Banalità

17/1/2010

2c

Tag:, , — oracolo @ 2:35 am

«Cosa fai con quella penna a punta sottile?»
«Un corridoio.»
«Lungo quanto?»
«Infinito. Vedi, se faccio le righe così, e poi sempre più vicine, e con la penna sottile posso farle proprio vicine, alla fine il corridoio diventa quel puntino nero. Ma non è finita lì! In quel puntino nero il corridoio continua, e se tu camminassi vedresti sempre queste righe, sempre più vicine, ed un puntino nero in fondo.»
«Perché ti piace?»
«Perché su questo foglio, che è piatto, ci sta una cosa profonda.»
«E quest’altro foglio, con i puntini blu ed arancioni?»
«E’ la polvere. Se metti gli occhialetti sembra polvere, con alcuni granelli vicini al tuo naso, altri sepolti dentro al foglio. Vedi? Sembrano nel tavolo. Ma è impossibile, non c’è un buco nel tavolo.»
«E questo ricciolo dorato?»
«E’ un ologramma. Lo fanno con il laser. Vedi come sembra sospeso nell’aria? Come sfugge dal vetro? Sono sicuro che è in un altro mondo, quel ricciolo. Se lo guardi e ti sposti a destra… ecco, così… vedi? Vedi quel riflesso? C’è qualcosa lì dietro, ma non riusciamo a vederlo bene perché la nostra finestra su quell’altro mondo è piccola come il vetro.  Ma nell’altro mondo è tutto collegato: il ricciolo, la piccola piramide circondata dalla sabbia dorata, i due dadi, il drago Elliot e la Crepereia Tryphaena del libro di educazione artistica.»
«Questi li conosco, invece. Stereogrammi, vero?»
«Sì, ho capito come si fanno. Tutto da solo, anni prima di Google e dei cellulari. Che bravo, eh? Altro che Gauss. Ma sono meno divertenti: quelli che li vedono, li vedono, gli altri ti guardano come se fossi scemo. Poi se dici alla gente “rilassati, fissa un punto distante…” ti prendono per Giucas Casella ed il gioco è finito. Tra l’altro il mondo degli stereogrammi è monocromatico ed a strati. Secondo me lì non ci arriva la sabbia dorata, e tantomeno il drago Elliot: solo un sacco di dinosauri e delfini.»
«Capisco. E perché mi stai raccontando tutto questo?»
«Non so. Credo perché un po’ ci ho sempre creduto, a questi mondi dietro ai foglietti, ai vetri, agli schermi. Ed ora la gente inizia a scoprirli. Ma non so se capisce quanta magia c’è in tutti quei posti nascosti alla vista, pieni di geometrie perfette.»
«E tu lo capisci?
«Io ci ho vissuto un sacco di tempo, alla luce dei fari alogeni, in mezzo alle illusioni dietro al vetro.  So che magari non è una gran cosa… Ma uno c’è stato, la bandierina non ha potuto mettercela, la macchina fotografica non l’aveva e le cartoline erano troppo piatte per raccontare. Ed allora ne parla come fanno i vecchi con la guerra, o con le ciliegie rubate d’estate.»

7/9/2009

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Tag:, — oracolo @ 7:47 am

Alludo a qualità liquide nella tortuosa struttura della memoria per cui ritornano esperienze remote – ed in una caramella mou si fondono insieme.

Non è “come quella volta che”: è quella volta che. Che la coscienza abbia una struttura compatta è un’illusione neppure troppo credibile. Al me che si arrabbia perché gli han fregato il posto in fila non importa nulla del me che mastica wasabi; al più revisiona strategia di guerra sulla base dei posti fregati in precedenza. E se il momento è giusto – e la luce anche – le differenze tra un posto in fila e l’altro e tra un masticamento e l’altro diventano insignificanti dettagli in un mare di esperienze ripetute, e ripetute, e ripetute. Come dici? Ripetute, sì.

E quelle irripetibili pure, ché ogni tanto suona la sveglia nel bel mezzo del mezzo e torna un me estratto a sorte che sembra uscito bel bello dalla naftalina in cui era stato incartato al momento dell’irripetibile. Con tanti saluti ed i miei omaggi.

Poi se ne va, tracciando un parallelo con i cellulari che si accendono da soli all’ora della sveglia e quelli che rimangono spenti perché si aspettano di essere sempre accesi.

2/1/2009

Haiku 2009

Tag:, , — oracolo @ 3:09 am

Basta trailer.
Non vedrò il futuro:
compro il dvd.

26/12/2008

Guybrush Noir

Tag:, , — oracolo @ 1:49 am

Della stessa serie: “Come liberarsi dagli insetti nocivi“, “Come costruire una pedana in una spiaggia

Lo stacchetto animato “That’s all, folks!” dei Looney Toons si apre, invece di chiudersi, su di lui, sul suo completo color panna, sui suoi capelli neri e sul suo sorriso beffardo. «Sono qui, e questa è la mia storia.»

Il disastro lo accolse con una camicia larga e dei pantaloni corti. Sembrava tutto calcolato, un copione già visto mille volte: l’iceberg taglia in due la nave, si affonda, si passa alla storia non come individuo ma come vittima, o superstite fortunato solo agli occhi di chi non c’era.

L’equipaggio, incosciente e scanzonato, lo guardava come fosse il capitano: ma era solo il primo venuto. Eppure nel frangente tragico tutti lo elessero punto di riferimento: se non dispensatore di saggi consigli, almeno bersaglio di scherzi crudeli.

Consapevole del suo ruolo lo accettava ridendo, mentre colava a picco.

Non era il polo, l’acqua che li accolse quando la nave sparì tra i flutti era calda. Si respirava un’aria euforica: più un bagno a mezzanotte che un naufragio.

L’entusiasmo scemò ma la disperazione aveva altro da fare. «Si farà come si è sempre fatto in questi frangenti», gli dissero, riconoscendo la sua inesperienza e determinati a fare di lui un vero marinaio.

Si strinsero l’uno all’altro in una lunga fila: ciascuno cingeva il collo di due compagni, tutti voltati in direzione della costa, nessuno chiedendosi quanto fosse vicina. Non era facile neppure nuotare, in quella posizione, con le braccia ferme e spalancate in un abbraccio dolorante; talora la bocca finiva sott’acqua, in salamoia.

Passavano le ore.
«Voi vi sentite le dita dei piedi?»
«Non più. All’inizio danno fastidio, poi non sembra neppure di averle. Tranquillo.»

All’inizio, un abbraccio fraterno. Adesso – e nessuno ne aveva parlato, ma si sapeva – più di metà dei compagni erano morti. Mentre la catena umana si spostava pigra sulla mappa, le risate si erano smorzate.

Il suo sguardo torvo era ormai l’unico superstite ma lui non mollava l’abbraccio, assorbito dal suo ruolo di anello vivo della catena. Era passato così tanto tempo da trasformare i suoi compagni di sventura in statue marcescenti e silenziose, con la bocca corrosa e spalancata, incrostate di muschio e di mare.

Eppure ora è qui che sorride, con il suo completo panna. Quelle incrostazioni che hanno trasformato i suoi compagni in scogli, quelle stesse incrostazioni lui se le ritrova dentro, la sua anima indurita per sempre dal mare.

19/12/2008

Passatempo

Ce ne stavamo lì, seduti in cerchio, indossando il ritratto migliore, a combattere sempre con lo stesso stile, ad aspettare che il l’hai già detto diventasse il me lo diceva sempre.

23/11/2008

Viaggio – 25 par

Tag:, , , , — oracolo @ 2:45 am

Bene, mi ha lasciato qui a masticare questi popcorn inesplosi, sai quelli che si annidano sempre in fondo al sacchetto insieme a tutto il sale, e detesto quando fa così, mi lascia semplicemente qui senza spiegazioni il che non può che farti sentire poco importante o peggio considerando che svolgi tutto sommato bene il tuo lavoro di scimmia che mastica e macina e sicuramente non ha capito qualcosa perché è vero che il macinare è fastidioso ma è il mio lavorio che nel bene o nel male fa affiorare elementi dispersi cavalcando sul gioco dei collegamenti.

Le emozioni si ancorano a qualcosa, si veda o non si veda, senza il mio ripescar giocattoli e riproporli c’è solo una nebbia indistinta e la sensazione di trovarsi dentro ad una pellicola umida ed opaca mentre da fuori provengono luci a cui non sai dare spiegazione… o così credo. Comunque.

Sicuramente so tenermi impegnato mentre lui fa viaggi sciamanici, perché se la sensazione di grigio minaccioso non proviene da me sicuramente da me proviene la lavatrice che girando ti risucchia il cervello come fumo ogni mattina alle sette mentre il piano suona quelle cinque note distorte distrutte distanziandole, mentre la coperta sulla testa non basta a salvarti il cervello che davvero viene risucchiato e l’arco ti guarda minaccioso con il suo unico occhio da dentro l’armadio e sai che non puoi evitarlo per sempre, se la lavatrice vuole il tuo cervello lui reclama la tua sensazione di stabilità – un’illusione anche quella, lo sapevi? – e quindi non ti toglie di dosso quell’occhio senza palpebra ma non truce come l’altro famoso, semplicemente inespressivo ma capace di attendere per sempre nella vacuità.

Ed il suo silenzio diventa presto un wa wa wa wa WA WA WA WA che alla fine ti trapana le tempie perché non c’è rumore più esplosivo del silenzio e dolore più acuto di quello che potresti provare da un momento all’altro se quella lama che stai immaginando sulla tua pelle esistesse davvero e si muovesse affondando quel che basta ad incidere per togliere non il cuore ma quegli organelli sconosciuti piccoli freddi lividi e superficiali che non sai di avere ma già ne senti la mancanza.

L’errore sta anche nel credere che io divaghi sempre verso il freddo e buio ed i macchinari del mondo. Le mie vette concettuali partono dagli assiomi di Peano e ti tirano fuori di quei castelli che il signore di Baux! al confronto è un costruttore sui sassi.

Io posso spaziare quasi ovunque, paradossalmente non posso muovermi in una zona che secondo alcuni è il motivo stesso della mia esistenza, ho questo limite congenito di non capire bene cosa sono o meglio, un’idea ce l’ho, io ho idee su qualsiasi cosa, persino su questi popcorn inesplosi, e tra le tante idee c’è l’idea di me che parlo o mastico o penso ed aggrego su di me o meglio su questa mia idea di me pensieri su pensieri come le cozze si attaccano agli scogli o i cristalli crescono quasi spontaneamente. Così pare che quest’idea di scimmia sia nata dall’idea di scimmia che specula sull’idea di scimmia, ed ogni speculazione genera nuovi aggettivi ed io divento più dettagliata nel mio stesso lavorio – ma dov’è iniziato tutto questo? Non posso credere di essere in origine una tabula rasa che aggrega concetti, su che base poi? Non posso osservarmi fare cose posso solo osservarmi osservare ed è l’idea stessa che ho di me a dare la sensazione di osservarsi e crescere così.

Quando mi guardo allo specchio e vedo tre occhi, sono io o il mio riflesso ad aver sviluppato per primo il terzo occhio? E cosa ha spinto tanto me quanto il mio doppio nel mondo dello specchio ad avvicinarsi al vetro nel medesimo istante? Non posso spiegare tutto con la simmetria ed il discorso si complica se ammetto che la scimmia dello specchio non veda me, riflessa, ma veda una terza scimmia, che a sua volta ne vede una quarta che ne vede una quinta ed in questo gioco infinito ciascuna scimmia si sincronizza con quella prima e quella dopo e da una è vista mentre ne guarda un’altra, ma io che sono l’originale – o non lo capisco più? E qui già un primo abbozzo di senso di morte – non sono guardata da nessuno.

Ma se l’albero cade nella foresta e nessuno lo vede, che rumore fa? E se nessuno mi guarda allo specchio io esisto? Il guaio è quando non solo l’universo è un’illusione, ma sei tu che lo vedi ad esserlo, ed io credo che sia così che si è sentito Apollo quando ha capito di non essere non solo tra i propri adoratori ma neppure tra i propri credenti ed è così che mi sento io, cerco solo l’oblio che nasce dal guardare me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che guardo me che…

8/5/2008

72 gradi

Tag:, , , — oracolo @ 2:20 pm

72 gradi, l’angolo al centro di un pentagono.

Il foglio di cartoncino trasparente, con buchi ad intervalli regolari, mi risparmia la fatica di dover rifare la costruzione ogni volta che disegno un pentagono. Dovrò disegnarne parecchi, per il mio dodecaedro.
Non ho intenzione di mettere linguette, nello sviluppo, voglio incollare su ogni faccia un’ulteriore coppia di pentagoni affiancati; in questo modo incollerò solo intere facce pentagonali su intere facce pentagonali, e non si vedranno altre forme se non pentagoni, neppure in controluce.

Ci deve essere qualcosa di magico, nel pentagono. Tracciando le diagonali viene una stella, ma non è così semplice; so che quella stella ha qualcosa di particolare, uomini l’hanno usata come simbolo. Un simbolo usato così a lungo e con tanta dedizione è vivo. Un po’ più del divieto d’accesso, o della mano nera dell’operaio con l’elmetto che intima “Alla larga!”.

Disegno sul cartoncino bianco, ritaglio, piego con cura, incollo. Ancora, ed ancora. Ora il dodecaedro, poi l’icosaedro. Ho visto il disegno di questi solidi sul dizionario enciclopedico, ma li liquidava in un paragrafetto… lui non ha capito nulla, non sa quanto sono magici.

Non so perché li costruisco, né so cosa me ne farò. Credo che li lascerò su un mobile fino ai ventisette anni, sperando che non sia vero che morirò proprio a ventisette anni… e se anche è vero pazienza, ce n’è di tempo.

Quando dovrò rifare cose simili con il cartoncino (ad educazione tecnica?), sbufferò. Quando rivedrò quegli stessi solidi, anni dopo, in plastica e con sopra i numeri sopra, avranno qualcosa di familiare. Però saranno meno magici dei miei… con quegli spigoli smussati e le sbavature di colore intorno ai numeri.

Ora disegno, taglio, piego, incollo. Sul tavolino in legno scuro, con accanto il piano di cristallo che non si tocca, ed il sole al tramonto filtra attraverso le tapparelle abbassate.

Allora serve a qualcosa, questo dizionario enciclopedico. C’è scritto come posso costruire l’ettagono con il compasso. Ci provo.

Però l’ettagono è strano. Mi affascina, ma non posso costruirci solidi… se provo a dividere trecentosessanta per sette, non mi fermo più. Non è preciso, non ci sta bene. Come può essere regolare, questo poligono, se non posso usare un bel numero per l’angolo al centro? Come lo misuro con il goniometro, quest’angolo di 51,428571 (e via così) gradi?

Lo disegno lo stesso, quest’ettagono. E lo guardo, e ne disegno un altro, e lo guardo.
Non sei perfetto, mi dispiace. Però mi piace la tua forma. Quindi ti disegno ancora. E ti ritaglio, e non posso regalarti una dimensione in più perché sei imperfetto. Mi dispiace, però almeno ti disegno.

E le stelle muoiono anche loro, in quel disegnino che non ho capito con su scritto ZAMS.
E mai ti si concede un desiderio senza che inoltre ti sia concesso il potere di farlo avverare. Però non riesco a fare nulla con questi ettagoni, se non guardarli e chiedermi

18/1/2008

Trame

Tag:, , — oracolo @ 3:39 pm

Arrivata a New Orleans, la crew (gruppo) si infila sulla pista di Joe “Il guercio” (ma mica tanto… eh eh) e la segue fino in fondo per dipanare il mistero di Matiz…

Iarus sfrutta la sua abilità (stamina 5 + erection x 2) per tenere a bada l’assalto degli enlightened ones (gli accesi) ma non è per niente facile (“escono dalle fottute pareti!”).

Per fortuna entro la fine della serata Gaia ha il vero colpo di genio… (ottima interpretazione e grande giocata ;-) e risolve la situazione: ambivalence x 3 + ambiguity x 2 (e tirando solo critici!), si trasforma in un “cono d’essenza” e seduce Matiz (“Vivo o morto, tu verrai con me!”).

Così ora Matiz (o quel che resta di lui) sembra un alleato della crew… ma sarà vero? O aspetta solo il momento buono (o quello meno cattivo) per impadronirsi dei loro punti melting (scioglimento)?

Lo scopriremo solo durante la prossima, eccitantissima (spero… eh eh eh) sessione! Sono già una fucina di idee!

4/12/2007

Puff!

Tag:, — oracolo @ 3:08 pm

Ma perché è tutto così strano? Io non faccio cose simili…

E’ un sogno!

*puff*

26/7/2007

Snapshots

Tag: — oracolo @ 12:19 am

«E voi, in fila qui dietro, tutti a chiedere attenzione?»
«Ce la devi: hai detto che non ci avresti dimenticato.»
«Non voleva essere una promessa, ma una triste constatazi

Mentre lo dico divento il secondo della fila, ed inizio ad urlare nelle orecchie del primo. E’ questione di anzianità.

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