Archivi tag: intimista

Premendo “brano successivo”

Uh,  bella! Alle medie, quando credevo che poi… vabbè, NEXT.

Questa la ascoltavo in quei lunghi pomeriggi in cui… che poi tutti per i fatti loro e… no, NEXT.

Carina, allegra. Mi fa pensare a quando giocavamo. Eh, poi ci siamo un po’ persi. E’ la vita. NEXT.

Cristo, questa è dell’anno scorso. Cosa potrà mai ricordarmi dell’anno scorso che non… ah. NEXT.

Non è che Beethoven è diventato sordo. E’ che non ce la poteva più fare.

Sotto ‘l velame de li versi str*

Perdo tempo a scriver tre parole
pensando possa esser cosa lieta
(eppure le persone restan sole)

d’altronde la decenza ben mi vieta
di creder d’aver qualcosa da dire
che renda te, lettor, persona quieta

togliendoti la voglia di morire.
Se salti sotto al tren non ti dissuado
ma chiedo per favor, fammi finire

nel volger d’un minuto a letto vado
per cui la sofferenza sarà breve.
Costretto dentro ai versi, ci ricado

e scrivo di coscienza un flusso greve
ch’ha pochi punti fermi, ma distrae
la mente del creator, ch’è affatto lieve

e da postacci tetri mostri trae
che soffocano il sole e pur la luna
qual strozza il p2p l’astuta SIAE.

Se cerchi una ragione che sia una
di questo scriver mio sì poco degno
non passa il tuo cammello dalla cruna

ma vedi dietro al mondo un gran disegno
per cui l’osservator ben si convinca
che la vita non sia degli altri pegno?

Non sembra il vaneggiar d’uno che trinca
con l’espressione scema mentr’aspetta
ch’al Superenalotto un dì si vinca?

Se ancora cerchi il treno, fallo in fretta
alle sette e trentuno l’Intercity
veloce ti trasfomerà in pappetta.

Se invece i tuoi pensieri son più miti
un poco sei incosciente, te lo dico
e forse a tue rotelle mancan viti

ma tanto non possiamo farci un fico
c’è sempre un pezzo ad esse, che non entra
nel tetrisian mosaico che, mio amico,

prepara la tua mano, e si concentra
come la testa mia (ma siamo in tanti)
nei posti puzzolenti ove s’addentra.

Allor tiriamo giù un bel po’ di santi
non ci spariam, per tema del rinculo
con far un po’ imbronciato, sempre avanti

tiriamo noi, testardi più d’un mulo,
sebben qualcuno dica ch’è scurrile,
gemiamo tutti insieme “vaffanculo”.

2c

«Cosa fai con quella penna a punta sottile?»
«Un corridoio.»
«Lungo quanto?»
«Infinito. Vedi, se faccio le righe così, e poi sempre più vicine, e con la penna sottile posso farle proprio vicine, alla fine il corridoio diventa quel puntino nero. Ma non è finita lì! In quel puntino nero il corridoio continua, e se tu camminassi vedresti sempre queste righe, sempre più vicine, ed un puntino nero in fondo.»
«Perché ti piace?»
«Perché su questo foglio, che è piatto, ci sta una cosa profonda.»
«E quest’altro foglio, con i puntini blu ed arancioni?»
«E’ la polvere. Se metti gli occhialetti sembra polvere, con alcuni granelli vicini al tuo naso, altri sepolti dentro al foglio. Vedi? Sembrano nel tavolo. Ma è impossibile, non c’è un buco nel tavolo.»
«E questo ricciolo dorato?»
«E’ un ologramma. Lo fanno con il laser. Vedi come sembra sospeso nell’aria? Come sfugge dal vetro? Sono sicuro che è in un altro mondo, quel ricciolo. Se lo guardi e ti sposti a destra… ecco, così… vedi? Vedi quel riflesso? C’è qualcosa lì dietro, ma non riusciamo a vederlo bene perché la nostra finestra su quell’altro mondo è piccola come il vetro.  Ma nell’altro mondo è tutto collegato: il ricciolo, la piccola piramide circondata dalla sabbia dorata, i due dadi, il drago Elliot e la Crepereia Tryphaena del libro di educazione artistica.»
«Questi li conosco, invece. Stereogrammi, vero?»
«Sì, ho capito come si fanno. Tutto da solo, anni prima di Google e dei cellulari. Che bravo, eh? Altro che Gauss. Ma sono meno divertenti: quelli che li vedono, li vedono, gli altri ti guardano come se fossi scemo. Poi se dici alla gente “rilassati, fissa un punto distante…” ti prendono per Giucas Casella ed il gioco è finito. Tra l’altro il mondo degli stereogrammi è monocromatico ed a strati. Secondo me lì non ci arriva la sabbia dorata, e tantomeno il drago Elliot: solo un sacco di dinosauri e delfini.»
«Capisco. E perché mi stai raccontando tutto questo?»
«Non so. Credo perché un po’ ci ho sempre creduto, a questi mondi dietro ai foglietti, ai vetri, agli schermi. Ed ora la gente inizia a scoprirli. Ma non so se capisce quanta magia c’è in tutti quei posti nascosti alla vista, pieni di geometrie perfette.»
«E tu lo capisci?
«Io ci ho vissuto un sacco di tempo, alla luce dei fari alogeni, in mezzo alle illusioni dietro al vetro.  So che magari non è una gran cosa… Ma uno c’è stato, la bandierina non ha potuto mettercela, la macchina fotografica non l’aveva e le cartoline erano troppo piatte per raccontare. Ed allora ne parla come fanno i vecchi con la guerra, o con le ciliegie rubate d’estate.»

Link

Alludo a qualità liquide nella tortuosa struttura della memoria per cui ritornano esperienze remote – ed in una caramella mou si fondono insieme.

Non è “come quella volta che”: è quella volta che. Che la coscienza abbia una struttura compatta è un’illusione neppure troppo credibile. Al me che si arrabbia perché gli han fregato il posto in fila non importa nulla del me che mastica wasabi; al più revisiona strategia di guerra sulla base dei posti fregati in precedenza. E se il momento è giusto – e la luce anche – le differenze tra un posto in fila e l’altro e tra un masticamento e l’altro diventano insignificanti dettagli in un mare di esperienze ripetute, e ripetute, e ripetute. Come dici? Ripetute, sì.

E quelle irripetibili pure, ché ogni tanto suona la sveglia nel bel mezzo del mezzo e torna un me estratto a sorte che sembra uscito bel bello dalla naftalina in cui era stato incartato al momento dell’irripetibile. Con tanti saluti ed i miei omaggi.

Poi se ne va, tracciando un parallelo con i cellulari che si accendono da soli all’ora della sveglia e quelli che rimangono spenti perché si aspettano di essere sempre accesi.

Flasback – B

La serata è calda. Sarebbe silenziosa se non fosse per il suono del cannone laser, generosamente offerto da Paula.

Guarda cosa si inventano. Nel bel mezzo di un platform (ma uno figo, eh, niente animaletti con gli occhioni… un certo Turrican II) tre livelli di sparatutto a scorrimento orizzontale. Il dischetto, piratato con la solita disinvoltura la settimana scorsa e dotato dell’etichetta bianca di rito, gira tranquillo nel drive. Poi c’è questo muro bonus: per superarlo l’hai imparato a memoria. Non c’è altro modo.
La mente è completamente sgombra mentre muovi il joystick con gli occhi fissi nei fosfori di un televisore a 17″. Chissà, forse ricorderai l’esatta sequenza che ti consente di non schiantarti contro le pareti – basso, alto, basso, alto, BASSO!, IN BASSO CI SONO LE VITE!, accidenti qui si muore sempre – tra dieci anni. O quindici. Facciamo diciotto.

I piani per domani mattina sono diversi. Ci si deve liberare di quei dannati chierici. Non una o due volte. Cinquanta o sessanta, almeno, così si sale di livello e si può lanciare Power Word Kill. Non sei tu ad essere maniacale, sono loro che si ostinano a resuscitare ogni volta che passi in quel corridoio… oddio, non proprio ogni volta che passi in quel corridoio. Ogni volta che ci passi dopo essere saltato almeno tre volte (avanti e indietro, come uno scemo) nel teletrasporto. Dettagli.

Comunque la serata è calda. Il dischetto non proviene dal pirata di fiducia, per una volta, ma da una riunione conviviale con i compagni del corso di inglese. L’originale (il dischetto, non la riunione né il corso né l’inglese né tantomeno il pirata) non era stato ritenuto degno dell’etichetta bianca: qualcuno aveva inciso a fondo il nome del gioco direttamente sulla plastica, probabilmente con una matita 20 o 30h. La tua copia è ovviamente più chic e custodita nell’apposito raccoglitore.

Ma è tardi. Tempo di spegnere tutto ed iniziare il rituale serale – anche quello, magari destinato a rimanere immutato per i prossimi dieci. O quindici. Facciamo diciotto anni.

E giù sotto le lenzuola. Ma proprio sotto, ché all’ombra dalla pelle bianca e senza lineamenti non venga in mente di fare scherzi durante la notte.

Onnipotenza

La siepe che separa i sogni normali da quelli lucidi non è così alta. Da una parte del giardino si intravede l’altra.

Qualcosa sussurra alla coscienza che ciò che si sta vivendo non è reale, ma persi nel realismo onirico si ignorano gli indizi.

Da queste parti, un chiaro segno del sogno – nessuno scusi il bisticcio – è la possibilità di camminare, anzi gattonare, molto velocemente se si è raso terra. Non molto in accordo con le leggi della fisica: lì in basso la pressione dovrebbe essere maggiore, la temperatura più bassa, la densità elevata… e comunque, non di rado si sa che raso terra si cammina velocissimi ma non ci si riesce, oppressi da un notevole peso.

Altri segni? Centri commerciali, stazioni, auto fuori controllo (confondere il pedale del freno con l’acceleratore o lottare contro un pedale della frizione scivoloso dà sempre un certo gusto). Al lavoro, psicanalisti ed esperti del sogno! Qui c’è un sacco di materiale.

Il fatto che consciamente si ignorino gli indizi, mentre si sta vivendo il proprio film, non significa che li si ignorino anche inconsciamente.

Quando la situazione si fa troppo tragica ecco, infatti, che emerge una strana consapevolezza: se si immagina il problema risolto, se ci si proietta in un altro luogo, spesso funziona.

E’ così che ho recuperato il portafogli lasciato a casa, subito prima di imbarcarmi: l’ho immaginato nella borsa e semplicemente c’era. Ma come tornare alla nave prima che partisse? Semplice: essere già lì. E’ un attimo, no?

Suona meno strano di quanto dovrebbe. Solo dopo qualche tentativo di sfuggire alle proprie trame malate, ai conflitti che il sogno continua a proporre dopo ogni tentativo di dénouement, ci si sveglia. Accade quando si realizza che, insomma, di solito nella vita non funziona così: se dimentichi lo spazzolino da denti è finita, non basta un atto di volontà.

Pare.

Guybrush Noir

Della stessa serie: “Come liberarsi dagli insetti nocivi“, “Come costruire una pedana in una spiaggia

Lo stacchetto animato “That’s all, folks!” dei Looney Toons si apre, invece di chiudersi, su di lui, sul suo completo color panna, sui suoi capelli neri e sul suo sorriso beffardo. «Sono qui, e questa è la mia storia.»

Il disastro lo accolse con una camicia larga e dei pantaloni corti. Sembrava tutto calcolato, un copione già visto mille volte: l’iceberg taglia in due la nave, si affonda, si passa alla storia non come individuo ma come vittima, o superstite fortunato solo agli occhi di chi non c’era.

L’equipaggio, incosciente e scanzonato, lo guardava come fosse il capitano: ma era solo il primo venuto. Eppure nel frangente tragico tutti lo elessero punto di riferimento: se non dispensatore di saggi consigli, almeno bersaglio di scherzi crudeli.

Consapevole del suo ruolo lo accettava ridendo, mentre colava a picco.

Non era il polo, l’acqua che li accolse quando la nave sparì tra i flutti era calda. Si respirava un’aria euforica: più un bagno a mezzanotte che un naufragio.

L’entusiasmo scemò ma la disperazione aveva altro da fare. «Si farà come si è sempre fatto in questi frangenti», gli dissero, riconoscendo la sua inesperienza e determinati a fare di lui un vero marinaio.

Si strinsero l’uno all’altro in una lunga fila: ciascuno cingeva il collo di due compagni, tutti voltati in direzione della costa, nessuno chiedendosi quanto fosse vicina. Non era facile neppure nuotare, in quella posizione, con le braccia ferme e spalancate in un abbraccio dolorante; talora la bocca finiva sott’acqua, in salamoia.

Passavano le ore.
«Voi vi sentite le dita dei piedi?»
«Non più. All’inizio danno fastidio, poi non sembra neppure di averle. Tranquillo.»

All’inizio, un abbraccio fraterno. Adesso – e nessuno ne aveva parlato, ma si sapeva – più di metà dei compagni erano morti. Mentre la catena umana si spostava pigra sulla mappa, le risate si erano smorzate.

Il suo sguardo torvo era ormai l’unico superstite ma lui non mollava l’abbraccio, assorbito dal suo ruolo di anello vivo della catena. Era passato così tanto tempo da trasformare i suoi compagni di sventura in statue marcescenti e silenziose, con la bocca corrosa e spalancata, incrostate di muschio e di mare.

Eppure ora è qui che sorride, con il suo completo panna. Quelle incrostazioni che hanno trasformato i suoi compagni in scogli, quelle stesse incrostazioni lui se le ritrova dentro, la sua anima indurita per sempre dal mare.

Social network

Perché non misuri le parole, social network?

Siamo tutti a nostro agio parlando dei mandarini quelli senza semi o di quanto fa caldo – non è tanto il caldo, è l’umidità. Ma di amicizia?

Ora ti spiego come vanno le cose (o meglio, te lo spiega lui, ma io bignamo).

Funziona che noi siamo tutti almeno un po’ narcisisti. Ci piace vedere, negli altri, tratti caratteristici simili ai nostri. Se per il mio compagno di banco Paperino è più simpatico di Topolino, ed anch’io detesto il topastro, ecco che stimo un po’ di più il mio compagno di banco. L’esempio era scemo, e me l’avevano anche fatto notare: pare che Paperino stia simpatico a tutti e Topolino a nessuno, ma non divaghiamo.

Però, caro social network, la verità è che siamo tutti diversi. Molto diversi. Quindi va a finire che se tu, di una persona, conosci solo la foto dell’occhio destro ed il fatto che adora il tuo autore preferito, trovi quella persona molto simpatica. Vale anche dal vivo, solo che dal vivo non puoi fare a meno di vedere tutto quello che l’omino ha furbescamente omesso dalla foto dell’occhio sinistro. Ma supponendo che il contorno non ti generi una fastidiosa repulsione, il fatto di avere letture in comune è un bel colpo. E non parliamo dei film. E… l’avresti detto? Anche a lui piace guidare di notte! Che simpatico, l’omino, ci si potrebbe vedere un sabato sì ed uno no.

Al terzo sabato insieme ti accorgi che le sue idee politiche sono diverse dalle tue. Per non parlare di quelle religiose. E ti interrompe quando parli, ed a tavola mastica con la bocca aperta. Insomma, non è proprio quel maestro di vita che sembrava, eh?

E sai, social network, questa cosa capita spesso. Molto spesso, anche a quelli che non lo ammettono con sé stessi perché altrimenti si sentono degli orsi. Diciamo che capita nella maggioranza dei casi, checché tu ne dica. Più conosci una persona, più vedi che è diversa da te, meno ti piace.

Beh, ma noi crediamo che la differenza sia una virtù! Meno male che non siamo tutti uguali, pensa che noia! L’umanità è meravigliosa perché siamo tutti diversi!
Verissimo, almeno finché quella personcina tanto diversa da te non ti fa arrivare al cinema a film iniziato, o non ti fa fare una figuraccia con qualcuno a cui tieni, o non ti sbologna una gatta da pelare di dimensioni imbarazzanti con il sorriso sulle labbra. Allora ammazzeresti lei e tutte quelle meravigliose differenze, eh?

Certo, non facciamola troppo tragica. A dispetto del fatto che sì, l’omino per cinque minuti va bene, poi rompe le scatole… vivi una vita, e ti circondi di persone importanti.

Spesso hanno molti tratti in comune con te, ma non è detto. Ogni tanto di tratti in comune sembrano averne pochi, ma fondamentali. E quelle persone ormai le conosci, la fase dei gusti letterari e del guidare di notte l’hai superata da un pezzo. Le conosci, e ti piacciono così. E quando ti capita di conoscerle ancora un po’ di più, ti piacciono di più. Sì, l’articolo di cui sopra dice che la familiarità ha il suo peso anche in questi casi… ma io vedo le cose in modo un po’ più poetico, specie il mercoledì. Fatto sta che queste (poche) persone diventano così importanti che nonostante tutto la voglia di conoscerne altre ti rimane, e passi sopra al fatto che il restante 98% dell’umanità è composta da gente che arrostiresti volentieri su una graticola.

Ed allora, mio caro social network. Il discorso che ho fatto sopra parlava di amicizia, non so se si è capito. Ed il succo era che l’amicizia non è una cosa facile, che puoi prendere con leggerezza. Trovare un amico è un casino che non ti immagini.

E quando trovo, con la comoda funzione di ricerca, un mio compagno di classe delle medie tu mi costringi a chiedergli se è davvero mio amico. E non pensi che io possa essere un po’ in imbarazzo a chiedere a qualcuno che non vedo da vent’anni se è mio amico o meno?
E lui, poveraccio. Che razza di mostro potrebbe rispondermi: “No, non sono tuo amico!”? Per forza che è mio amico. I miei compagni di classe delle medie non vogliono sembrare così scontrosi. Chissà quante volte ci siamo tirati il cancellino o mi ha fregato la merenda… Quindi magari dice che è mio amico, ma in realtà non lo è.

Alla fine della fiera, cos’è successo? Che, se davvero accetta di essere mio amico… posso vedere le cavolate che fa su di te, social network. Tipo che a fine mese va ad un raduno di motociclisti, o che ha fatto indigestione di sushi. Cliccando “Accetto” non si è impegnato a starmi a sentire quando mi lamento perché voglio avere dodici anni e mi manca “Il pranzo è servito”. Né andremo a fare le vacanze insieme. So solo quando andrà a farle da solo, e magari potrò guardare le foto dando sfogo ai miei istinti voyeuristici, e dire “Uh, quanto è invecchiato”.

Però, mi hai costretto a chiedergli di essere mio amico. E lui ha dovuto accettare. E magari un altro dei miei amici, quelli veri, lo odia il mio compagno delle medie. E lo vede nella lista, e se la prende perché è mio amico. Ma non è mio amico, o dei del cielo: è una di quelle figurine eteree che popolano la rete, e tutto quello che ho ottenuto è di guardare la sit-com che è la sua vita. Ma per te, social network, si chiama amico… e non si ha mai molto successo quando si cerca di usare le parole con un’accezione diversa da quella più in voga. Dillo ai satanisti o agli hacker.

Chiamali “Peperoni”, social network, “Peperoni”.

“Corrado ha chiesto di essere un tuo peperone: accetti?”
“Ora Corrado è un tuo peperone! Presentagli gli altri peperoni del tuo orto!”

Alle volte basta così poco, social network…