Banalità

24/10/2007

Memoria

Tag:, — oracolo @ 3:10 pm

Certi memi bighellonano solitari per anni, per poi assalirti contemporaneamente da più direzioni senza alcun preavviso – oddio, questo in particolare mi ha mandato un sms la settimana scorsa, ma devo averlo cestinato senza leggerlo.

L’idea è l’estensione della memoria utilizzando dispositivi esterni. Non stiamo parlando di aggiungere un altro giga di ram, ma di considerare i computer o la rete come una naturale estensione della nostra mente.

Albus Silente riversa tutto in un pensatoio, e consulta all’occorrenza; io segno le ordinazioni al ristorante sul cellulare (incurante delle reazioni di profondo compatimento che suscito), i personaggi di Hyperion hanno un comlog tramite il quale entrano in contatto con una vasta rete di informazioni. La differenza tra i loro impianti ed il mio è unicamente nei tempi d’accesso, a ben vedere.

La vignetta di oggi di xkcd mostra un possibile effetto collaterale, mentre Wired ha un approccio più tragico alla questione.

Delegare continuamente il compito di memorizzare ad ammennicoli vari non può che indebolire la memoria, immagino e sperimento – quando ero un bimbo pacioccoso conoscevo a memoria decine di numeri di telefono, adesso anche ricordare la targa della macchina è uno sforzo non indifferente. Ed è ironico che una discreta quantità di quei numeri di telefono, per lo più quelli più inutili, siano ancora saldamente piantati da qualche parte nella mia testa.

La differenza tra memoria a lungo ed a breve termine è una scoperta molto recente. Memento (un film da vedere solo quando si ha una certa dose di concentrazione da investire nell’intrattenimento) ha delle solide basi reali: National Geographic ci sollazza per sei pagine con la curiosa storia di due individui agli estremi opposti della memoria. Un uomo che, come il protagonista del film, è dotato solo di memoria a brevissimo termine ed una donna che, al contrario, ricorda con precisione tutti gli avvenimenti di tutti i giorni di tutti gli anni precedenti. E non ne è molto soddisfatta, come forse si può immaginare.

La mappa interattiva (multimediale, internet, web 2.0) delle zone cerebrali preposte alla memoria potrà farci passare qualche ora di spensierato svago con i nostri amici e familiari.

Pare che la mnemotecnica fosse un’arte già conosciuta ed apprezzata anche ai tempi del signor Cicerone, tra l’altro. All’epoca una memoria prodigiosa era requisito indispensabile per essere un buon uomo di scienza.

Meno male che non sono un uomo di scienza.

10/10/2007

Tag – 2

Tag:, , , — oracolo @ 2:45 pm

43folders ci insegna come diventare maestri di tagging-fu.

I consigli sono piuttosto sensati. Il primo è ovvio (sempre in guardia, quando qualcosa sembra ovvio! Le mani del diavolo compiono gesti banali!): concentrarsi su cosa si sta per etichettare. Differenti classi di oggetti richiedono tag differenti.

Il problema delle duplicazione è meno evidente: ad esempio, la maggior parte delle macchine fotografiche digitali inserisce automaticamente il produttore, il modello, la data e molti altri dati nei tag exif. Gli mp3 hanno già un autore, nei tag id3. Non ha senso ribadire queste informazioni assegnando ulteriori etichette, a meno che il sistema incaricato di gestire le etichette non sia del tutto sprovvisto di mezzi per estrarre questi metadati.

Il terzo consiglio è il più interessante: stabilire delle categorie.

Per quanto si possa essere tentati di affibbiare ad una foto tag come “Mare Blu Cielo Azzurro Gabbiani Sabbia Vacanza”, questo porta in fretta ad una massa poco organizzata che finisce per perdere la funzione primaria di aiutare nella ricerca. E’ probabile che, andando alla cieca, si finisca per dimenticare etichette o per duplicarne altre.

Stabilendo a priori delle categorie, invece (Luogo, Evento, Persone, Cose, per citare classi piuttosto banali) ed assegnando tag che rientrino nelle categorie, l’insieme di etichette acquisisce spontaneamente una sua coerenza.

Effetti collaterali? Più d’uno, ovviamente:

  • Progettare le categorie a tavolino può portare via del tempo
  • E’ irrealistico pensare di progettare delle categorie perfette: con il tempo, si troveranno senz’altro classificazioni più razionali od efficaci. Ed i dati già “taggati” secondo i canoni obsoleti? O si riprendono in mano e si rietichettano, o bisogna sopprimere l’impulso ossessivo-compulsivo e tenersi dei dati poco accurati. (Sono solo io ad avere di queste turbe? Spero di no, miei geekissimi lettori)
  • Nell’inutile articolo precedente, “Tag“, si esaminava un’importante vantaggio del tagging dal punto di vista cognitivo: eliminare quel momento di blocco a cui il cervello va incontro quando deve tradurre la propria percezione, basata per natura su etichette quanto mai variopinte e differenziate, in una rigida categorizzazione imposta dall’alto. Beh, rispondere alle domande: “Dove ho scattato questa foto? In che occasione? Ci sono delle persone? Quali? Ci sono degli oggetti importanti? Quali?” è senz’altro più facile che dover stabilire se la foto in questione stia meglio nella cartella “Vacanze” piuttosto che in “Sicilia” piuttosto che in “Vercingetorige”, ma è comunque più laborioso che affibbiare una manciata di tag a caso, i primi che vengono in mente.

Sono sinceramente curioso – come lo ero quando scrissi il primo articolo – di sapere se il tagging prenderà davvero piede o sarà rimpiazzato da qualche altro sistema di classificazione. Si è già timidamente affacciato anche sui nostri desktop, sia nei programmi che gestiscono collezioni di fotografie (sì, pare che questa sia proprio la killer application) che in ambiti più esoterici: tanto Spotlight quanto Tracker consentono di aggiungere tag ai file per facilitare la ricerca.

Tuttavia, sono convinto che la stragrande maggioranza degli utenti organizzi ancora i propri dati utilizzando gerarchie di cartelle – in qualche caso neppure quelle, ma spero sia l’eccezione e non la regola.

Probabilmente questo avviene anche in mancanza di una implementazione seria e consistente in ambito desktop.

Sì, perché se perdo tempo ad assegnare tag ad un file vorrei che questi diventassero parte integrante del file, che rimanessero legati ad esso anche se viene spostato o rinominato, che fossero interpretati correttamente da ogni applicazione: i programmi che attualmente forniscono una struttura di ricerca basata su etichette, invece, per lo più si appoggiano a database esterni quanto mai labili e sommamente incompatibili tra di loro, com’è ovvio – anche se non dovrebbe esserlo, in un mondo giocoso e colorato.

Forse c’è da sperare che i filesystem si dotino tutti delle strutture adeguate a contenere metadati e ad operare ricerche su di essi. Fintanto che il 99% delle nostre pendrive sarà formattata in FAT, un filesystem di appena trent’anni fa, credo che più che di speranza si possa parlare di un bel sogno.

7/10/2007

Linguaggio – 2

Tag:, , — oracolo @ 12:44 pm

Il lato sinistro del mio cervello era bloccato, come quando si chiude una sezione danneggiata di spin-nave e i portelli a tenuta stagna lasciano aperti al vuoto i compartimenti condannati. Ma ragionavo ancora. Il controllo del lato destro del corpo lo ripresi presto. Solo i centri del linguaggio erano danneggiati in modo irreparabile. Il meraviglioso computer organico incuneato nel mio cranio aveva scaricato il suo contenuto di linguaggio, come se fosse stato un programma inefficiente.

L’emisfero destro non era del tutto privo di un certo linguaggio… ma questa semisfera affettiva poteva alloggiare solo le unità di comunicazione emotivamente più caricate: il mio vocabolario adesso era limitato a nove parole. (Fatto di per sé eccezionale, appresi in seguito: molte vittime ne conservano solo due o tre.)

Per la cronaca, il mio intero vocabolario comprendeva queste parole: chiavata, cacata, pisciata, fica, maledetto, bastardo, fottuto, pipì e pupù.


Una rapida analisi mostra qualche ridondanza. Disponevo di otto nomi che si riferivano a sei cose; cinque degli otto nomi potevano servire anche come verbi. Conservai un solo nome indiscutibile e un unico aggettivo che poteva anche essere usato come verbo o come imprecazione. Il mio universo verbale comprendeva un bisillabo, sei polisillabi e due parole del linguaggio infantile. Il mio agone letterale offriva quattro strade al soggetto dell’escrezione, un riferimento all’anatomia umana, una richiesta di giudizio divino, una comune descrizione o richiesta di coito, un’espressione di dubbio sulla paternità altrui e una variazione coitale a cui peraltro ero estraneo.

Tutto sommato, bastava.

Il racconto del poeta – Hyperion, Dan Simmons

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