In tutta onestà: non sono gli altri ad essere fastidiosi, siamo noi ad essere proni al fastidio.
Può venire voglia di spaccargli la testa, quando ripete la stessa cosa per la settima volta; ma è davvero così grave? Smontando e rimontando la situazione da un punto di vista distaccato, solitamente no.
Anche solo per amor di violenza, permettiamo alla moltitudine che abbiamo dentro di irritarsi, reagire, ferire. L’alternativa è il rosicchiamento di fegato. Che porcheria.
Non è solo mancanza di responsabilità: è che, come forse diceva quell’omino riguardo a Netzach, ci sono numerosi parti di me a cui non frega assolutamente niente di quello che pensano le altre.
Si odiano, si fanno dispetti a vicenda, cercano rispettivamente di mettersi nei guai.
Quando l’ho scoperto pensavo di avere trovato la chiave del controllo: “ora ho il nome“, pensavo.
Macché. A distanza di anni, ancora una bolgia di egoisti che lottano per il predominio di non si sa bene cosa.
Come posso non riuscire a trovare cinque minuti per te?
Semplice: non sono io a dover trovare i cinque minuti, devo aspettare che i cinque minuti si trovino da soli.
Cinque minuti qualsiasi non vanno bene: ci vogliono cinque minuti in cui io sia lì, e non sia da tutt’altra parte. Pare semplice, ma non lo è. Altrimenti tanto vale che i cinque minuti ce li metta qualcun altro, mentre io guardo il monoscopio.
Tra l’altro, cinque minuti non bastano. Ci vuole almeno un quarto d’ora per stabilire più di un semplice contatto, soprattutto se non sei una di quelle persone che le rivedi dopo una vita e sembra che non sia passata neppure un’ora. Io non sono una di quelle persone, quindi partiamo già male.
La vita è strana, lo sai anche tu. Capiterà che i cinque minuti si trovino da soli, senza che lo si pianifichi, ed allora basteranno. E saranno seguiti da altri cinque minuti, e poi altri, e altri ancora. O magari no.
Oramai sei grande, ed avrai capito che il gioco sta nel trovarsi e poi lasciarsi e poi trovarsi ancora, tranne rarissimi casi. Il difficile è riuscire a limitare il rancore quando ci si lascia, ed in qualche caso anche l’entusiasmo quando ci si ritrova.
Trovare le radici di quello che ci piace fare, vedere, ascoltare nei gusti delle persone che frequentiamo abitualmente. Prestare particolare attenzione non solo a ciò che collima, ma anche a ciò che è diametralmente opposto. Eventualmente soffermarsi sulle cause della vicinanza o della lontananza.
10 punti
Facoltativo: meditare su cosa significhi essere originali, e se sia possibile esserlo con un moto di volontà.
5 punti
Lei non parla, io rimugino sul raccontino dell’altra volta.
Non male, questa autostrada senza curve; finisco per addormentarmi alla guida. Mi sono preparato in anticipo: blocco sempre lo sterzo in posizione centrale con un apposito attrezzo, quando mi aspettano viaggi lunghi.
Mi risveglio dopo qualche ora, e tutto procede tranquillo. Le altre auto hanno imparato a schivarmi, o l’attrezzo guida meglio di me. Pochi minuti di tregua da intontimento, prima che il consueto grumo di paure torni all’attacco e mi schiacci a forza contro il sedile.
Giusto il tempo di ammirare il tramonto: arriva sempre più tardi. L’intuizione più fastidiosa è che, di questo passo, il sole tramonterà durante le prime ore della mattina e mi sentirò come se avessi perso l’autobus ancor prima di fare colazione.
Vedendomi assorto, chiede: «Tutto a posto? Sei sveglio, ma non noto la differenza rispetto a quando dormivi».
«Ti sei risposta da sola».
«No, sul serio».
«Mi stavo chiedendo se sia più deprimente comunicare certi pensieri a parole o con il silenzio, ma mi hai interrotto».
L’avrò offesa, non parla più. Possibile che il prezzo della benzina aumenti con ogni area di servizio che supero?
Diffidate di chi banalizza lo zen come faccio io, perché non ha capito niente e sguazza nella convinzione razionale che il modo più semplice di risolvere problemi inesistenti sia ignorarli.
Uno, e si apre il cancello al delirio di onnipotenza o alla depressione.
Due va spesso bene, ma richiede un’alchimia che ci vogliono anni per perfezionare.
Tre è bello, ma con disparità di rapporto si tende al rapporto sbilanciato.
Quattro è un buon numero; coppie si creano e si disintegrano, con qualche raro accenno corale.
Cinque è il limite: possono crearsi sacche di ristagno, o coppie perenni, ma qualche colpo sapiente ristabilisce il flusso.
Oltre i cinque si corre un rischio: che le menti da seguire siano troppe. Prime donne monopolizzano l’attenzione, altri subiscono passivamente: chi subisce è insoddisfatto, le prime donne non ricevono realmente nulla di nuovo. Un pavoneggiarsi vano e vanitoso.
Perché ogni tanto fa piacere notare che le cose più importanti ce l’abbiamo in comune tutti, e che spesso quello che ci tiene lontani sono giochi sociali e pigrizia.
Illude di poter fare il balzo quando vuoi, e scoprire realtà nascoste o dimenticate.
Pare che tutti gli uomini abbiano sei teste.
Ringrazio Matteo per l’adozione.
Se amate i puzzle e tetris, non potete non conoscere il cubo SOMA.