Se sfondo il limite di banalità consentito, fermatemi.
Meditare è autoreferenzialità, è retroazione completa.
Si mette in moto la mente, si raccolgono tutti gli output e li si rimette in input. Non è molto più complesso di questo: isolando gli stimoli esterni, il pensiero si focalizza su sé stesso e sulla sua struttura.
In alcuni casi particolari la condizione a regime è di pura stasi: dopo essere passato, e ripassato, e ripassato attraverso la mente ogni pensiero si affievolisce, e tutto ciò che rimane è
In altri casi il regime è limitato, ma caotico: da una sorgente misteriosa continuano a sgorgare elementi che vengono riesaminati e ricombinati. E’ un’attività faticosa e poco appagante; in alcuni sfortunati soggetti questo lavorìo mentale prende il sopravvento anche durante le attività quotidiane. Il risultato più evidente è una scarsa consapevolezza del momento contingente, poiché la cpu è impegnata a macinare concetti senza nessuna meta precisa.
Capita anche, infine, che il regime non esista e che i pensieri divergano verso estremi meravigliosi o spaventosi. Talora giungono intuizioni, più spesso uno strano senso di comunione, prontamente mitigato da una pesante sensazione di annichilimento. Si conserva memoria di simili momenti: durante uno di questi ho capito la radice del suono che associo al mondo materiale.
Effetto collaterale: le sensazioni sperimentate durante questi stati si tramutano in parole stupide, se si cerca di comunicarle, ed il pensiero razionale le bolla prontamente come momenti di indecorosa ubriachezza. Evidentemente ciò che non si riesce a comunicare non esiste, quantomeno per una parte consistente e iperattiva della nostra consapevolezza.
Fin dai tempi dell’Amiga, quando perdevo ore con Imagine e Vista (no, non il nuovo Windows…), subisco il fascino di un processore che elabora dati per ore ed ore…
L’aspettativa ha sempre trasformato pochi e deludenti risultati in gioielli. Un esempio recente? Questo affare modellato con Blender e renderizzato (reso? Calcolato? Mah) con YafRay. Non si capisce neppure bene cosa sia, ma aspettare un paio d’ore per vedere calcolate le caustiche mi ha ipnotizzato.
Ultimi passatempi? Guardare Beagle mentre indicizza l’hard disk, e aspettare che Electric Sheep calcoli fotogrammi dei sogni dei nostri processori.
(Electric Sheep vale la pena di essere provato, ed ha molta più dignità degli orridi tubi di Windows o del vostro nome che rimbalza oscenamente per lo schermo: armatevi di molta pazienza, però. Il fascino richiede tempo.)
(ricama sul Satori da suono)
Una delle sensazioni che lo scrivano sperimenta ascoltando con trasporto la musica (con il massimo trasporto possibile all’orecchio musicalmente incolto, so che la musica è territorio off-limits) è quella di ascoltare simmetria ritmica su diversi livelli.
Ogni strumento getta la sua pennellata; al contrario delle pennellate (o dei collage, o degli squarci sulla tela) non è facile fermarsi a guardare una parte del tutto, con calma. Si viene assaliti da informazioni su diversi livelli diversi. Mentre una parte della mente indaga sulle percussioni, un’altra lotta per cogliere il periodo del ritornello (o la sua assenza, per quanto possa essere aperiodico un ritornello).
Cercando di padroneggiare in un modo qualunque il flusso di dati, la scimmia rallenta; nel migliore dei casi, viene spostata brevemente in una zona franca dove l’ego può espandersi senza incontrare ostacoli.
Da qualche anno sono solito nascondere i miei mantra all’interno delle mie password.
Non so se scavare nella mia memoria un profondo solco a base di sigle evocative porti da qualche parte. I maghi del caos (ce n’è di veri o presunti tali, non sto parlando dell’ennesimo romanzo fantasy) chiamano una tecnica analoga “sigillazione”, ma la utilizzano con modalità differenti.
Cercano di dimenticare volontariamente, io cerco di ripetere fino all’annullamento del significato. Lo scopo è simile: perdere coscienza del sigillo e depositarlo in uno strato profondo della coscienza.
Il fine ultimo è diverso, però: i caotici pretendono di cambiare il cosmo agendo su loro stessi, con considerazioni che forse potete immaginare sulla percezione e la natura del reale; io mi accontenterei di guadagnare qualche buona abitudine.
Nonostante l’idea di poter influenzare gli eventi con un mio stato mentale mi affascini, riesco a crederci solo per pochi minuti e con considerevole sforzo.
Peccato: è un gran bel gioco.
Non si scomodino i brute-forcer là fuori.
Sottopongo ogni mantra ad un discreto make-up prima di trasformarlo in password. Non credo che del significato originale rimanga più che qualche lettera.
Alla mia mente non piace essere vincolata al presente.
Talora esplora il passato, di solito è incastrata nell’immediato futuro. Contrappone ciò che sta facendo a ciò che vorrebbe fare.
I geni sono spesso distratti: mentre passeggiano, il pensiero è al lavoro su qualcosa di eccezionale. La mia mente si accontenta di perdere tempo, invece, fatta eccezione per quei rari casi in cui riesco a darle qualche giocattolo che la tenga impegnata in modo costruttivo.
Ci sono momenti in cui riesco ad incatenarla alla luna, ad un albero, al suono dei miei passi. Istanti in cui vivo solo nel presente.
Sparita la voce saccente, gli occhi guardano la strada come se fosse la prima volta. Vedono forme e colori. Troppe forme e troppi colori per poter essere riassunti da una parola sola, nonostante la prassi imponga una sintesi brutale.
Per pochi minuti nulla è banale.
Speculando su argomenti di indubbia originalità* come l’importanza degli spazi tra le parole e delle pause nel discorso, mi sono fermato dopo un breve volo sulla natura degli intercalare. Mah.
Mah è la logica conclusione. Mah è ciò che arresta il flusso, è la parola di tre lettere che squarcia il velo di Maya o che sottolinea la nostra permanenza al di qua di esso.
Naturale opposizione alla sillaba sacra “Ohm”, Mah non richiede particolare esercizio per essere pronunciata correttamente; l’unico prerequisito è quello di pronunciare il suono della “a” in modo simile a quello di una “o”, per poi assumere un’espressione a metà tra il meditativo ed il disilluso.
Che tu abbia appena ascoltato un aneddoto imbarazzante, che tu sia stato ferito da gravi accuse, che l’amico ti abbia aperto il suo cuore e aspetti un responso, con Mah vai sul sicuro.
Boh è da ignavi, invece.
*penso che la smetterò di alludere al titolo del blog nei contenuti; la cosa rischia di diventare davvero banale. I commenti sono svincolati dal rigido regolamento, comunque: abusate pure.
Quella gran banalità dell’altro giorno è un (banale) esempio di una delle tante tecniche per mettere a tacere la mente scimmia.
I geni ed i bambini lo chiamano anche gioco dei perché. Perché?
Perché è un gioco che si basa sulle domande. Perché?
Perché le domande fanno pensare. Perché?
Perché costringono la mente a inventare qualcosa di nuovo, o a formulare in altra forma qualcosa di vecchio. Perché?
Perché certe volte sembra di avere la conoscenza in mano, ma non è nulla finché non la si riesce ad esprimere. Perché?
Perché il nostro pensiero è legato a doppia mandata con il linguaggio, e sebbene possa muoversi indipendentemente dalle parole sono le parole che offrono sostegno all’edificio. Perché?
Perché sono etichette convenienti per concetti complessi. Perché?
Attenzione: menti allenate possono resistere parecchio prima di stancarsi. E’ un medicinale; leggere attentamente le avvertenze. Può avere effetti collaterali.
E poi il messaggio finale: la vita vale comunque la pena di essere vissuta.
E’ anche vero, ma. Gente come me dimentica di respirare: dimentica il ruvido e il colore intenso, il suono e l’aspro, ed in certi rari momenti riesce a spegnere la mente e ricordare come ci si sente la prima volta che si respira (o un’approssimazione, o una simulazione… va bene tutto).
Però poi la mente si riaccende, e tornano le sbarre.
Non c’è da stupirsi se si cerca il satori.
Vale ben una pizza la possibilità di fluttuare in uno spazio atemporale, mentre passano davanti agli occhi le cose più improbabili (auto che emettono fumo giallo?) e la mente è abbastanza lucida da ragionarci sopra.
Ogni volta il controllore passa, peccato, e prorompe nella sua imbarazzata richiesta (“Biglietto?”).
Ti picchierei. E diamine, qui si stavano sondando recessi della (banale) psiche umana, e tu chiedi il biglietto?
Anzi, due volte l’ha fatto, il manigoldo. Ed ogni volta, il censore ha pensato bene di spazzare via tutto fuorché qualche bizzarra impressione.
Ritorno alla fase esoterica, forse: sarebbe anche il caso, alla lunga uno si rompe le scatole di vedere in giro solo atomi e forze elettromagnetiche (e nucleari forti, e deboli, e gravitazionali che sono davvero gravi per motivi di Massa).
E un po’ di mondo astrale ci sta come il cacio sui maccheroni.
messaggio subliminale assolutamente non intenzionale
Trovare le radici di quello che ci piace fare, vedere, ascoltare nei gusti delle persone che frequentiamo abitualmente. Prestare particolare attenzione non solo a ciò che collima, ma anche a ciò che è diametralmente opposto. Eventualmente soffermarsi sulle cause della vicinanza o della lontananza.
10 punti
Facoltativo: meditare su cosa significhi essere originali, e se sia possibile esserlo con un moto di volontà.
5 punti