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Altre 5 idee per accumulare stress

(segue)

  1. Concentrarsi sulla fine. Non importa quanto sia bello il momento che si sta vivendo, presto avrà fine. Ciò è sufficiente a renderlo meno bello; il rimuginare su questa verità aiuta a distrarsi, in modo da non godere a pieno del presente.
    Weekend, stagioni, amicizie, amori, vite: tutti articoli con una data di scadenza prefissata – nel migliore dei casi, alcune date di scadenza coincidono. Ad esempio, i weekend con le stagioni e le stagioni con le amicizie.
    Ogni fine è fine sul serio, non esiste ciclicità. Un weekend bruciato non torna più; figuriamoci un’amicizia.
  2. Monitorare attentamente i propri sentimenti. Si sta provando affetto o dipendenza o abitudine? Il fastidio sfocia nell’indifferenza? Gelosia, invidia o stizza?
    Seguire con attenzione le evoluzioni di ogni moto dell’umore, eventualmente annotandole su un taccuino mentale (nelle pagine del quale spicchino le più nefaste) ed investigare sulle cause. Lo sfavamento non è mai endogeno, probabilmente la responsabilità è di amici/parenti/amanti: inchiodarli, seppur tormentati dal rimorso per la crudeltà del gesto, alle proprie responsabilità.
    Ancora più divertente: cercare di controllare gli stati d’animo. L’affetto è intenso quanto basta o va incrementato con sforzi enormi e vani? Ci si sente abbastanza in colpa per le porcate che si sono fatte o si fanno? Si odia a sufficienza per il torto subito?
    Con la pratica affogare ogni sentimento, soprattutto quelli più piacevoli, in una nuvola di fredde analisi.
  3. Considerarsi uomini di elevata moralità e cercare di comportarsi di conseguenza. Funziona molto, molto meglio se non si è uomini di elevata moralità.
    Più in generale, prefiggersi degli obiettivi ed assicurarsi di non avere abbastanza forza di volontà per portarli a termine. Se possibile coinvolgere amici, parenti ed amanti nell’impresa, in modo da deludere più gente possibile quando il fallimento – puntuale – arriverà.
  4. Rimuginare sugli effetti a lunghissimo termine delle proprie azioni, dalle più insignificanti alle più rilevanti. Assumere che le conseguenze di ogni decisione saranno prima o poi nefaste perché qualcosa (dipendente o meno dalla propria volontà) andrà storto e non ci sarà più niente da fare. E si sarà responsabili per averlo previsto e non aver fatto abbastanza per prevenirlo – anche aiutati dalla forza di volontà inesistente.
  5. Considerare il cambiamento come il peggiore dei mali. Poiché le cose non migliorano mai, lasciate a sé stesse, ogni minima variazione ci avvicina al baratro (ed all’inevitabile fine, vedi punto 1).
    Osservare sé stessi tra dieci, venti, trent’anni ed immaginarsi non solo dotati delle stesse vulnerabilità (acuite) e degli stessi desideri (che non si saranno avverati ed ormai sarà troppo tardi), ma fiaccati dagli strali della sorte avversa, soli e detestati da tutti coloro che, un tempo importanti, saranno stati calpestati per necessità, casualità o semplice goffaggine.

72 gradi

72 gradi, l’angolo al centro di un pentagono.

Il foglio di cartoncino trasparente, con buchi ad intervalli regolari, mi risparmia la fatica di dover rifare la costruzione ogni volta che disegno un pentagono. Dovrò disegnarne parecchi, per il mio dodecaedro.
Non ho intenzione di mettere linguette, nello sviluppo, voglio incollare su ogni faccia un’ulteriore coppia di pentagoni affiancati; in questo modo incollerò solo intere facce pentagonali su intere facce pentagonali, e non si vedranno altre forme se non pentagoni, neppure in controluce.

Ci deve essere qualcosa di magico, nel pentagono. Tracciando le diagonali viene una stella, ma non è così semplice; so che quella stella ha qualcosa di particolare, uomini l’hanno usata come simbolo. Un simbolo usato così a lungo e con tanta dedizione è vivo. Un po’ più del divieto d’accesso, o della mano nera dell’operaio con l’elmetto che intima “Alla larga!”.

Disegno sul cartoncino bianco, ritaglio, piego con cura, incollo. Ancora, ed ancora. Ora il dodecaedro, poi l’icosaedro. Ho visto il disegno di questi solidi sul dizionario enciclopedico, ma li liquidava in un paragrafetto… lui non ha capito nulla, non sa quanto sono magici.

Non so perché li costruisco, né so cosa me ne farò. Credo che li lascerò su un mobile fino ai ventisette anni, sperando che non sia vero che morirò proprio a ventisette anni… e se anche è vero pazienza, ce n’è di tempo.

Quando dovrò rifare cose simili con il cartoncino (ad educazione tecnica?), sbufferò. Quando rivedrò quegli stessi solidi, anni dopo, in plastica e con sopra i numeri sopra, avranno qualcosa di familiare. Però saranno meno magici dei miei… con quegli spigoli smussati e le sbavature di colore intorno ai numeri.

Ora disegno, taglio, piego, incollo. Sul tavolino in legno scuro, con accanto il piano di cristallo che non si tocca, ed il sole al tramonto filtra attraverso le tapparelle abbassate.

Allora serve a qualcosa, questo dizionario enciclopedico. C’è scritto come posso costruire l’ettagono con il compasso. Ci provo.

Però l’ettagono è strano. Mi affascina, ma non posso costruirci solidi… se provo a dividere trecentosessanta per sette, non mi fermo più. Non è preciso, non ci sta bene. Come può essere regolare, questo poligono, se non posso usare un bel numero per l’angolo al centro? Come lo misuro con il goniometro, quest’angolo di 51,428571 (e via così) gradi?

Lo disegno lo stesso, quest’ettagono. E lo guardo, e ne disegno un altro, e lo guardo.
Non sei perfetto, mi dispiace. Però mi piace la tua forma. Quindi ti disegno ancora. E ti ritaglio, e non posso regalarti una dimensione in più perché sei imperfetto. Mi dispiace, però almeno ti disegno.

E le stelle muoiono anche loro, in quel disegnino che non ho capito con su scritto ZAMS.
E mai ti si concede un desiderio senza che inoltre ti sia concesso il potere di farlo avverare. Però non riesco a fare nulla con questi ettagoni, se non guardarli e chiedermi

Satori da matite dell’IKEA

Matite piccoline, da temperare spesso.

Ne tengo in tasca un paio, rigorosamente rubate. Ma si possono rubare le matite dell’IKEA? E, soprattutto, dove si prendono le matite dell’IKEA?.

Eppure quante scritte ci stanno, in una matita dell’IKEA? Quanti disegni? Numeri, equazioni?

Perdersi nella contemplazione di oggetti d’uso comune è un altro discreto sistema per sfuggire alle peregrinazioni della mente scimmia. C’è vera genialità in una matita o in un taccuino.

Opinioni

Ho una brutta malattia: opinioni fluide.

Qualunque sia la mia opinione di partenza, l’esposizione prolungata ad opinioni diverse (od opposte) mi polarizza facilmente.

Com’è intuibile, è necessario che le aliene opinioni siano più o meno credibili o che chi le propone sappia dar loro un minimo di credibilità – il che, per la gente come me, è più o meno lo stesso.

I sintomi più gravi della malattia?

  • Se ti conoscono, non ti prendono troppo sul serio. Ma pazienza.
  • Inizi a chiederti quali idee siano nate nella tua testa e quali siano state abilmente impiantate. Perso nel relativismo, siedi inebetito sullo sgabello. Ma pazienza.
  • Non riesci ad avere costruttivi scambi di opinioni con persone garbate. Neppure dieci minuti, e state dicendo la stessa cosa. Particolarmente desolante il caso in cui ti trovi davanti uno con la tua stessa malattia: le opinioni rimbalzeranno senza mai assestarsi. La conversazione di solito finirà con “Mah.”, “Boh.” o “non c’è più la mezza stagione.”

Qualcuno ha una cura?

Nodi

Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non
giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare,
infrangerò le regole e mi puniranno.
Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco.

Sei crudele
a farmi sentir cattivo a pensare
di essere crudele a farti sentire crudele
col sentirmi cattivo che tu possa essere così crudele
da pensare
che non ti voglia bene, quando sai che te ne
voglio.
Se non sai che te ne voglio ci dev’essere qualcosa in te
che non va.

Tratti da “Nodi”, di Ronald David Laing.

Esplora parecchi schemi di pensiero di cui si rimane prigionieri; il signore ha scritto parecchio sulle psicosi, e pare avesse anche un’esperienza di prima mano sull’argomento. Ecco qualche altro nodo, in italiano.

I circoli viziosi della mente sono un leitmotiv di Banalità. Ricordo una vignetta dei “Peanuts”: Charlie Brown sospirava davanti alla televisione. Passava Lucy: «Perché sospiri, Charlie Brown?» «Perché non sto facendo i compiti, quindi l’angoscia non mi fa godere la televisione.» «Ma scusa, perché non fai i compiti?» «Non mi sto godendo la televisione, lasciami godere almeno l’angoscia…».

[via Mind Hacks]

Nerd Handbook

A nerd needs a project because a nerd builds stuff. All the time. Those lulls in the conversation over dinner? That’s the nerd working on his project in his head.

Dividere le persone in categorie mi mette a disagio; conosco gente che, quando ti porge la mano per presentarsi, nasconde già nel palmo un’etichetta appiccicosa di cui non ti libererai neppure sfregando con l’alcool.

Nella migliore delle ipotesi l’etichetta è grossolana, e ti senti ridotto a personaggio minore di una serie tv («Oh, lui è quello che fa battute cretine ma dà buoni consigli»); nella peggiore, l’etichetta è proprio sbagliata. La burocrazia necessaria a farsene assegnare un’altra è estenuante al punto che viene voglia di interpretare il personaggio dell’etichetta per quieto vivere. Ma avere a che fare con un altro individuo è sempre difficile, quindi la mia invettiva contro le etichette si ferma qui: è un modo come un altro per illudersi di avere il controllo della situazione.

Il lungo preambolo introduce l’articolo qui sopra, un pratico manuale per imparare a gestire i nerd. Sì, non è un manuale per i nerd; è un manuale per chi ha a che fare con i nerd. A me non è molto utile, quindi, ma citarlo sul mio blog ha una sua logica nell’ipotesi in cui abbiate avuto, abbiate o prevediate di avere contatti con me.
Ah, sì, sull’uso della parola “nerd”: niente seghe mentali, se vi disturba sostituite con “geek” o con “pollo di gomma con una carrucola in mezzo”, il succo non cambia.

Scoprirete perché il vostro nerd reagisca male ai cambiamenti nel suo ambiente, cosa alimenti il suo interesse per i giocattoli (e per le persone, essenzialmente giocattoli molto sofisticati!), perché abbia una conoscenza a largo spettro ma di scarsa profondità e come questo sia conciliabile con l’apparente carenza di memoria («Ma sarà la quinta volta che te lo dico… solo oggi!»).

Ci sono anche degli interessanti trucchi per sfruttare queste peculiarità ed addestrare il vostro nerd a fare ciò che desiderate con il minimo sforzo.

Ora scusatemi, mi serve un po’ d’alcool…

[via Lifehacker]

Mavvaff…

Dan Simmons minchionava mettendo queste parole in bocca a Martin Sileno? Tutt’altro.

Mentre il linguaggio, per la maggioranza delle persone, ha sede nell’emisfero sinistro, i più coloriti bestemmioni nascono dall’emisfero destro. C’è chi, affetto da afasia per lesioni estese ai centri del linguaggio, è ancora perfettamente in grado di tirare accidenti pirotecnici – e qui tirereremmo in ballo la neuroplasticità, ma quella non vuol saperne di farsi tirare né di ballare. Stronza.

Anche il mestiere di scrivere fa suo un articolo di Internazionale e difende la potenza espressiva della parolaccia e la sua trasversalità: l’abuso di scurrilità rischia di esautorare le imprecazioni più popolari, relegandole a mere interiezioni prive di carica esplosiva? O questa era una frase del cazzo?

Il rischio che l’abuso faccia sparire la linea di demarcazione fra “si dice” e “non si dice” è paragonabile al rischio che la pornografia dilagante in internet uccida il sesso propriamente fatto e detto (cercate di non dimenticare la vera funzione di internet, comunque).

In tempi non sospetti e non monopolizzati da Grillo Beppe – che palle, questa mania di associarsi ad espressioni di uso comune: prima “Forza Italia”, poi “Vaffanculo”… lasciatemi libero almeno “Cazzo”, per favore – proposi una mia versione di un gioco di società che sottoporrò quanto prima alla Editrice Giochi o alla Hasbro: il gioco del Vaffanculo.

Non so se anche voi soffriate di quella malattia che chiude lo stomaco quando, durante una riunione conviviale, la conversazione si fa tesa e tetra a causa di un argomento greve – pessimismo, fastidio tra cose e persone o tra persone ed altre persone, narrazioni intrise di dolore esistenziale.

Bene, in quei casi il gioco prevede di osservare con sguardo accusatorio gli altri interlocutori e mandarli a fare in culo. Lentamente, uno per uno, con convinzione: attenzione, non deve suonare falso. Fate scaturire il vostro Vaffanculo dal Muladhara Chakra per poi farlo risalire, fino ad esplodervi in gola. O nel Muladhara del prossimo, per innescare una gioiosa reazione a catena.

Sorpresa, o forse no: è molto liberatorio.

Una variante per i sessocatti prevede di urlare “Bella topona, ti porrei immantinente a novanta!” (o “Tronco di pino, ti cavalcherei come una valchiria che abbia abusato di LSD!”: che non mi si accusi di sessismo) rivolgendosi a donzelle o figliuoli che inneschino particolari ed incontrollabili pulsioni; le testimonianze dei beta tester mi confermano tuttavia che è tanto liberatorio quanto pericoloso per la propria ed altrui integrità fisica e morale, quindi usate il vostro buon senso.

La saggezza dei popoli

“Sì, ma non è ovvio?”

L’articolone esamina un luogo comune (quello che la psicologia sia ovvia) da vari punti di vista.

Non sono tanto le conclusioni a cui giunge che ci interessano – l’avreste mai immaginato? La psicologia non è ovvia – quanto alcune riflessioni riguardo alla nostra percezione di “ovvio”.

E’ facile scambiare il familiare con l’ovvio; anzi, spesso è proprio la nostra ignoranza di un argomento a farcelo percepire come banale poiché non abbiamo gli strumenti per capire quanto poco ne sappiamo. Tutti credono di conoscere come funziona una cerniera, uno sciacquone od un lucchetto… almeno fino a quando non si chiede di scendere nel dettaglio e descrivere con dovizia di particolari. Solo a quel punto si manifesta l’ignoranza non solo dei particolari, ma anche dei principi generali.

Lo stesso si può dire di tutti quegli esperimenti il cui esito (così ci sembra) è conforme con il nostro buon senso; in realtà il buon senso è molto più utile per giustificare a posteriori un risultato già noto che per prevederlo, numerosi studi lo dimostrano. Sì, so che sono studi scontati: è tutta questione di buon senso.

Ma questo buon senso è lo stesso che ci fa accettare come vere tanto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” quanto “La lontananza rafforza l’amore”. Estraiamo dal cappello l’una o l’altra frase, in funzione della circostanza, e ci sentiamo fini conoscitori dell’animo umano.

Non avete anche voi un nonno che è campato fino a novant’anni nonostante inserire qui un comportamento nocivo per la salute? Non avete pensato anche voi che, in fondo, inserire qui un argomento dello scibile è un ammasso di fuffa che qualunque scemo potrebbe capire?

Io lo faccio continuamente. In un certo senso è rassicurante: prendere atto della profondità della propria ignoranza non è il modo migliore di trascorrere un sabato sera e Wikipedia è sempre pronta ad estendere la nostra conoscenza superficiale del mondo, conferendoci in cinque minuti l’illusione di sapere qualcosa di un po’ di tutto.

Ed ora torniamo a rimuginare sulla cerniera e sulla serratura. Lo sciaquone viene lasciato come esercizio per il lettore.

[via Mind Hacks]

Sfocatura

Un effetto collaterale neppure troppo originale della perdita di coscienza del momento attuale è che si tende a vivere nel futuro o nel passato, piuttosto che nel presente.

Le leggi fisiche, però, non collaborano: a meno di flussi canalizzatori,  l’esperienza del passato e del presente è un elaborato artefatto della nostra mente. Quest’ultima, con poche e notevoli eccezioni, non è ad alta definizione; smussa, migliora, peggiora. Spesso migliora il passato e peggiora il futuro, ma non è una regola.

Volendo distinguere vari casi:

  • quando si vive in un passato edulcorato, il presente è sempre troppo grigio. Non acquisirà il giusto colore – o, più probabilmente, colori di gran lunga troppo vivaci – che a distanza di anni. Ma a quel punto sarà già passato.
  • quando si vive in un passato artificialmente peggiorato, le scelte del presente sono influenzate da fastidiosi condizionamenti. Per evitare il ripresentarsi del passato terribile si fugge in continuazione. Aggiungere con moderazione un pizzico di rimpianto per le occasioni perse, ottimo espediente per trasformare il presente di oggi nel pessimo passato di domani.
  • quando si vive in un futuro spumeggiante, il confronto con il presente demoralizzante è piuttosto fastidioso. Soprattutto quando il futuro idealizzato cerca di incastrarsi sul presente e non ci riesce. Prepararsi ad una discreta dose di delusione gratuita: la torta non sarà mai buona come ci si aspettava. Ci si può consolare nella continua contemplazione del futuro perfetto, ma non è un passatempo né sano né economico.
  • quando si vive aspettando con ansia un futuro opprimente, è difficile godere del presente. Sì, per ora va tutto bene, ma prima o poi…
    Ottimo complemento per il passato edulcorato, per estensione.

YMMV.

Souvenir – 2

E’ successo di nuovo.

Sto parlando di un sogno neppure troppo vivido, con annesso un fastidioso tentativo di immortalare alcune immagini – usando la fotocamera del cellulare, evidentemente non ho velleità da fotografo neppure nei sogni – per poterle rivedere da sveglio. Già, i post incomprensibili vogliono dir qualcosa, ma di solito bisogna aspettare anni per sapere cosa.

Dopo questa bizzarra esperienza posso assicurarvi che scattare foto in un sogno è dannatamente difficile. O meglio, non è difficile se usate un mirino reflex o cose così: se, come me, vi basate su un display lcd per inquadrare il soggetto, scoprirete che il display si vede malissimo e l’immagine non fa che cambiare. Oltremodo scomodo, se lo si unisce al fatto che (sogni lucidi a parte) la luce è sempre pessima, soffusa e per lo più monocromatica.

C’era da aspettarselo; anche le scritte hanno la tendenza a cambiare ogni volta che le si guarda, figurarsi una cosa complessa come un display digitale.

Pare ci sia anche una spiegazione di natura fisiologica: le zone del cervello coinvolte nella visualizzazione di immagini mentali sono le stesse che si utilizzano per i normali meccanismi della visione, quindi sono “progettate” per avere una persistenza piuttosto bassa. In caso contrario, la nostra percezione sarebbe arricchita da quel fastidioso effetto Lucignolo. La trasmissione qlturale di Italia 1, non il carismatico amico di Pinocchio.

Matthieu Ricard, ex biochimico e monaco Buddhista, oltre che uomo più felice del mondo (dal punto di vista clinico, mica son titoli che uno si dà da solo) non è d’accordo: sostiene che alcuni meditatori professionisti (!) siano in grado di visualizzare e mantenere fissa nella propria mente la stessa complessa immagine per ore ed ore. Al momento ne sta cercando uno per fargli una bella risonanza magnetica alla capoccia e verificare se il suo cervello sia diverso da uno standard.

Dice anche una cosa molto furba, almeno per i miei bassi standard:  che siamo disposti a sacrificare tempo libero per mantenere in forma il corpo, ma di rado facciamo lo stesso per la mente. E mantenere in forma la mente non significa fare cruciverba o memorizzare equazioni, significa allenarla a comportarsi come vorremmo per impedire che vaghi per i fatti suoi. Chi è abituato, come me, a vederla scorrazzare in giro senza meta sa che non è sempre un’esperienza piacevole.

(Sì, la mente scimmia è un tema ricorrente di questo blog. Ne ho parlato riguardo alla “mindfulness“, in alcune parti del viaggio, è implicito nella ricerca del satori… mi dispiace ripetermi, e mi dispiace costringere il lettore a ripescare articoli vecchi di anni. Non farò leva sul senso di colpa per costringerti a cliccare e leggere. No, davvero. So che hai di meglio da fare. Ora, se permetti, andrò a piangere lacrime amare.)

(Ah, dice anche che la ricerca della felicità secondo lui non è mica una cosa cretina. Solo che passa per l’allenamento della mente, perché in ultimo la felicità è uno stato mentale che si può imparare a gestire, non una naturale conseguenza delle proprie condizioni di vita. Sì, ultimamente lo dicono anche i neuropsichiatri. Paura, eh? Pollyanna non mi è mai stata simpatica, si sappia, ma che solo gli scemi e gli ingenui siano felici è un luogo comune un po’ antipatico. Schopenhauer ogni tanto scriveva libretti su come minimizzare i danni: pessimista va bene, pessimista che vive male va meno bene.)