Banalità

30/4/2004

Decoder

Tag: — oracolo @ 2:23 am

Quando sono tutti gli altri sono sereno: mi guardo con aria beffarda, e rido delle mie espressioni. Poi ammazzo tutti quei ridicoli pensieri che mi vogliono diverso, perché sprofondo nella certezza di essere ancora più uguale. E’ un bel vivere, ma quando provo a spostarmi troppo in là i fili a mani e piedi mi bloccano con dolcezza.

Allora non mi muovo, ed è come se i fili non li avessi: sposto occhi che spaccherebbero una roccia e quando incontro uno sguardo vuoto quanto il mio scambio i cervelli. 5x(sistole+diastole) e di solito sono a casa, perché devo dare da mangiare al cane che urla mantra irriverenti. Non potendosi cibare dell’identità altrui, in qualche modo si arrangia.

Per riacquisire fiducia seguo un regolamento a caso; con il bastardo che ti punge sul vivo (magari sputacchiando e blaterando verità) puoi prendertela facilmente, con l’incarnazione del Rigore Formale mette male.

Alla fine qualcuno ci riesce comunque, non pungendo direttamente ma ponendo (scaltro!) una puntina sulla mia sedia e lasciando che io faccia tutto da solo. Quindi apro la finestra e capisco che è inutile regalare le chiavi della villa, se tanto poi non dici dov’è e come ci si arriva.

29/4/2004

Il nucleo della banalità

Tag:, , — oracolo @ 11:41 pm

Un lento reboot.
Il sole è velato:
quando un upgrade?

Ho in testa idee da poterci giocare per sempre, da solo, nella mente. E non sono istruito né fantasioso: i miei giocattoli sono lettere, numeri, aria, acqua, cerchio, umido, ricciolo, fragola, brivido.

Facile comunicare usando tante parole. Ma c’è poesia nell’essenziale.

Una parola di più, ed è noioso; una di meno, ed è banale.

Se è breve, è facile.

Ma come posso dire che un film è “brutto”, se non riesco a descrivere con centomila parole una scrostatura nella tappezzeria?

28/4/2004

Viaggio – 3

Tag:, , — oracolo @ 10:23 am

Non ricordo di essere partito di mattina; forse era il tramonto. In questo caso adesso dovrebbe essere sera, o notte fonda; il sole mi smentisce. Avrei potuto portarmi almeno un orologio.

Abbandono la manciata scarsa di riflessioni temporali perché un coniglio pasquale antropomorfo, con il regolamentare cestino pieno di uova di cioccolata, mi ferma con un eloquente gesto della mano. Sono piuttosto sorpreso, ma cerco di non darlo a vedere: bestie simili si nutrono proprio della curiosità altrui.

«Qualche problema, signor coniglio?»
«Dipende…»
«Da cosa dipende? Stai in guardia: il mio mentore sostiene che chi risponde “dipende” non ha chiari i termini del problema, o sta cercando di fregarmi in qualche modo.»
«Sono sinceramente dispiaciuto per la scarsa umanità del tuo mentore, credimi. Sai perché sono qui, vero?»
«Veramente no, stavo semplicemente pedalando, immerso nei miei pensieri, quando…»
«Evidentemente non presti attenzione ai particolari. Dieci minuti fa hai deviato dalla strada principale per schivare un tizio che voleva venderti una penna.»
«L’avresti fatto anche tu, se avessi la casa piena di penne, peluche e stampe d’arte comprate per la strada. Ma non vedo come questo abbia a che fare con…»
«…la mia presenza qui. E’ ovvio che tu non lo veda. Da quanto tempo stavi seguendo la strada principale, prima di incontrare quel venditore di penne?»
«Direi da un paio d’ore. Sto cercando di recuperare un amico, non posso perdere tempo con distrazioni varie. Intendo dire… scusa, non mi riferivo esplicitamente a te…»
«Ma io non sono una distrazione, quindi non mi ritengo offeso. Mi hai chiamato tu, dopotutto. Devi proseguire a destra, più avanti la strada è sbarrata.»
«Ah… grazie. Penso che farò ancora un paio di kilometri, poi seguirò il tuo consiglio.»
«Non puoi proseguire per un paio di kilometri, devi deviare subito.»
«E perché mai? La strada è sgombra, si vede chiaramente!»
«E’ quello il problema. Quindi adesso giri il manubrio e vai di là, siamo d’accordo?»
«No che non siamo d’accordo! Io vado dove mi pare! Levati di torno!»

So assumere un aspetto molto minaccioso, quando mi arrabbio. Specialmente con i conigli pasquali antropomorfi.

«Esclusivamente con i conigli pasquali antropomorfi.» mi corregge quello, beffardo.

Legge pure nel pensiero: da manuale. Senza aprir bocca rimonto in sella, e lo supero. Inizia a lanciarmi addosso uova di cioccolata, il bastardo. Le schivo agevolmente, e proseguo per la strada principale. Mi sento stranamente rigenerato: è stato proprio un incontro utile, ora sono pronto ad affrontare la strada che mi rimane con rinnovato entusiasmo! Evviva!

Devo ricordarmi di essere più convincente, quando provo a raccontarmi un sacco di palle.

Sincronicità

Tag: — oracolo @ 10:03 am

Ecco che xmms (WinAmp, iTunes… scegliete quello che vi si addice) dice “Arcadia”. In mezzo ad un fiume di altre parole, ovviamente.
Coincidenze che capitano di continuo, e di continuo mi fermo e penso: “Hm.”

27/4/2004

Luna

Tag:, , — oracolo @ 3:50 pm

“Raggio di luna che accendi la notte, poi dove vai?”

Un biscottino a forma di sole a chi coglie la citazione estremamente dotta.

La luna è femminile.

Inconvenienti tecnici

Tag: — oracolo @ 2:01 am

mi hanno impedito di parlarvi delle scelte che cambiano la vita, del fatto che non è detto che le facciamo noi, del dolore insito nella scelta e del rammarico di non poter essere una persona diversa ogni mattina.

26/4/2004

Importanza relativa

Tag:, — oracolo @ 1:30 am

Una frazione delle cose che dico sono cose importanti, cose che definiscono il mio essere e che meriterebbero di essere scritte in tutti i cessi.

Eppure, specialmente se parliamo spesso insieme, il loro significato per te è scarso ed in diminuzione. Intuisci che è un mio chiodo fisso, che simili argomenti deviano le mie conversazioni come attrattori strani, eppure per te sono solo cose dette e ripetute con un vago sapore di stantio.

E a me accade lo stesso. Non è incomunicabilità, e non è neppure una cosa grave; si rispetta l’altra persona, e si rispettano anche le sue cose importanti. Peccato che sia così difficile comunicare agli altri pezzi di sé se non sei un poeta, uno scrittore o un musicista ma uno qualunque.

25/4/2004

Conversazione

Tag:, , — oracolo @ 1:14 am

Le cose sono due: o di te mi importava qualcosa già allora, oppure no.

Se la tua presenza, ai tempi, mi era indifferente le tue attività odierne mi interessano come mi interessano quelle di uno sconosciuto incontrato dal panettiere. Più di quanto io ammetta razionalmente, ad essere sinceri; in fondo sono curioso, e se sai raccontare le cose nel modo giusto potrei ascoltarti sinceramente interessato.

Non ripetere lo stesso concetto più di un paio di volte, non fare troppe pause drammatiche che presuppongano una mia risata o un mio applauso, ché ridere controvoglia mi sfianca, e magari inserisci qualche dettaglio personale ed un po’ di ironia intelligente nel discorso. Non cercare di essere più saccente di me, o questa città diventerà troppo piccola per tutti e due. So di saperne di meno e di aver da raccontare anneddoti meno interessanti dei tuoi: fammelo notare, e continuerò a sorridere mentre desidererò vedere la tua carcassa straziata dai pangolini letali del Congo.

(Se, leggendo questo blog, ti rompi le scatole, puoi smettere ed andare a farti un panino. Io non ho altrettanta libertà se ti incontro alla fermata dell’autobus.)

Se, invece, eravamo amici o comunque legati da qualche rapporto umano che travalicava la convivenza forzata in qualche gruppo sociale, cosa me ne importa se hai finito l’università, se lavori come levigatore di suole in gomma o se hai rivisto qualcuno della classe (per non parlare dell’improbabile pizza tutti insieme)? Raccontami ancora una volta quella storia che raccontavi sempre, o fammi ripensare a qualche episodio che avevo dimenticato, o ancora meglio dimmi cosa pensi alla mattina, quando ti svegli, o se ti piace camminare nelle strade deserte qualche minuto dopo il tramonto.

O se ti manca qualche tuo amico che non vedi da tanto, o se hai capito come si fa a godere delle piccole cose, o se sia il caso di concludere sempre e comunque con una battuta banale.

24/4/2004

Routine

Tag:, — oracolo @ 11:15 am

Facile essere oppressi dalla routine.

Si chiama routine solo quando ce la impongono gli altri. Quando la scegliamo noi diventa un rituale, e acquisisce potenza evocativa. Richiama con semplicità grappoli di emozioni.

Alzarsi sempre alla stessa ora per andare al lavoro è un peso enorme; uscire di casa sempre alla stessa ora per fare due passi con gli stessi amici consolida l’identità.

Qualcuno lo considera un semplice passatempo da vecchio. Io mi chiedo se non sia un semplice passatempo da bambino.

Proprio come ridere all’ennesimo tormentone: c’è un limite oltre il quale il familiare diventa stantio, ma quando si è in burrasca il familiare diventa un’ottima ancora.

Poi ci sono gli amanti degli sport estremi.

23/4/2004

Onirico

Tag: — oracolo @ 11:49 pm

Solo un pensiero: guardiamo con attenzione quel flusso di immagini apparentemente senza senso che scorrono nella mente prima di assopirsi. Ci sono mondi interessanti ed uno stato di coscienza liquido, che la volontà riesce a plasmare facilmente.

Ogni tanto. Altre volte è il dannato fritto del ristorante cinese, che non vuole saperne di morire.

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