Banalità

21/7/2010

Viaggio – 31

Tag:, , — oracolo @ 12:32 am

Morta la scimmia, faccio l’asceta sul cocuzzolo.

Arrivano Alfa e Beta, vestiti da Pierrot.

«Maestro!», urla Alfa.
«Dimmi!»
«Sono triste perché lui non è triste.»
«Sii triste, Beta!»
Beta si rattrista.
«Ora sei felice, Alfa?»
«Sì, grazie.»

Più tardi

«Maestro!»
«Dimmi, Beta!»
«Sono triste perché Alfa non è triste per quello per cui sono triste io!»
«Rattristati per il motivo della tristezza di Beta, Alfa!»
Alfa si rattrista, ricolmo di empatia.
«Ora sei felice, Beta?»
«Sì, grazie.»

Successivamente

«Maestro!»
Con magistrale fendente, spacco un bastone sulla testa ad Alfa e sferro un calcio nei denti a Beta.
«Ma eravamo felici…», borbotta Beta raccogliendo i premolari.

16/7/2010

Viaggio – 30

Tag:, , — oracolo @ 11:40 pm

I racconti della scimmia

Mentre aspetto il mio turno faccio un salto a venerdì scorso. Un altro dei vantaggi dell’essere morti è che la quarta dimensione si comporta come tutte le altre, invece di importi fastidiosi sensi di marcia.

È un regionale di quelli soliti: a sinistra è seduto Pinco, a destra Pallino.

Pinco legge un libro.
«Sei già arrivato al punto dove finiscono i luoghi comuni e c’è qualcosa da leggere o devi aspettare la quarta di copertina per trovare qualcosa di imprevisto – ed è il prezzo?», chiede con poco garbo Pallino.
«Piantala. Mi piace, e lo leggo.»
«Se vuoi ti presto Topolino. La storia è banale uguale, ma i personaggi hanno più spessore.»
«Va bene. Sarò felice di leggerlo, dopo. Ora, se permetti…»
«No, no, fa’ pure. Non volevo interromperti. Poi magari ti distrai mentre dice che l’assassino è il maggiordomo, e ti sei letto novecento pagine di fuffa per niente.»
«Ti ringrazio per il pensiero.»
«Nulla. Ma proprio per niente non l’avrai letto. Credo che all’autore servisse un’altra Porsche: almeno hai fatto un’opera buona, regalandogliela»
«Guarda che ne ho comprato solo una copia, del libro.»
«Oh, no, almeno altre due. Vedi, credevi fosse una trilogia ma in realtà tra un volume e l’altro l’unica cosa che cambiava era la copertina.»
«Credo, invece, che ascolterò un po’ di musica…»
«Impossibile. Non c’è niente che si possa chiamare musica sul tuo iPod.»

«Scusate», intervengo, «È come penso? Questo è uno degli inferni possibili?»
«Già», risponde Pinco posando il libro. «Passai la vita a criticare i gusti altrui: ora sono condannato a viaggiare in seconda classe, con l’aria condizionata rotta ed i finestrini bloccati.»
«E lui cos’ha fatto, di male, in vita?», chiedo, indicando Pallino.
«Ah, lui niente. È stronzo così, tanto per fare.»

12/7/2010

Viaggio – 29

Tag:, , — oracolo @ 5:50 pm

I racconti della scimmia

Essere morti ha un sacco di vantaggi. Uno di questi è poter visitare posti parecchio strani, consci che verranno interpretati come intricate metafore dell’aldilà – ed invece.

Sul cocuzzolo di questo monte la cosa che salta subito all’occhio è che il cellulare non prende per niente. Poi c’è questa scacchiera, vabbè.

Saran sessanta caselle di lato, forse qualcuna in più. Su quasi ogni casella, un omino sta seduto e si ascolta respirare.

Tento l’approccio con uno a metà del lato lungo (gli altri lati sono lunghi uguali, per ipotesi, ma ci tenevo a darvi un’opportunità di correggere una scimmia fastidiosa).

L’omino è di quelli che se li incontri sull’autobus non te li levi più di torno; difatti, parla per primo.

«È una scuola, vedi.»
«Vedo. Dove insegnate a…»
«A non crederci, principalmente.»
«A cosa?»
«Al fatto che si possa star qui, esposti ad un freddo che non ti dico d’inverno e ad un caldo torrido d’estate, a spostarsi di casella in casella verso quell’orrido burrone che vedi là in fondo.»

Nonostante non veda traccia di buon sangue, non mente. Periodicamente si spostano lungo una traiettoria a serpentina che, alla faccia della curva di Peano, copre tutta la scacchiera: l’ultimo salta di sotto.

«Che gran bella idea», sottolineo cerimoniosamente.
«La scacchiera? Sì, davvero. Vedi, se fossimo in fila la percezione di quanto ti resta da soffrire sarebbe alquanto falsata. Così, invece, hai un’idea abbastanza chiara di quanto ti rimane.»
«Non mi riferivo solo alla scacchiera. È proprio l’idea di stare qui a soffrire alle intemperie invece di andare a farsi un panino o al cinema.»
«Ma vedi, alla fine è uguale. Noi che siamo qui l’abbiamo capito: è impossibile che ti venga una malattia e muori. O soffri, o la gente che ti vuole bene ti volti le spalle o un sacco di altre cose pessime. Noi non ci crediamo. Quindi ce ne stiamo qui ad allenarci a non crederci, e di solito per quando arriviamo all’ultima riga di caselle prima del baratro siamo abbastanza persuasi e possiamo buttarci di sotto con un certo trasporto.»

Ci lanciamo sguardi molto eloquenti. Per lo meno, il mio dice un sacco di cose. Il suo non saprei.

«Ho capito, ma se è tutto falso e non ci credete… la verità qual è?»
«E cosa ne so? Ma già che siam qui, ci alleniamo. Tu, per esempio, non esisti.»

Touché. Ma è stato solo un colpo di fortuna, scommetto che di qui passa anche un sacco di gente che esiste.

«E non capita mai che qualcuno si deprima per la propria misera vita sulla scacchiera e si butti di sotto in anticipo?»
«Sì, ma lo disprezziamo. Le cose devi anche guadagnartele, che diamine!»

Oggi fa proprio caldo, questo sole toglie la pelle di dosso.

«Senti, fammi posto.»
«Accomodati. Ma non qui: vai dall’altra parte della scacchiera, per favore. Sai, c’è gente in coda…»
«Si capisce.»

Morirò seccato dal sole prima di metà scacchiera, di questo passo. Ma del resto hanno ragione: tutta questa storia della scacchiera non può essere vera. È decisamente troppo assurda.

24/12/2009

Viaggio – 28

Tag:, , — oracolo @ 12:51 am

Sono molto più ascetico, da quando è morta la scimmia.

Ogni tanto la sogno. Come questa notte.

Siamo seduti al tavolo bianco, ho in mano “L’arte della guerra” di Lao-quel-che-è. L’edizione condensata ed illustrata, per bimbi bellicosi.

La luce fredda della lampada a LED ci intirizzisce come un bianco Natal in costume da bagno. Mi guarda. La guardo.

«Senti, io e te siamo la stessa persona, no?»

Ahia. So cosa significa quando inizia così. Poso la lettura erudita – benché puerile – e faccio due flessioni per riscaldarmi e prepararmi alla discussione.

«Beh, proprio la stessa persona… non saprei. Diciamo che siamo molto legati. Mi fai un po’ da coscienza, grillo parlante, specchio specchio delle mie brame, fai tu.»
«Ti facevo da coscienza, vuoi dire. Non ci sono più. Questo è un trito espediente narrativo per permetterti di incontrarmi ancora. Se ci fosse da qualche parte un logo Marvel™ potrebbe spuntare un mio clone da qualche parte, o la mia coscienza potrebbe essere stata registrata su un cristallo, o una distorsione del continuum spazio-temporale…»
«Taglia.»
«Il logo non c’è. Io non esisto più. Capito? Ti sveglierai ed io non ci sarò.»
«Sì, ma ora ci sei: stiamo parlando. E come è successo questa volta, potrà succedere altre volte. Non è che lo sceneggiatore sia un mostro di originalità, intendiamoci.»
«Sì, ma io sento la tua mancanza. Magari vorrò farti un discorsone sulla salsapariglia, e tu non potrai ascoltarlo perché non potrò più fartelo.»
«Puoi parlarmene adesso, della salsapariglia…»

Silenzio.

«Cosa fai?»
«Leggo. E’ un classico. Penso abbia a che fare con i sudoku o con la torre di Hanoi.»
«Oh. Sai, pensavo che potremmo fare qualcosa insieme, invece. Quello potrai leggerlo dopo. Sarai triste quando non ci sarò più.»
«”You’ll be lost, and you’ll be sorry when I’m gone”. Dai, lo diceva anche quello là e guarda com’è finito.»

Silenzio.

Rincaro la dose: «Quello che non capisci è che non possiamo farci niente: non ci sarai più tu, non ci sarò più io, non ci sarà più niente. Non c’è controllo su queste cose. Quindi, se vuoi vivere nel presente e parlarmi della salsapariglia ora, te ne sarò grato. Se invece vogliamo crogiolarci nel disappunto per quello che accadrà domani, ignorando il fatto che tutto è ciclico e quindi ci saranno altri mille sogni come questo per parlare della salsapariglia…»
«Sì, scusa.»

Alla fine mi sono svegliato. Non mi ha detto della salsapariglia ed una curiosità pungente mi rode.

O forse non è curiosità. E’ un po’ come fosse… mancanza.

31/8/2009

Viaggio – 27

Tag:, , — oracolo @ 2:24 am

Reduce da un tragico incontro e con la sensazione di essermi perso qualcosa per strada, cammino sulla sabbia al tramonto. Il piede sinistro sostiene che il mare, l’ultima volta, fosse giusto un po’ meno salato: messo di fronte al fatto che l’aveva assaggiato dopo i pop-corn (e quindi non conta), tace malcelando una punta di stizza.

Il venditore ambulante numero dodici mi ferma e punta il dito accusatore: con ascetico cipiglio sposto il dito, ma non l’accusa.

«Neppure una settimana fa tu mi hai privato del mio più caro fratello!», biascica il mentecatto. «Ti si era avvicinato con aria amichevole ma tu l’hai picchiato selvaggiamente, gli hai rotto due costole e l’hai buttato in mare. E’ morto annegato di lì a poco.»
«Ah, sì?»
«Già. Non potrai ridarmi mio fratello, ma almeno condividerai un po’ della mia sofferenza: indosserai queste infradito taglienti et urticanti e con esse percorrerai ogni giorno il litorale.»

Non mentiva: indossare infradito taglienti et urticanti e con esse macinare kilometri e kilometri è una sofferenza forse più volgare rispetto alla perdita di un consanguineo, ma non priva di una sua dignità beffarda e redentoria. Pratico per almeno sei mesi l’esercizio della dolorosa passeggiata, sino a trasformarmi i piedi in un paio di prosciutti sanguinolenti, quando ti incontro – chi l’avrebbe detto? – il venditore ambulante numero dodici, che le circostanze e l’ora tarda hanno trasformato nel numero cinque appena dopo cena.

«Oh, numi!», incalza, «potrai mai perdonarmi? Mesi e mesi fa ti ho accusato dell’assassinio del mio prediletto fratello, e ti ho costretto a calzare il supplizio! Ma proprio ieri sul litorale ho incontrato il vero assassino: ti assomiglia così tanto da avermi tratto in errore. Ti prego, restituiscimi le infradito, ché io possa infliggerle a lui; e perdonami, se puoi, poiché sono stato così avventato ed ho fatto patire ad un innocente le pene dell’inferno!»
«Ah, sì?»

Devo dire che senza infradito nefaste la vita si apprezza anche un po’ di più.
Un paio di giorni dopo incontro il venditore ambulante numero due tra colazione e pranzo.

«COCCO! COCCO FRESCOO! TRE PEZZI, MILLE LIRE!»
Lo uccido.

7/6/2009

Viaggio – apologo

Tag:, , — oracolo @ 2:49 pm

Il bradipo sonnecchia. Lo risveglia un dialogo:

«Che è un apologo?»
«Non lo so.»
«Un apolide è uno senza nazionalità…»
«Non c’entra niente, quella è la “a” davanti.»
«C’è da guardare sul dizionario.»

Il bradipo vede passare barellieri che trasportano una scimmia. Butta un occhio ad una lettera che gli è appena arrivata:

Direi che l’articolo è un ottimo esempio del suo stile, se ti ritrovi con il suo tipo di introspezione leggi anche il libro, se ti viene voglia di bruciarlo, no :P
(Non ci provare: i tuoi apologhi sono molto migliori e più sofisticati del suo pippone sulla buca)

Prende distrattamente un grosso dizionario, lo apre a caso:

Sincronicità: Breve racconto, in cui si fanno parlare cose e animali, e dal quale si deduce una verità morale.

Poi ricorda di essere un bradipo e di non saper leggere; torna a dormire.

Lo spirito della scimmia, tassonomicamente scocciato, urla: «”Gli animali non parlano” è un cliché, non un viaggio! E che diamine!»

23/11/2008

Viaggio – 25 par

Tag:, , , , — oracolo @ 2:45 am

Bene, mi ha lasciato qui a masticare questi popcorn inesplosi, sai quelli che si annidano sempre in fondo al sacchetto insieme a tutto il sale, e detesto quando fa così, mi lascia semplicemente qui senza spiegazioni il che non può che farti sentire poco importante o peggio considerando che svolgi tutto sommato bene il tuo lavoro di scimmia che mastica e macina e sicuramente non ha capito qualcosa perché è vero che il macinare è fastidioso ma è il mio lavorio che nel bene o nel male fa affiorare elementi dispersi cavalcando sul gioco dei collegamenti.

Le emozioni si ancorano a qualcosa, si veda o non si veda, senza il mio ripescar giocattoli e riproporli c’è solo una nebbia indistinta e la sensazione di trovarsi dentro ad una pellicola umida ed opaca mentre da fuori provengono luci a cui non sai dare spiegazione… o così credo. Comunque.

Sicuramente so tenermi impegnato mentre lui fa viaggi sciamanici, perché se la sensazione di grigio minaccioso non proviene da me sicuramente da me proviene la lavatrice che girando ti risucchia il cervello come fumo ogni mattina alle sette mentre il piano suona quelle cinque note distorte distrutte distanziandole, mentre la coperta sulla testa non basta a salvarti il cervello che davvero viene risucchiato e l’arco ti guarda minaccioso con il suo unico occhio da dentro l’armadio e sai che non puoi evitarlo per sempre, se la lavatrice vuole il tuo cervello lui reclama la tua sensazione di stabilità – un’illusione anche quella, lo sapevi? – e quindi non ti toglie di dosso quell’occhio senza palpebra ma non truce come l’altro famoso, semplicemente inespressivo ma capace di attendere per sempre nella vacuità.

Ed il suo silenzio diventa presto un wa wa wa wa WA WA WA WA che alla fine ti trapana le tempie perché non c’è rumore più esplosivo del silenzio e dolore più acuto di quello che potresti provare da un momento all’altro se quella lama che stai immaginando sulla tua pelle esistesse davvero e si muovesse affondando quel che basta ad incidere per togliere non il cuore ma quegli organelli sconosciuti piccoli freddi lividi e superficiali che non sai di avere ma già ne senti la mancanza.

L’errore sta anche nel credere che io divaghi sempre verso il freddo e buio ed i macchinari del mondo. Le mie vette concettuali partono dagli assiomi di Peano e ti tirano fuori di quei castelli che il signore di Baux! al confronto è un costruttore sui sassi.

Io posso spaziare quasi ovunque, paradossalmente non posso muovermi in una zona che secondo alcuni è il motivo stesso della mia esistenza, ho questo limite congenito di non capire bene cosa sono o meglio, un’idea ce l’ho, io ho idee su qualsiasi cosa, persino su questi popcorn inesplosi, e tra le tante idee c’è l’idea di me che parlo o mastico o penso ed aggrego su di me o meglio su questa mia idea di me pensieri su pensieri come le cozze si attaccano agli scogli o i cristalli crescono quasi spontaneamente. Così pare che quest’idea di scimmia sia nata dall’idea di scimmia che specula sull’idea di scimmia, ed ogni speculazione genera nuovi aggettivi ed io divento più dettagliata nel mio stesso lavorio – ma dov’è iniziato tutto questo? Non posso credere di essere in origine una tabula rasa che aggrega concetti, su che base poi? Non posso osservarmi fare cose posso solo osservarmi osservare ed è l’idea stessa che ho di me a dare la sensazione di osservarsi e crescere così.

Quando mi guardo allo specchio e vedo tre occhi, sono io o il mio riflesso ad aver sviluppato per primo il terzo occhio? E cosa ha spinto tanto me quanto il mio doppio nel mondo dello specchio ad avvicinarsi al vetro nel medesimo istante? Non posso spiegare tutto con la simmetria ed il discorso si complica se ammetto che la scimmia dello specchio non veda me, riflessa, ma veda una terza scimmia, che a sua volta ne vede una quarta che ne vede una quinta ed in questo gioco infinito ciascuna scimmia si sincronizza con quella prima e quella dopo e da una è vista mentre ne guarda un’altra, ma io che sono l’originale – o non lo capisco più? E qui già un primo abbozzo di senso di morte – non sono guardata da nessuno.

Ma se l’albero cade nella foresta e nessuno lo vede, che rumore fa? E se nessuno mi guarda allo specchio io esisto? Il guaio è quando non solo l’universo è un’illusione, ma sei tu che lo vedi ad esserlo, ed io credo che sia così che si è sentito Apollo quando ha capito di non essere non solo tra i propri adoratori ma neppure tra i propri credenti ed è così che mi sento io, cerco solo l’oblio che nasce dal guardare me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che…

15/11/2008

Viaggio – 26

Tag:, , , — oracolo @ 2:12 am

Ho caricato la salma in una rete e la tengo in spalla. La rete. Cioè, anche la scimmia… dentro la rete.

Pare proprio andata. Non che sia un problema, intendiamoci… da principio credevo fosse preoccupante. Poi ho iniziato a credere che fosse preoccupante il fatto che avevo smesso di preoccuparmene. Ora penso, per lo più, che sia preoccupante il volersela portar dietro. Nel dubbio lo faccio, obbedendo ad un principio universale di conservazione e massima economia.

L’incontro con ManoDiBianco è storia moderna, anzi recente. Direi pochi minuti fa.

ManoDiBianco ha quella pelle dipinta di bianco che solo un mimo da strada sopporta senza lamentarsi e quegli occhi neri e languidi che sembra sempre ti frughino un po’ dentro. Parla per lo più con il suo (bianco) pennello, ed adesso (come dicevo, storia recente) anche con me.

«Lo vedi, il mio bianco pennello? Esso cancella!»
«Vedo, vedo. E’ molto grave?»
«Gravissimo! Le cose belle? Esso te le strappa via!»
«Tipo?»
«Dimostro!»

Il “dimostro” mi avrebbe gelato il sangue, se non fosse ormai da tempo ridotto a passato di pomodoro surgelato.

«Ricordi la ragazza dell’uvetta
«Francamente no, ManoDiBianco. E’ grave?»
«Allora non ti dispiacerà se imbianco!»

Il pennello scivola frusciando nella mia mente. Sento scivolare via qualcosa di importante e tenero, ma non importa né tenera.

«Ho capito, ManoDiBianco! Quelli della tua razza infestano i racconti melensi e sottraggono i ricordi alla gente. E, poiché i ricordi sembrano essere l’unica cosa che ci portiamo dietro – come io questa scimmia morta – nella nostra misera vita, privare qualcuno dei ricordi è un atto bieco e crudele, che desta in ognuno di noi un intimo senso di repulsione!»
«Esatto! Inoltre raccolgo punti amnesia. Li incollo su questa tessera, ed ogni venticinque punti un coccio delle feste! Regalo della direzione!»
«Pensavo lo facessi con fini didascalici.»
«Perché non hai visto quanto son belli i cocci delle feste!»

Detto fatto, mi dà una bella spennellata su Giulio.

«Ehi, domatore di scimmie! Non ci siamo! Per niente ci siamo!»
«Hm?»
«Paura? Angoscia? Rimpianti?»
«No no.»
«Nostalgia per quello che ti strappo? L’umanità?»
«Macché.»
«Sono cose che non rivedi più! Ci hai pianto! Amato! Odiato! Vissuto! Ed io cancello e ciao ciao!»
«Lo so. Sulla carta dovrebbe essere atroce, invece…»

Ci guardiamo a lungo. Ha quell’espressione afflitta che solo l’idraulico quando non riesce a ripararti il water e dovrebbe spaccare il muro ma alle sette sua figlia si sposa e sono già le sei ed il tempo che ti togli gli stracci di dosso ed una doccia – o anche il dentista quando non c’è niente da fare ed il dente va estratto.

No, quella dell’idraulico, a guardarlo proprio bene.

«Sei triste. Una persona triste, signore, e lo sarai sempre di più!»
«Guarda, niente di personale; in tutta franchezza, mi sembrerebbe sano essere triste. Però nulla, che posso farci? Non c’è tensione, non c’è emozione…»

Alla fine se n’è andato. Mi ha lasciato un coccio delle feste, ancora imballato nella plastica con le bolle che scoppiano. E’ anche stato a guardare per un minuto buono alla ricerca di una qualche smorfia da parte mia: un sorrisetto, un sopracciglio aggrottato, qualcosa. Lui era così felice alla vista dei cocci delle feste, pare…

Ma niente. Ora sono di nuovo qui, solo con quel che resta della scimmia. E prevedo che sarò solo per molto tempo ancora, ma non importa. La tombolata di Natale è più facile se hai il tabellone e tutte le cartelle.

15/9/2008

Viaggio – 25

Tag:, , , — oracolo @ 1:51 am

Non ricordo esattamente come sono uscito dall’attrazione: la scimmia dice che sono svenuto e mi sono ritrovato fuori. L’idea di non essere il primo ad usare questo espediente narrativo mi ripugna a tal punto che ho deciso di fornire una versione diversa: neppure dieci minuti di training autogeno, ed ecco che Ignazio, l’Ibis Ignobile e Maurizio, la Marmotta Marmorea sono venuti al mio carrello e mi hanno scortato all’uscita.

La scimmia dice che sono un falsificatore di ricordi, ma è tutta invidia: a lei non hanno dato il biglietto per un viaggio sciamanico gratuito, così ora io sono seduto in questo cinema e la stupida bestia è rimasta all’ingresso, a masticare pop corn. O quel che è, per essere pop corn erano un po’ troppi amari.

Il cinema è decisamente vecchio stile. I sedili sono pochi, in legno, tutti alla stessa altezza. La luce principale era spenta, quando sono entrato, eppure ho capito quale fosse il mio posto anche nella penombra: il sedile isolato al centro della sala.

Sì, è proprio isolato: manca il posto immediatamente a destra e quello a sinistra, ed anche davanti e dietro non c’è nulla. Così non corro il rischio di vedere capelli cotonati invece del film.

Le luci si spengono, il pagliaccio sullo schermo intende farmi da Cicerone. O da Virgilio, o più probabilmente da Beatrice.

«Benvenuto al viaggio sciamanico!»
«Grazie, pagliaccio. Le luci non le spegnete?»
«Ah, scusa.»

Si spengono le luci, tacciono le voci.

«Ora rilassati e fissa lo schermo, ed il viaggio inizierà!»

Mi rilasso. Sullo schermo, in un riquadro, Benny Lava. Sopra e sotto, strisce con i video “Related”.

Guardo per un minuto buono.

«Scusa, pagliaccio…»
«Uh?»
«Ho pagato per un viaggio sciamanico.»
Mento, non ho pagato, è un omaggio. Ma ti stanno sempre a sentire di più, se dici che hai pagato.
«Certo, cliente. Ed allora?»
«Ecco, pagliaccio, vedi… il viaggio sciamanico avrebbe anche una sua etichetta da rispettare, non so se mi spiego. Nel senso: magari poi ognuno lo vede a modo suo, ma il tunnel… i riquadri colorati… il senso di unità… sprofondare nell’anima del mondo…»
«E non è quello che stai vedendo?»
«Veramente no. Quelli sono indiani che cantano e ballano, doppiati come se parlassero in inglese. Si perde un po’ della poesia.»
«Stai vedendo l’inconscio collettivo che scorre.»
«No, sto vedendo YouTube. Fidati.»

Silenzio. Finisce il video, ne parte subito un altro. Related.

«C’è differenza, cliente?»
«Boh… beh… Comunque questa cosa dell’inconscio collettivo non l’ho mai capita.»
«Probabilmente perché non ne sai un accidente. Ma va avanti.»
«Collettivo nel senso che è una base uguale per tutti – e quindi io posso aggiungere roba, ma non rifluisce nel calderone comune – o collettivo nel senso che è collegato, e c’è una corrente che continuamente scorre tra una persona e l’altra?»
«C’è differenza, cliente?»
«E che palle! Sono capace anch’io a rispondere con domande ambigue!»
«Mi sembra ovvio. Parli come se YouTube non l’avessi creato tu.»

Com’è, come non è, continuo a guardare video.

Neppure dodici ore, e capisco cosa intendeva dire.

Esco soddisfatto. All’uscita, la scimmia giace stecchita a pancia in su sull’asfalto, con le braccia e le gambe aperte. Una stella di mare pelosa.

La guardo esterrefatto, e vengo assalito da pensieri paranoidi di varia specie: per qualche imperscrutabile motivo, non mi sembra un buon segno che sia morta. Corro alla ricerca di una cabina telefonica per chiamare il pronto soccorso veterinario, ma da quando abbiamo tutti il cellulare in tasca le cabine sono una rarità…

21/6/2008

Viaggio – N

Tag:, , , , — oracolo @ 6:27 pm

INCREDIBILE!

Da oggi, e per tutte le prossime estati, i raccontini della prestigiosa serie “Viaggio” hanno una pagina tutta loro!

Mai più crampi alle dita! Basta con i morsi della fame! Al bando la banda passante!

Mostrami subito questa portentosa pagina

Autorizzazione ministeriale concessa. Può avere effetti collaterali imbarazzanti. Non perforare né bruciare neppure dopo l’uso.

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