Gli studenti di Zen chattano coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante, apparve nella finestra dei contatti di Nan-in. Era tempo di w32.blaster.worm, perciò Tenno aveva installato un firewall ed un antivirus. Dopo averlo salutato, Nan-in scrisse: «Immagino che tu abbia appena aggiornato il sistema. Vorrei sapere se hai installato prima il firewall o l’antivirus».
Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.
P.S.: per portare con sé il suo Zen in ogni istante, si comprò una chiavetta USB.
Se la situazione appare semplice, stai dimenticando l’influenza di qualcosa di sostanziale. Vale anche per questa affermazione.
Lascia che si cristallizzi, e sarai limpido e fragile.
Consigliabile mantenersi nel torbido.
Su ogni spigolo un colpo di cucchiaino.
Meglio qualche fastidio spesso, che una martellata di rado.
E’ la sagra del luogo comune? Sì, brutto stronzo.
E’ la sagra del luogo comune? Penso di sì, e mi vergogno di scriverlo.
Dio mi salvi dalle posizioni rigide, questa compresa.
Il corpo è l’albero dell’illuminazione
la mente è come uno specchio lucido
continuamente ci sforziamo di pulirlo,
per evitare che la polvere attecchisca.
…che è un po’ come dire che devo farmi la barba, anche se è tardi.
Passa il maestro, e dipinge una rosa più bella di quelle vere.
La folla acclama.
Passa il maestro del maestro, e con una matita disegna tre linee.
La folla acclama.
Passa il maestro del maestro del maestro, e getta inchiostro rosso sulla parete.
La folla acclama.
Passano dieci persone, ed ognuna getta un po’ di inchiostro rosso sulla parete.
Che palle.
Chi sa cosa significa, provi
oracolo@AinSoph:~$ python -c "import this"
(Grazie per l’adozione, della)
Un lento reboot.
Il sole è velato:
quando un upgrade?
Ho in testa idee da poterci giocare per sempre, da solo, nella mente. E non sono istruito né fantasioso: i miei giocattoli sono lettere, numeri, aria, acqua, cerchio, umido, ricciolo, fragola, brivido.
Facile comunicare usando tante parole. Ma c’è poesia nell’essenziale.
Una parola di più, ed è noioso; una di meno, ed è banale.
Se è breve, è facile.
Ma come posso dire che un film è “brutto”, se non riesco a descrivere con centomila parole una scrostatura nella tappezzeria?
Quattro account di instant messaging ed un canale irc completamente vuoti.
L’elettrocardiogramma ip innaturalmente piatto.
«Attribuisco un nome, ed ho potere.»
«Cioè?»
«Le idee sfuggono, si mescolano: ma io do un nome e le imprigiono, categorizzo, etichetto. Le domino e le conosco.»
«Ma quello che vedo sarà il mondo reale? Non sarà il riflesso di qualcosa di più vero?»
«Metafisica?»
«O forse tu sei una mia invenzione, in realtà non esisto che io…»
«Solipsismo.»
«Un numero così strano che moltiplicato per sé stesso dia -1…»
«” i “»
«…e ti senti strano, il cielo è grigio e dentro quel calore che»
«Malinconia.»
«Ora mi levo i denti e vado a suonare le campane!»
«Non-sense.»
«vita germoglia da un uovo di pietra freddo ruvido spacca spezza erutta un ramo contorto…»
«Flusso di coscienza. Forse surrealismo.»
«…»
«Pensi di stupirmi? Io conosco il segreto dei nomi. Qualsiasi cosa tu dica o pensi è già determinato, classificato, forse anche scritto da qualche parte.»
«Ascoltami, perché lo dico con il cuore: ma vaffanculo!»
Dicendo questo si vuota una confezione di yogurt tra i capelli e si getta di testa dalla finestra, intonando “Va’, pensiero”.
SPLAT!
«…barocco. Nel complesso, comunque, banale.»