Banalità

15/9/2008

Viaggio – 25

Tag:, , , — oracolo @ 1:51 am

Non ricordo esattamente come sono uscito dall’attrazione: la scimmia dice che sono svenuto e mi sono ritrovato fuori. L’idea di non essere il primo ad usare questo espediente narrativo mi ripugna a tal punto che ho deciso di fornire una versione diversa: neppure dieci minuti di training autogeno, ed ecco che Ignazio, l’Ibis Ignobile e Maurizio, la Marmotta Marmorea sono venuti al mio carrello e mi hanno scortato all’uscita.

La scimmia dice che sono un falsificatore di ricordi, ma è tutta invidia: a lei non hanno dato il biglietto per un viaggio sciamanico gratuito, così ora io sono seduto in questo cinema e la stupida bestia è rimasta all’ingresso, a masticare pop corn. O quel che è, per essere pop corn erano un po’ troppi amari.

Il cinema è decisamente vecchio stile. I sedili sono pochi, in legno, tutti alla stessa altezza. La luce principale era spenta, quando sono entrato, eppure ho capito quale fosse il mio posto anche nella penombra: il sedile isolato al centro della sala.

Sì, è proprio isolato: manca il posto immediatamente a destra e quello a sinistra, ed anche davanti e dietro non c’è nulla. Così non corro il rischio di vedere capelli cotonati invece del film.

Le luci si spengono, il pagliaccio sullo schermo intende farmi da Cicerone. O da Virgilio, o più probabilmente da Beatrice.

«Benvenuto al viaggio sciamanico!»
«Grazie, pagliaccio. Le luci non le spegnete?»
«Ah, scusa.»

Si spengono le luci, tacciono le voci.

«Ora rilassati e fissa lo schermo, ed il viaggio inizierà!»

Mi rilasso. Sullo schermo, in un riquadro, Benny Lava. Sopra e sotto, strisce con i video “Related”.

Guardo per un minuto buono.

«Scusa, pagliaccio…»
«Uh?»
«Ho pagato per un viaggio sciamanico.»
Mento, non ho pagato, è un omaggio. Ma ti stanno sempre a sentire di più, se dici che hai pagato.
«Certo, cliente. Ed allora?»
«Ecco, pagliaccio, vedi… il viaggio sciamanico avrebbe anche una sua etichetta da rispettare, non so se mi spiego. Nel senso: magari poi ognuno lo vede a modo suo, ma il tunnel… i riquadri colorati… il senso di unità… sprofondare nell’anima del mondo…»
«E non è quello che stai vedendo?»
«Veramente no. Quelli sono indiani che cantano e ballano, doppiati come se parlassero in inglese. Si perde un po’ della poesia.»
«Stai vedendo l’inconscio collettivo che scorre.»
«No, sto vedendo YouTube. Fidati.»

Silenzio. Finisce il video, ne parte subito un altro. Related.

«C’è differenza, cliente?»
«Boh… beh… Comunque questa cosa dell’inconscio collettivo non l’ho mai capita.»
«Probabilmente perché non ne sai un accidente. Ma va avanti.»
«Collettivo nel senso che è una base uguale per tutti – e quindi io posso aggiungere roba, ma non rifluisce nel calderone comune – o collettivo nel senso che è collegato, e c’è una corrente che continuamente scorre tra una persona e l’altra?»
«C’è differenza, cliente?»
«E che palle! Sono capace anch’io a rispondere con domande ambigue!»
«Mi sembra ovvio. Parli come se YouTube non l’avessi creato tu.»

Com’è, come non è, continuo a guardare video.

Neppure dodici ore, e capisco cosa intendeva dire.

Esco soddisfatto. All’uscita, la scimmia giace stecchita a pancia in su sull’asfalto, con le braccia e le gambe aperte. Una stella di mare pelosa.

La guardo esterrefatto, e vengo assalito da pensieri paranoidi di varia specie: per qualche imperscrutabile motivo, non mi sembra un buon segno che sia morta. Corro alla ricerca di una cabina telefonica per chiamare il pronto soccorso veterinario, ma da quando abbiamo tutti il cellulare in tasca le cabine sono una rarità…

13/9/2008

Social network

Tag:, , , , — oracolo @ 2:40 am

Perché non misuri le parole, social network?

Siamo tutti a nostro agio parlando dei mandarini quelli senza semi o di quanto fa caldo – non è tanto il caldo, è l’umidità. Ma di amicizia?

Ora ti spiego come vanno le cose (o meglio, te lo spiega lui, ma io bignamo).

Funziona che noi siamo tutti almeno un po’ narcisisti. Ci piace vedere, negli altri, tratti caratteristici simili ai nostri. Se per il mio compagno di banco Paperino è più simpatico di Topolino, ed anch’io detesto il topastro, ecco che stimo un po’ di più il mio compagno di banco. L’esempio era scemo, e me l’avevano anche fatto notare: pare che Paperino stia simpatico a tutti e Topolino a nessuno, ma non divaghiamo.

Però, caro social network, la verità è che siamo tutti diversi. Molto diversi. Quindi va a finire che se tu, di una persona, conosci solo la foto dell’occhio destro ed il fatto che adora il tuo autore preferito, trovi quella persona molto simpatica. Vale anche dal vivo, solo che dal vivo non puoi fare a meno di vedere tutto quello che l’omino ha furbescamente omesso dalla foto dell’occhio sinistro. Ma supponendo che il contorno non ti generi una fastidiosa repulsione, il fatto di avere letture in comune è un bel colpo. E non parliamo dei film. E… l’avresti detto? Anche a lui piace guidare di notte! Che simpatico, l’omino, ci si potrebbe vedere un sabato sì ed uno no.

Al terzo sabato insieme ti accorgi che le sue idee politiche sono diverse dalle tue. Per non parlare di quelle religiose. E ti interrompe quando parli, ed a tavola mastica con la bocca aperta. Insomma, non è proprio quel maestro di vita che sembrava, eh?

E sai, social network, questa cosa capita spesso. Molto spesso, anche a quelli che non lo ammettono con sé stessi perché altrimenti si sentono degli orsi. Diciamo che capita nella maggioranza dei casi, checché tu ne dica. Più conosci una persona, più vedi che è diversa da te, meno ti piace.

Beh, ma noi crediamo che la differenza sia una virtù! Meno male che non siamo tutti uguali, pensa che noia! L’umanità è meravigliosa perché siamo tutti diversi!
Verissimo, almeno finché quella personcina tanto diversa da te non ti fa arrivare al cinema a film iniziato, o non ti fa fare una figuraccia con qualcuno a cui tieni, o non ti sbologna una gatta da pelare di dimensioni imbarazzanti con il sorriso sulle labbra. Allora ammazzeresti lei e tutte quelle meravigliose differenze, eh?

Certo, non facciamola troppo tragica. A dispetto del fatto che sì, l’omino per cinque minuti va bene, poi rompe le scatole… vivi una vita, e ti circondi di persone importanti.

Spesso hanno molti tratti in comune con te, ma non è detto. Ogni tanto di tratti in comune sembrano averne pochi, ma fondamentali. E quelle persone ormai le conosci, la fase dei gusti letterari e del guidare di notte l’hai superata da un pezzo. Le conosci, e ti piacciono così. E quando ti capita di conoscerle ancora un po’ di più, ti piacciono di più. Sì, l’articolo di cui sopra dice che la familiarità ha il suo peso anche in questi casi… ma io vedo le cose in modo un po’ più poetico, specie il mercoledì. Fatto sta che queste (poche) persone diventano così importanti che nonostante tutto la voglia di conoscerne altre ti rimane, e passi sopra al fatto che il restante 98% dell’umanità è composta da gente che arrostiresti volentieri su una graticola.

Ed allora, mio caro social network. Il discorso che ho fatto sopra parlava di amicizia, non so se si è capito. Ed il succo era che l’amicizia non è una cosa facile, che puoi prendere con leggerezza. Trovare un amico è un casino che non ti immagini.

E quando trovo, con la comoda funzione di ricerca, un mio compagno di classe delle medie tu mi costringi a chiedergli se è davvero mio amico. E non pensi che io possa essere un po’ in imbarazzo a chiedere a qualcuno che non vedo da vent’anni se è mio amico o meno?
E lui, poveraccio. Che razza di mostro potrebbe rispondermi: “No, non sono tuo amico!”? Per forza che è mio amico. I miei compagni di classe delle medie non vogliono sembrare così scontrosi. Chissà quante volte ci siamo tirati il cancellino o mi ha fregato la merenda… Quindi magari dice che è mio amico, ma in realtà non lo è.

Alla fine della fiera, cos’è successo? Che, se davvero accetta di essere mio amico… posso vedere le cavolate che fa su di te, social network. Tipo che a fine mese va ad un raduno di motociclisti, o che ha fatto indigestione di sushi. Cliccando “Accetto” non si è impegnato a starmi a sentire quando mi lamento perché voglio avere dodici anni e mi manca “Il pranzo è servito”. Né andremo a fare le vacanze insieme. So solo quando andrà a farle da solo, e magari potrò guardare le foto dando sfogo ai miei istinti voyeuristici, e dire “Uh, quanto è invecchiato”.

Però, mi hai costretto a chiedergli di essere mio amico. E lui ha dovuto accettare. E magari un altro dei miei amici, quelli veri, lo odia il mio compagno delle medie. E lo vede nella lista, e se la prende perché è mio amico. Ma non è mio amico, o dei del cielo: è una di quelle figurine eteree che popolano la rete, e tutto quello che ho ottenuto è di guardare la sit-com che è la sua vita. Ma per te, social network, si chiama amico… e non si ha mai molto successo quando si cerca di usare le parole con un’accezione diversa da quella più in voga. Dillo ai satanisti o agli hacker.

Chiamali “Peperoni”, social network, “Peperoni”.

“Corrado ha chiesto di essere un tuo peperone: accetti?”
“Ora Corrado è un tuo peperone! Presentagli gli altri peperoni del tuo orto!”

Alle volte basta così poco, social network…

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