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«Cosa fai con quella penna a punta sottile?»
«Un corridoio.»
«Lungo quanto?»
«Infinito. Vedi, se faccio le righe così, e poi sempre più vicine, e con la penna sottile posso farle proprio vicine, alla fine il corridoio diventa quel puntino nero. Ma non è finita lì! In quel puntino nero il corridoio continua, e se tu camminassi vedresti sempre queste righe, sempre più vicine, ed un puntino nero in fondo.»
«Perché ti piace?»
«Perché su questo foglio, che è piatto, ci sta una cosa profonda.»
«E quest’altro foglio, con i puntini blu ed arancioni?»
«E’ la polvere. Se metti gli occhialetti sembra polvere, con alcuni granelli vicini al tuo naso, altri sepolti dentro al foglio. Vedi? Sembrano nel tavolo. Ma è impossibile, non c’è un buco nel tavolo.»
«E questo ricciolo dorato?»
«E’ un ologramma. Lo fanno con il laser. Vedi come sembra sospeso nell’aria? Come sfugge dal vetro? Sono sicuro che è in un altro mondo, quel ricciolo. Se lo guardi e ti sposti a destra… ecco, così… vedi? Vedi quel riflesso? C’è qualcosa lì dietro, ma non riusciamo a vederlo bene perché la nostra finestra su quell’altro mondo è piccola come il vetro.  Ma nell’altro mondo è tutto collegato: il ricciolo, la piccola piramide circondata dalla sabbia dorata, i due dadi, il drago Elliot e la Crepereia Tryphaena del libro di educazione artistica.»
«Questi li conosco, invece. Stereogrammi, vero?»
«Sì, ho capito come si fanno. Tutto da solo, anni prima di Google e dei cellulari. Che bravo, eh? Altro che Gauss. Ma sono meno divertenti: quelli che li vedono, li vedono, gli altri ti guardano come se fossi scemo. Poi se dici alla gente “rilassati, fissa un punto distante…” ti prendono per Giucas Casella ed il gioco è finito. Tra l’altro il mondo degli stereogrammi è monocromatico ed a strati. Secondo me lì non ci arriva la sabbia dorata, e tantomeno il drago Elliot: solo un sacco di dinosauri e delfini.»
«Capisco. E perché mi stai raccontando tutto questo?»
«Non so. Credo perché un po’ ci ho sempre creduto, a questi mondi dietro ai foglietti, ai vetri, agli schermi. Ed ora la gente inizia a scoprirli. Ma non so se capisce quanta magia c’è in tutti quei posti nascosti alla vista, pieni di geometrie perfette.»
«E tu lo capisci?
«Io ci ho vissuto un sacco di tempo, alla luce dei fari alogeni, in mezzo alle illusioni dietro al vetro.  So che magari non è una gran cosa… Ma uno c’è stato, la bandierina non ha potuto mettercela, la macchina fotografica non l’aveva e le cartoline erano troppo piatte per raccontare. Ed allora ne parla come fanno i vecchi con la guerra, o con le ciliegie rubate d’estate.»

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Alludo a qualità liquide nella tortuosa struttura della memoria per cui ritornano esperienze remote – ed in una caramella mou si fondono insieme.

Non è “come quella volta che”: è quella volta che. Che la coscienza abbia una struttura compatta è un’illusione neppure troppo credibile. Al me che si arrabbia perché gli han fregato il posto in fila non importa nulla del me che mastica wasabi; al più revisiona strategia di guerra sulla base dei posti fregati in precedenza. E se il momento è giusto – e la luce anche – le differenze tra un posto in fila e l’altro e tra un masticamento e l’altro diventano insignificanti dettagli in un mare di esperienze ripetute, e ripetute, e ripetute. Come dici? Ripetute, sì.

E quelle irripetibili pure, ché ogni tanto suona la sveglia nel bel mezzo del mezzo e torna un me estratto a sorte che sembra uscito bel bello dalla naftalina in cui era stato incartato al momento dell’irripetibile. Con tanti saluti ed i miei omaggi.

Poi se ne va, tracciando un parallelo con i cellulari che si accendono da soli all’ora della sveglia e quelli che rimangono spenti perché si aspettano di essere sempre accesi.

Guybrush Noir

Della stessa serie: “Come liberarsi dagli insetti nocivi“, “Come costruire una pedana in una spiaggia

Lo stacchetto animato “That’s all, folks!” dei Looney Toons si apre, invece di chiudersi, su di lui, sul suo completo color panna, sui suoi capelli neri e sul suo sorriso beffardo. «Sono qui, e questa è la mia storia.»

Il disastro lo accolse con una camicia larga e dei pantaloni corti. Sembrava tutto calcolato, un copione già visto mille volte: l’iceberg taglia in due la nave, si affonda, si passa alla storia non come individuo ma come vittima, o superstite fortunato solo agli occhi di chi non c’era.

L’equipaggio, incosciente e scanzonato, lo guardava come fosse il capitano: ma era solo il primo venuto. Eppure nel frangente tragico tutti lo elessero punto di riferimento: se non dispensatore di saggi consigli, almeno bersaglio di scherzi crudeli.

Consapevole del suo ruolo lo accettava ridendo, mentre colava a picco.

Non era il polo, l’acqua che li accolse quando la nave sparì tra i flutti era calda. Si respirava un’aria euforica: più un bagno a mezzanotte che un naufragio.

L’entusiasmo scemò ma la disperazione aveva altro da fare. «Si farà come si è sempre fatto in questi frangenti», gli dissero, riconoscendo la sua inesperienza e determinati a fare di lui un vero marinaio.

Si strinsero l’uno all’altro in una lunga fila: ciascuno cingeva il collo di due compagni, tutti voltati in direzione della costa, nessuno chiedendosi quanto fosse vicina. Non era facile neppure nuotare, in quella posizione, con le braccia ferme e spalancate in un abbraccio dolorante; talora la bocca finiva sott’acqua, in salamoia.

Passavano le ore.
«Voi vi sentite le dita dei piedi?»
«Non più. All’inizio danno fastidio, poi non sembra neppure di averle. Tranquillo.»

All’inizio, un abbraccio fraterno. Adesso – e nessuno ne aveva parlato, ma si sapeva – più di metà dei compagni erano morti. Mentre la catena umana si spostava pigra sulla mappa, le risate si erano smorzate.

Il suo sguardo torvo era ormai l’unico superstite ma lui non mollava l’abbraccio, assorbito dal suo ruolo di anello vivo della catena. Era passato così tanto tempo da trasformare i suoi compagni di sventura in statue marcescenti e silenziose, con la bocca corrosa e spalancata, incrostate di muschio e di mare.

Eppure ora è qui che sorride, con il suo completo panna. Quelle incrostazioni che hanno trasformato i suoi compagni in scogli, quelle stesse incrostazioni lui se le ritrova dentro, la sua anima indurita per sempre dal mare.