciono di più. Sì, l’articolo di cui sopra dice che la familiarità ha il suo peso anche in questi casi… ma io vedo le cose in modo un po’ più poetico, specie il mercoledì. Fatto sta che queste (poche) persone diventano così importanti che nonostante tutto la voglia di conoscerne altre ti rimane, e passi sopra al fatto che il restante 98% dell’umanità è composta da gente che arrostiresti volentieri su una graticola.

Ed allora, mio caro social network. Il discorso che ho fatto sopra parlava di amicizia, non so se si è capito. Ed il succo era che l’amicizia non è una cosa facile, che puoi prendere con leggerezza. Trovare un amico è un casino che non ti immagini.

E quando trovo, con la comoda funzione di ricerca, un mio compagno di classe delle medie tu mi costringi a chiedergli se è davvero mio amico. E non pensi che io possa essere un po’ in imbarazzo a chiedere a qualcuno che non vedo da vent’anni se è mio amico o meno?
E lui, poveraccio. Che razza di mostro potrebbe rispondermi: “No, non sono tuo amico!”? Per forza che è mio amico. I miei compagni di classe delle medie non vogliono sembrare così scontrosi. Chissà quante volte ci siamo tirati il cancellino o mi ha fregato la merenda… Quindi magari dice che è mio amico, ma in realtà non lo è.

Alla fine della fiera, cos’è successo? Che, se davvero accetta di essere mio amico… posso vedere le cavolate che fa su di te, social network. Tipo che a fine mese va ad un raduno di motociclisti, o che ha fatto indigestione di sushi. Cliccando “Accetto” non si è impegnato a starmi a sentire quando mi lamento perché voglio avere dodici anni e mi manca “Il pranzo è servito”. Né andremo a fare le vacanze insieme. So solo quando andrà a farle da solo, e magari potrò guardare le foto dando sfogo ai miei istinti voyeuristici, e dire “Uh, quanto è invecchiato”.

Però, mi hai costretto a chiedergli di essere mio amico. E lui ha dovuto accettare. E magari un altro dei miei amici, quelli veri, lo odia il mio compagno delle medie. E lo vede nella lista, e se la prende perché è mio amico. Ma non è mio amico, o dei del cielo: è una di quelle figurine eteree che popolano la rete, e tutto quello che ho ottenuto è di guardare la sit-com che è la sua vita. Ma per te, social network, si chiama amico… e non si ha mai molto successo quando si cerca di usare le parole con un’accezione diversa da quella più in voga. Dillo ai satanisti o agli hacker.

Chiamali “Peperoni”, social network, “Peperoni”.

“Corrado ha chiesto di essere un tuo peperone: accetti?”
“Ora Corrado è un tuo peperone! Presentagli gli altri peperoni del tuo orto!”

Alle volte basta così poco, social network…

Mavvaff…

Dan Simmons minchionava mettendo queste parole in bocca a Martin Sileno? Tutt’altro.

Mentre il linguaggio, per la maggioranza delle persone, ha sede nell’emisfero sinistro, i più coloriti bestemmioni nascono dall’emisfero destro. C’è chi, affetto da afasia per lesioni estese ai centri del linguaggio, è ancora perfettamente in grado di tirare accidenti pirotecnici – e qui tirereremmo in ballo la neuroplasticità, ma quella non vuol saperne di farsi tirare né di ballare. Stronza.

Anche il mestiere di scrivere fa suo un articolo di Internazionale e difende la potenza espressiva della parolaccia e la sua trasversalità: l’abuso di scurrilità rischia di esautorare le imprecazioni più popolari, relegandole a mere interiezioni prive di carica esplosiva? O questa era una frase del cazzo?

Il rischio che l’abuso faccia sparire la linea di demarcazione fra “si dice” e “non si dice” è paragonabile al rischio che la pornografia dilagante in internet uccida il sesso propriamente fatto e detto (cercate di non dimenticare la vera funzione di internet, comunque).

In tempi non sospetti e non monopolizzati da Grillo Beppe – che palle, questa mania di associarsi ad espressioni di uso comune: prima “Forza Italia”, poi “Vaffanculo”… lasciatemi libero almeno “Cazzo”, per favore – proposi una mia versione di un gioco di società che sottoporrò quanto prima alla Editrice Giochi o alla Hasbro: il gioco del Vaffanculo.

Non so se anche voi soffriate di quella malattia che chiude lo stomaco quando, durante una riunione conviviale, la conversazione si fa tesa e tetra a causa di un argomento greve – pessimismo, fastidio tra cose e persone o tra persone ed altre persone, narrazioni intrise di dolore esistenziale.

Bene, in quei casi il gioco prevede di osservare con sguardo accusatorio gli altri interlocutori e mandarli a fare in culo. Lentamente, uno per uno, con convinzione: attenzione, non deve suonare falso. Fate scaturire il vostro Vaffanculo dal Muladhara Chakra per poi farlo risalire, fino ad esplodervi in gola. O nel Muladhara del prossimo, per innescare una gioiosa reazione a catena.

Sorpresa, o forse no: è molto liberatorio.

Una variante per i sessocatti prevede di urlare “Bella topona, ti porrei immantinente a novanta!” (o “Tronco di pino, ti cavalcherei come una valchiria che abbia abusato di LSD!”: che non mi si accusi di sessismo) rivolgendosi a donzelle o figliuoli che inneschino particolari ed incontrollabili pulsioni; le testimonianze dei beta tester mi confermano tuttavia che è tanto liberatorio quanto pericoloso per la propria ed altrui integrità fisica e morale, quindi usate il vostro buon senso.

Tanto va…

Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino

Ma perché la gatta? Se è il gatto ad andare al lardo, non ci lascia lo zampino lo stesso? Saggezza dei popoli sessista? Probabilmente sì.

Ed il lardo? Sì, probabilmente il lardo è apprezzato, ma lo stereotipo non vorrebbe il gatto ghiotto di topi, pesce o latte? Mai generalizzare, visto quanto sono schizzinosi i gatti. O forse sono sempre stato esposto allo stereotipo sbagliato, e nessuno me l’ha mai detto per non ferire la mia sensibilità.
C’è chi sostiene possa trattarsi di un refuso, propagatosi negli anni: non sarebbe “il lardo” ma “al largo”, con riferimento alla deprecabile abitudine delle gatte di spingersi oltre la boa di segnalazione nelle giornate di mare mosso, ignorando i ripetuti richiami del bagnino. Questa teoria non ha mai preso zampino, tuttavia.

Veniamo al punto cruciale: ma perché ci lascia lo zampino? Che è, esplosivo, il lardo? Una mina antigatto artigianale? Gli amanti del lardo vanno tanto al lardo, ma non ci rimettono le mani.
O si vuole forse intendere: “ci lascia l’impronta dello zampino”? Se sì, non ci vedo nulla di particolarmente nefasto; di solito i gatti non hanno come obiettivo primario quello di sfuggire a Gil Grissom, ma di riempirsi la pancia. Un gatto con guantini di gomma darebbe nell’occhio molto più di un gatto che lasci impronte sul lardo altrui.

Si fosse detto “Tanto va la gatta al lardo che muore devastata dal colesterolo”, avrebbe avuto un senso. Ma lo zampino, suvvia. Poi arrivano l’uomo nero ed il babau, e le strappano la coda. E’ saggezza popolare o uno squallido plagio di una fiaba dei fratelli Grimm?

Buona l’idea, trito il precetto morale, deprecabile la realizzazione.

Voto: 5–

(si ringrazia Serena per lo spunto)

Linguaggio

Un video piuttosto forte – nel senso di emozionalmente coinvolgente, nel bene o nel male, non di divertente – di una donna autistica che cerca di mostrarci come vede il mondo e come deve reagire ad esso.

è in grado di scrivere molto velocemente usando una comune tastiera, quindi la seconda parte del video spiega (usando sottotitoli ed una voce sintetizzata) cosa vediamo nella prima parte e come interpretare i suoi mugolii ed i gesti ripetitivi.

Il video non vuole parlare, in realtà, dell’autismo. Il punto cruciale è che il nostro modo di rapportarci con l’ambiente e di comunicare è solo uno dei modi possibili: anche il suo lo è, anche se a noi appare imbarazzante, fastidioso, a tratti anche spaventoso.

Ciò che mi ha fatto riflettere è che alcuni gesti, alcuni suoni riportano la memoria all’infanzia, a quando ero capace di fissare l’acqua corrente per venti minuti senza battere ciglio. C’è qualcosa di primordiale nel modo che ha questa donna di interagire con gli oggetti che è in tutti noi, ma viene mascherato o trasformato dall’esperienza e dalle convenzioni.

Lei non può controllare certi gesti ripetitivi, non può evitare di cadere in circoli viziosi – una conoscenza superficiale dell’autismo non mi permette di scendere nello specifico o di usare termini più appropriati – perché le costerebbe una significante quantità di energia mentale. Altri, a quanto pare, riescono a confinare certi comportamenti inusuali ai momenti di privacy, pagando come prezzo uno stress notevole.

Il video vuole parlare di linguaggio, di come il linguaggio ci definisca. Avevo già sfiorato l’argomento, con il solito atteggiamento forzatamente criptico e supponente; è una banalità, anche il mio linguaggio parla di me. Che influenza ha sulla nostra vita la capacità o l’incapacità di comunicare ciò che sentiamo, di decifrare il linguaggio altrui?

Qualcuno dei commentatori di YouTube chiedeva se davvero si possa parlare di linguaggio: un linguaggio è tale se almeno in due lo capiscono. Senza questo requisito quel video mostra davvero solo rumori ed un lamento fastidioso.

Silentmiaow sostiene di aver avuto riscontri positivi da altri autistici, testimonianze a conferma di un modo comune di sperimentare la realtà. La cosa non mi stupisce, anche se pare che l’autismo sia molto complesso e ricco di sfaccettature.

Silentmiaow esprime il suo mondo, all’interno del blog, con dovizia di dettagli e fa capire che c’è una coerenza interna che non sospetteremmo se ci fermassimo all’apparenza.