“Sì, ma non è ovvio?”
L’articolone esamina un luogo comune (quello che la psicologia sia ovvia) da vari punti di vista.
Non sono tanto le conclusioni a cui giunge che ci interessano – l’avreste mai immaginato? La psicologia non è ovvia – quanto alcune riflessioni riguardo alla nostra percezione di “ovvio”.
E’ facile scambiare il familiare con l’ovvio; anzi, spesso è proprio la nostra ignoranza di un argomento a farcelo percepire come banale poiché non abbiamo gli strumenti per capire quanto poco ne sappiamo. Tutti credono di conoscere come funziona una cerniera, uno sciacquone od un lucchetto… almeno fino a quando non si chiede di scendere nel dettaglio e descrivere con dovizia di particolari. Solo a quel punto si manifesta l’ignoranza non solo dei particolari, ma anche dei principi generali.
Lo stesso si può dire di tutti quegli esperimenti il cui esito (così ci sembra) è conforme con il nostro buon senso; in realtà il buon senso è molto più utile per giustificare a posteriori un risultato già noto che per prevederlo, numerosi studi lo dimostrano. Sì, so che sono studi scontati: è tutta questione di buon senso.
Ma questo buon senso è lo stesso che ci fa accettare come vere tanto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” quanto “La lontananza rafforza l’amore”. Estraiamo dal cappello l’una o l’altra frase, in funzione della circostanza, e ci sentiamo fini conoscitori dell’animo umano.
Non avete anche voi un nonno che è campato fino a novant’anni nonostante inserire qui un comportamento nocivo per la salute? Non avete pensato anche voi che, in fondo, inserire qui un argomento dello scibile è un ammasso di fuffa che qualunque scemo potrebbe capire?
Io lo faccio continuamente. In un certo senso è rassicurante: prendere atto della profondità della propria ignoranza non è il modo migliore di trascorrere un sabato sera e Wikipedia è sempre pronta ad estendere la nostra conoscenza superficiale del mondo, conferendoci in cinque minuti l’illusione di sapere qualcosa di un po’ di tutto.
Ed ora torniamo a rimuginare sulla cerniera e sulla serratura. Lo sciaquone viene lasciato come esercizio per il lettore.
[via Mind Hacks]
Ecco il progetto che tutti sognavamo per produrre indefinitamente energia dalla forza di gravità, usando un semplice sistema di cilindri pieni d’acqua e palle cave.
“Ci ha scritto da un’importante città portuale italiana zyzx (vuole restare anonimo perchè è lavoratore dipendente).
Lavora presso il porto ed è esperto di carrelli elevatori e gru. Carica e scarica merci dalle navi.
Dice che se la palla porta su per 20 metri 1 tonnellata, se le paratie pesano poche decine di chili e devono fare un movimento di al massimo un paio di metri, che ci sarebbe un lavoro utile impressionante.”
“Fantastica testimonianza di Franchina 12 anni”
“Però alla NASA sono ingegneri e siccome le penne a sfera nello spazio non scrivevano, avevano investito 200 milioni di dollari per fare una penna che scrivesse a gravità zero. Con investimento zero bastava che prendessero una matita.”
“Nuova conferma da un partecipante del blocco che dice di essere proprietario di una barca a vela e vecchio lupo di mare”
“Testimonianza di Igor idraulico in una valle bergamasca”
Insomma, avrete capito l’antifona: gli ingegneri cattivi (o il governo, o l’Enel) cercano di insabbiare il fatto che soffiare via l’acqua da un tubo che ne è pieno è ugualmente facile in superficie e sul fondo della Fossa delle Marianne. Schietti (che è schietto ed eroe del popolo) ha capito come stanno realmente le cose e ve lo dimostra cercando di confutare la legge di Stevino a colpi di principio di Archimede.
Viva il Motore di Schietti!
(si ringrazia Protagora per l’adozione)
Dobbiamo accontentarci di usare il 10% del nostro cervello.
Capita di essere contrari ai clorofluorocarburi, all’energia nucleare ed alle politiche di certe multinazionali.
Tutto questo ignorando minacce ben più gravi, come il monossido di diidrogeno.
Il sito della Divisione di ricerca sul monossido di diidrogeno dissiperà molti dubbi, e farà meditare su come, ancora una volta, ci vengano taciute importanti verità.
Mi diverto esageratamente a vedere Discovery Channel o leggere Focus mentre imbastiscono improbabili iperboli su tecnologia futura e futuribile.
Laddove la scienza diventa troppo complessa per essere compresa e assimilata comodamente seduti in poltrona, interviene un po’ di enfasi a tappare i buchi ed a rendere tutto più coool.
Purtroppo quando si va a toccare quei pochi campi in cui so qualcosa, la magia scompare e mi rendo conto di quanto sia desolante (ed a tratti pericolosa) la banalizzazione e l’identificazione di scienza e fantascienza.
Sto giocherellando, per l’eterna università, con Robocup. Mi sono ritrovato a dover spiegare a profani di che si tratta (“Una squadra di giocatori di calcio robotici che possano battere i campioni del mondo umani, entro il 2050″ recita roboante il sito) e mi è stato fatto notare che dovrei smettere, perché quando i robot conquisteranno il mondo e ci soggiogheranno sarà anche colpa mia.
Che anche in questo blog abbia il suo posto TimeCube.
E’ un lungo e fastidioso delirio, e se vorrete cercare in rete qualcosa sull’autore non dovreste incontrare difficoltà.
Il discorso è talmente assurdo da avere un fascino perverso…